“16-19 Luglio 1944, la rappresaglia di Cichero” – parte seconda

Dopo la prima parte di questa Storia (clicca qui per leggerla) raccontata attraverso gli scritti e le ricerche di Giorgio Getto Viarengo, in questa seconda parte troverete gli sviluppi e i racconti per voce dei testimoni diretti:

Mi sono chiesto se fosse utile ritornare in uno dei luoghi simbolo della lotta di Liberazione, risalire lungo i tornanti del Ramaceto, rivisitare le tante Ville di Cichero e confrontarci con quanti erano in grado di raccontare i drammatici giorni del rastrellamento del luglio 1944, cronaca conclusa con l’incendio di diverse abitazioni, della chiesa parrocchiale e della canonica.

Quest’anno ricorre il settantaseiesimo anniversario, una data importante, un arco di tempo che mette a dura prova la tenuta della memoria e diventa utile ripensare, riflettere e ricordare il dolore di quei giorni, di una guerra che sembrava interminabile e capace di raggiungere luoghi così remoti, inghiottiti tra le nostre montagne. L’idea di salire a Cichero maturò in un’incontro a Lavagna, erano i giorni dopo l’8 settembre ’43 quando si apriva quel drammatico bivio: continuare l’avventura del regime fascista con l’alleanza tedesca o iniziare a ricostruire il Paese aprendo una nuova esperienza di libertà e giustizia?

Gli uomini di “Bisagno” scelsero il sentiero duro e difficile della Resistenza, individuarono i contrafforti del Ramaceto come luogo ideale per creare quel nuovo esercito e nell’incontro di via Natale Paggi di Lavagna, a casa del geometra Giovanni Missale, ebbero la conferma che il Casone dello Stecca potesse ospitarli, quella casa di pietre in Gnorecco diventava il primo luogo simbolo della Resistenza: così nasceva la Divisione “Cichero”.

Una delle indispensabili garanzie per individuare questo luogo era la disponibilità della popolazione, la comunità avrebbe condiviso quest’esperienza, primo tra tutti Giovanni Battista Raggio “Stecca”, il calzolaio-contadino di Gnorecco con il suo casone sede della formazione.

Negli anni scorsi Renato Lagomarsino ricostruisce, con dati verificati presso l’anagrafe di San Colombano Certenoli, quanti siano i reduci di quei giorni, il risultato è incoraggiante. Nelle frazioni di Cichero sono ancora in vita 14 persone nate e residenti sin dagli anni Trenta. Taccuino per gli appunti, macchina fotografica e registratore, il luogo del confronto è in una abitazione di Costa Calderara, in cucina seduti intorno al tavolo.

Qui Rinaldo, Alduina e Norma ricostruiscono le cronache di cosa successe a Cichero: “il primo rastrellamento fu il 27 maggio del ’44, arrivarono di giorno e passarono in tutte le case, cercavano gli inglesi scappati dal campo di concentramento di Calvari”. Uno degli inglesi era ospitato presso la canonica, il parroco Don Attilio Fontana si prestava a dare soccorso a quei fuggiaschi, accogliendo i partigiani e diventando il cappellano degli uomini di “Bisagno”.

Ora chiediamo di raccontare del grande rastrellamento del luglio del ’44, operazione che si concluse con il drammatico incendio del paese. Le carte d’archivio c’informano che diverse azioni si sviluppano in questo territorio, le date confermano il 16 luglio del 1944, in quell’occasione si organizza una nuova operazione di rastrellamento sul territorio di Cichero.

Qui la memoria è puntuale, lucida: “arrivarono di giorno e cercavano una persona, cercavano una donna che era stata presa dagli inglesi, si chiamava Rosa, era legata ai fascisti ed aveva lei l’elenco delle case da bruciare. Ricordo ancora un altoparlante che chiedeva il suo rilascio e minacciava la rappresaglia”. La trattativa per rilascio della persona non ha esito, nella prima serata inizia l’incendio delle case.

“ Stecca era salito sulla Costa sopra la Vignetta a vedere cosa stava succedendo, si mise a gridare: Bruciano, bruciano le case! Allora abbiamo preso quel poco che ci serviva e siamo scappati. A mia nonna Antonia, aveva sessantotto anni, gli hanno fatto spostare il fieno dalla stalla e poi gli hanno incendiato la casa”.

Le abitazioni bruciano, le fiamme avvolgono parte della chiesa e la canonica che serviva come scuola, il fumo si alzava, le fiamme divoravano il lavoro di una vita, la popolazione in fuga si spostava oltre il Ramaceto, famiglie e parenti li avrebbero ospitati. Adesso è Norma che racconta: “Dopo una quindicina di giorni siamo tornati, ricordo mio padre e mio fratello che cercavano tra le macerie di casa nostra: trovarono solo qualche pentola e delle posate, il resto era tutto nero e bruciato, non avevamo più niente”. Qui la domanda diventa amara, chiediamo se c’è stato pentimento, se la scelta d’ospitare i partigiani si sia trasformata in una prova smisurata. Tutti confermano che i loro sentimenti sono sempre stati con gli uomini della Resistenza, ma quel giorno segnò pesantemente quel sostegno, l’amarezza venne dopo: “finita la guerra non abbiamo più visto nessuno, sono venuti quelli dei danni di guerra, ma abbiamo finito prima le case di vedere gli aiuti promessi, la strada l’hanno aperta nel 1961, ma qui non è più venuto nessuno.”

Il giorno dell’incendio di Cichero è inghiottito nella tante storie “italiane”, dove spesso le istituzioni non sono state capaci di riconoscere il sacrificio fatto in quei giorni.

Ancora una domanda, come arrivò la Liberazione: “ Il 25 aprile eravamo a Piana Grande, mio padre seminava il granone, suonarono le campane, suonarono tanto! Mio padre lanciò la zappa e gridò che la guerra era finita: quel giorno fu festa!” Domenica si ritorna a Cichero, la commemorazione e la visita ai luoghi di quelle cronache, il discorso e le corone: speriamo che il sacrificio di quei giorni sia ricordato e qualche buona parola sia per quei quattordici che ancora presidiano la grande vallata allombra del Ramaceto.  

Giorgio Getto Viarengo         

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“16-19 Luglio 1944, la rappresaglia di Cichero” – parte prima

Il 16 e il 19 Luglio sono giornate di memoria per la vallata di Cichero e per la Storia della Resistenza nel Tigullio.

Il 16 Luglio 1944 in località Gnorecco vennero fucilati dai nazifascisti 7 persone tra i quali un ignoto e nella stessa giornata, all’imbrunire, vennero date a fuoco le case di Villa Piano.

Il 19 Luglio le case di Villagrande di Cichero furono date alle fiamme insieme alla Chiesa di Santo Stefano ed alla scuola, fu fatto per rappresaglia dalle stesse mani dei fucilatori in divisa nazista con la collaborazione di delatori fascisti.

Perché ciò accadde proveremo a raccontarlo riportando alcuni fatti avvenuti 76 anni fa, lo faremo attraverso due scritti dello storico Giorgio Getto Viarengo che pubblicheremo oggi qui e nei prossimi giorni in un secondo articolo, entrambe sono frutto minuziose ricerche che ci raccontano gli eventi di quel periodo.

Per avere un quadro completo bisogna partire da Lavagna, per la precisione dal civico n. 5 di Via Natale Paggi:

In provincia di Genova, nel corso del mese, venne tenuta a Lavagna, nell’abitazione del geometra Missale, una riunione che si può definire decisiva date le sue conseguenze.

(Giorgio Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, p.86, vol. I)

A Lavagna, al numero 5 di Via Natale Paggi, risiedeva il geometra Giovanni Missale, uno dei tanti figli di emigranti, nato a Santa Fé (Argentina) il 19 dicembre 1911.

In quella zona, nell’area del Porto di Rio Salado, era presente una numerosa colonia di tigullini, tra i quali i genitori di Giovanni, che rientra giovanissimo a Lavagna.

Dopo l’8 settembre l’ufficiale Giovanni Missale è uno dei tanti che ritorna alla propria residenza e qui si inserisce il contatto con i primi gruppi della Resistenza.

Il 15 d’ottobre si tiene la riunione del Monte Antola, uno dei primi incontri operativi dei gruppi partigiani, alla quale partecipa Franco Antolini “Furlini” e G. B. Canepa “Marzo”, da poco rientrato dalla Francia.

“Furlini”, Giovanni Serbandini “Bini”, Umberto Lazagna “Canevari” e Aldo Gastaldi “Bisagno” si incontrano in casa di Missale in Via Natale Paggi. In questa riunione si farà il punto della situazione e si valuteranno le condizioni per individuare la località più opportuna per instaurare la base partigiana.

Erano già stati fatti sopralluoghi in Fontanabuona e nelle zone attigue all’Antola, per verificare il territorio e le viabilità. Questi fatti denotano la volontà di un salto di qualità, dopo le prime e spontanee scelte effettuate dopo l’8 settembre e la firma dell’Armistizio.

La località che meglio si prestava per tale progetto, fu individuata sul Monte Ramaceto nel territorio di Cichero. La morfologia del territorio, le buone informazioni circa la disponibilità delle popolazioni locali, fecero decidere per Gnorecco di Cichero; qui era il Casone di proprietà dello “Stecca”, Giovanni Battista Raggio, un contadino calzolaio che mise a disposizione la base operativa per le azioni della formazione partigiana, che prenderà il nome di questo borgo.

La base sarà raggiunta da due distinti gruppi: uno che muove da Rapallo con a capo “Bisagno” e l’altro da Lavagna, guidato da “Bini”. Dopo pochi giorni si sposta a Gnorecco il gruppo di “Marzo”, che da giorni era in attesa a Favale di Malvaro.

Si completava così la prima “manovra” della “Cichero”, con a capo “Bisagno” e commissario politico “Bini”, la formazione che risulterà determinante per le sorti della Resistenza nella VI Zona operativa.

Giorgio Getto Viarengo

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“Chi erano i Partigiani?”

I Partigiani erano uno spaccato della gioventù italiana degli anni ’40.

Ragazze e ragazzi poco più che ventenni (non cosi’ rari erano anche gli adolescenti) con gli stessi timori e la stessa audacia dei giovani moderni, di diversa estrazione sociale e culturale ma uniti in una lotta comune sotto la stessa bandiera, il tricolore libero dalla dittatura, libero dal pensiero unico.

Quei giovani scelsero nomi di battaglia che per diversi motivi rappresentavano l’immaginario collettivo o la loro personale storia, molti furono ad esempio i figli di immigrati meridionali che arruolati nelle brigate del nord scelsero nomi che ricordavano le proprie origini, fra questi i più comuni furono: “Palermo”, “Sardegna”, “Cosenza”, “Puglia”.

Nella maggioranza dei casi vennero scelti nomi legati appunto all’immaginario collettivo dell’epoca, come ad esempio quello sui film westeren o sui fumetti, cosi’ i ragazzi che entrarono nella Resistenza scelsero nomi come “Dartagnan”, “Atos”, “Tarzan”, “Aquila Rossa” , “Tempesta”, etc. …

Altri nomi provenienti dall’antichità classica come “Achille” o “Ulisse”, alcuni si richiamavano alle figure politiche dell’epoca come “Stalin”, oppure chi si richiamava ai nomi classici americani “Tom”, “Dick”, Jack”, chi invece agli eroi sportivi come “Bartali” o “Carnera”.

Ancora oggi sentiamo su di loro discorsi piuttosto fastidiosi tipo: “…anche senza i Partigiani gli americani avrebbero liberato l’Italia e se è cosi’ non sarebbe stato meglio che quei ragazzi se ne fossero rimasti a casa evitando di farsi uccidere, evitando rappresaglie e tante vittime” , discorsi che in moltissime famiglie italiane si sono fatti e si fanno ancora.

Ammettiamo che tutto ciò possa essere vero (ben sapendo che cosi’ non fu’) e che la lotta Partigiana non avesse avuto un ruolo importante, la Resistenza diede dell’Italia un’immagine nuova e diversa agli occhi del mondo e agli occhi delle Nazioni Unite che del popolo italiano diffidavano proprio a causa del fascismo.

Questi ragazzi dimostrarono al mondo che c’erano molti giovani che dal fascismo erano usciti e che non ci avevano mai creduto o che non ci credevano più, e che volevano un’Italia libera e democratica anche al costo della loro stessa vita.

Questa fu la nuova Italia, che permise quel riscatto sociale e politico negato dal fascismo.

Anche per questo la Resistenza scelse Garibaldi e la sua stella come simbolo di battaglia, cent’anni prima Camillo Benso di Cavour su di lui scrisse:

“Non possiamo metterci contro Garibaldi, perchè ha reso all’Italia i più grandi servigi che l’uomo potesse renderle, ha dato agli Italiani fiducia in se stessi, ha dimostrato all’Europa che gli Italiani sapevano battersi e morire sui campi di battaglia per conquistare una Patria”, e la Resistenza dimostrò la stessa cosa.

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(Foto della copertina del libro “Noi Partigiani” edito da Feltrinelli)

“1944: quel luglio di sangue”

Sidolo (Parma), 20 luglio 1944.
Era un giovedì a Sidolo, piccola e sperduta frazione di Bardi (Parma), quando vennero fucilati Gerolamo, di anni 50 e Giovanni Brugnoli,di anni 40, fratelli di mio nonno Francesco.
Insieme a loro morirono il parroco don Giuseppe Beotti, di anni 32; don Francesco Delnevo, borgotarese di anni 57; il chierico Italo Subacchi, di anni 23; i borgotaresi Giuseppe Ruggeri, di anni 44; Bruno Benci, di anni 43 e Francesco Bozzia, di anni 44.
Don Riccardo Molinari, allora parroco di Cereseto, “sulla scorta di testimonianze veritiere di persone che assistettero alle scene svoltesi”, così descrive i fatti verificatisi in questo giorno.
“Una colonna nazi-fascista, dopo aver stampate orme sanguigne su Strela e dintorni, piombava sul paesetto alle ore 6 del mattino. Anche qui gli uomini si erano dati alla macchia per paura dei tedeschi. Rimanevano in paese alcuni vecchi, le donne e i bambini, e in Canonica due Sacerdoti e un Chierico: l’Arciprete don Giuseppe Beotti, il Prevosto di Porcigatone don Francesco Delnevo e Italo Subacchi, alunno del Seminario di Parma .
All’una e mezza circa, un soldato armato fino ai denti, si presentava con aria sospetta alla Canonica per prelevare il Parroco e i due compagni.
Don Giuseppe come un agnello mansueto condotto al macello, seguì il soldato, tra i due confratelli sulla strada che conduce al di là del Rio.
I tre sacerdoti erano stati allineati lungo il muricciolo che protegge un piccolo appezzamento di proprietà della Chiesa.
Su quel Calvario, tra un succedersi continuo di soldati che passavano beffardamente davanti a loro, essi vissero l’ultima ora tragica di vita, in un’angoscia spasmodica attendendo e assaporando la morte goccia a goccia.
Qualcuno poté però notare, di lontano, che a un dato momento essi si scambiarono pietosamente l’assoluzione e si diedero l’abbraccio fraterno.
Perché quell’agonia prolungata per più di un’ora? Quando gli ordini, impazientemente attesi, arrivarono, l’arma scattò e spense freddamente le tre persone sacre.
Tutto ciò senza un giudizio che avesse almeno l’ombra di un processo, senza un’accusa manifestata e senza che i tre imputati potessero avanzare il diritto di una parola in difesa della propria innocenza.
Erano le tre pomeridiane di quel triste giovedì 20 luglio.
Don Giuseppe e don Delnevo, colpiti in parti vitali, erano immediatamente deceduti. Il Chierico Italo Subacchi invece prolungò per parecchio tempo, tra laceranti contrazioni, la sua fine prematura” e qui riprendiamo noi a raccontare le cose.
Il rastrellamento in atto da qualche giorno, ha spinto molti borgotaresi a trovare salvezza sulle alture che circondano il paese. In molti si ritrovano, il giorno 19 a Porcigatone, ritenuta una zona abbastanza sicura. Ma i tedeschi sono impegnati in un’operazione di rastrellamento che dovrebbe interessare ogni vetta, ogni paese, ogni anfratto della valle. Così quel giorno una lunga colonna parte da Borgotaro e s’avvia verso la frazione di Porcigatone.
I fuggitivi intuiscono il pericolo, abbandonano le case e si portano ancora più in alto, verso il Passo del Santa Donna, per trovare riparo tra i boschi. Ma i tedeschi li inseguono, li braccano, costringendoli a dividersi in piccoli gruppi e a tentare vie di fuga diverse.
Sei di loro, insieme al Parroco, oltrepassano il crinale e scendono a Sidolo. Non sono a conoscenza di quanto, in quello stesso giorno, sta succedendo a Compiano e Strela, altrimenti non avrebbero di certo scelto Sidolo come rifugio.
Al loro arrivo nella frazione trovano, infatti, la popolazione in preda al panico e vengono invitati in modo perentorio ad allontanarsi per non creare pericolo.
I sei trovano così riparo fuori dall’abitato, in una capanna dove solitamente veniva ospitato il bestiame.
E’ il 20 luglio, i sei si risvegliano e sanno di dover affrontare una dura giornata. Stanchi, braccati, respinti anche dai compaesani perché la paura sconfigge la generosità, cosa fare? Dove dirigersi?
Ecco la testimonianza dell’unica persona, tra i sei, che riuscirà a sopravvivere.
Antonio Brugnoli (si tratta del padre di Franco), allora ventiquattrenne, racconta:
“Alle prime luci del nuovo giorno – era il 20 luglio – io convinsi i miei compagni che era meglio avvicinarci al paese giacché eravamo tutti stanchi, sfiduciati e affamati. Giungemmo dunque al centro di Sidolo, quando udimmo all’improvviso le grida della gente che annunciavano la presenza dei tedeschi. Scorgemmo soldati ovunque: non potendo fuggire andammo loro incontro nella convinzione di persuaderli facilmente che noi eravamo dei civili innocenti. Sì, però non capirono le nostre parole e ci ammassarono in un campo recintato presso il paese. Un soldato italiano con il quale parlai mi rassicurò e mi invitò alla calma. All’arrivo di una nuova colonna, un ufficiale tedesco gridò: “Kaput!, Kaput!” e noi comprendemmo che le cose si mettevano male. Infatti ci portarono davanti al cimitero di Sidolo, distante poche decine di metri, per fucilarci.

Io ero davanti alla fila a sinistra. All’intimazione dell’alt seguì il caricamento delle armi. Io allora tentai il tutto per tutto: mi gettati a testa bassa giù per un sentiero fiancheggiante il cimitero che scendeva leggermente. Corsi come mai in vita mia mentre le pallottole sibilavano da tutte le parti. Giunsi in un baleno in fondo al sentiero che trovai sbarrato da un cancello: lì terminava la strada. In un attimo presi la decisione di gettarmi al di là di esso in un precipizio profondo una ventina di metri. Dopo un lungo ruzzolone mi trovai in un canale, malconcio ma integro. Ero pieno di vita e mi pareva quasi di essere invulnerabile, giunsero infatti altre raffiche ma non mi colpirono”.

Minor fortuna tocca ai cinque compagni di Antonio Brugnoli. Per loro non c’è pietà alcuna. La raffica li stende a terra, dove rimangono per ore al fiuto dei cani e all’attacco delle mosche. Valerio e sorelle, Mario e Antonio, Giacomo e sorella, un velo di tristezza resterà per anni nei loro sguardi.
Passeranno poche ore e sarà la volta dei tre religiosi dei quali già abbiamo scritto.


Liberamente tratto da: “1944: quel luglio di sangue”, di Giacomo Bernardi – Associazione Ricerche Storiche Valtaresi “A.Emmanueli” (Borgotaro)

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Il Partigiano e poeta Stefano Makridakis “Gordon”.

Sammargheritese d’adozione, Stefano Makridakis nome di battaglia “Gordon” ma ai più conosciuto come Stea, è stato un Partigiano (di origine greca) della Brigata Giacomo Buranello, Divisione garibaldina “Mingo”.

Grazie alla Sezione ANPI di Santa Margherita Ligure-Portofino, ebbi l’opportunità di approfondire la sua storia durante una video intervista che gli feci sei mesi prima della sua scomparsa, avvenuta nel dicembre 2016 (clicca qui per vederla).

Stea visse gli ultimi anni di vita nel Tigullio insieme alla nipote Lally, la sua è stata una storia ricca di rocambolesche avventure: dalla fuga dai repubblichini per raggiungere le montagne, passando dalla detenzione per sei giorni nella Casa dello Studente di Genova in una cella di un metro quadro, all’incontro a Campenave (Crevari-Genova) con la moglie Gastaldi Maria, anche lei Partigiana appartenente alla Brigata Bisagno.

Tra le sue avventure anche l’arresto a Chiavari per mano del vessatore fascista Spiotta.

Stea, oltre che un protagonista della Resistenza, è stato pure un fine poeta ed ha pubblicato un libro dal titolo “Parole al Vento” (Editore Tipografia Ellezeta) con una sua personale raccolta di poesie, fra queste “Vivi” il cui testo riportiamo qui di seguito:

“Ogni attimo, ogni minuto
della tua vita
è da spendere repentinamente.
Ogni tua titubanza,
sarà poi,
un rimpianto.”

Clicca qui per vedere sulla mappa digitale l’area d’azione dove operò “Gordon”

Antonio Enrico Canzio, il Carabiniere eroe della Resistenza

Nato a Castiglione Chiavarese (Genova) il 13 giugno 1900, fucilato a Chiavari (Genova) il 5 ottobre 1944.
Il maresciallo dei Carabinieri in congedo Antonio Enrico Canzio fornì un cospicuo contributo all’organizzazione della Resistenza nel chiavarese e partecipò a numerose azioni di guerriglia e sabotaggio contro le forze nazifasciste.

Comandante di distaccamento partigiano, arrestato una prima volta e sottoposto poi a stretta sorveglianza dalle autorità occupanti, continuò nel suo impegno costituendo un centro di appoggio e di rifornimento delle formazioni clandestine in una fattoria di montagna della quale era proprietario.

Catturato una seconda volta nel corso di un rastrellamento, ebbe distrutta la casa per rappresaglia e fu sottoposto a torture affinché rivelasse i particolari della struttura organizzativa dei resistenti. Non parlò, proteggendo così l’incolumità dei suoi compagni di lotta. Per questo fu condannato a morte e fucilato al Poligono di tiro di Chiavari

Nel dopoguerra alla memoria di Canzio fu assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Cadeva valorosamente, passato per le armi, inneggiando all’Italia. (Appennino ligure-emiliano, 10/6/1944 – Poligono di Chiavari, 5/10/1944)”.

Al Maresciallo Canzio è stata intitolata la Caserma dei Carabinieri di Lavagna (nella foto di copertina la lapide posta all’interno della stessa), per visualizzarla nella mappa digitale clicca qui.

Una lapide in sua memoria è presente anche nel comune di Castiglione Chiavarese, per visualizzarla nella mappa digitale clicca qui.

 Fonte: http://www.anpi.it/donne-e-uomini/3095/antonio-enrico-canzio

Lavagna cimitero monumentale, la lapide che ricorda la Resistenza

Fischia il vento, infuria la bufera. Spero che il ricordo dei miei compagni ed il mio non sia dimenticato perchè deve essere immemorabile – Pascolini Otello “Moro” Commissario Divisione Garibaldina Pinan-Cichero.

Queste le parole riportate in una delle lapidi nel cimitero monumentale di Lavagna, secondo solo a quello più noto di Staglieno (Genova).

“Moro” fu un partigiano a 39 anni, di mestiere fabbro ed iscritto al PCI, udinese di nascita ma lavagnese d’adozione.

Si arruolò nelle file partigiane nel novembre del 1943, fu commissario politico con la banda “Scintilla”, successivamente lo fu per la “Jori”, per la “Oresta” ed infine per la Pinan-Cichero.

Come lui nel cimitero monumentale di Lavagna sono ricordati i tanti protagonisti delle Resistenza, di seguito ne pubblichiamo l’elenco:

VALLERIO ALDO
“RICCIO”
COM. TE BRIGATA “ZELASCO”
DIV. GARIBALDINA “CODURI”
1923 1986

SERBANDINI GIOVANNI
“BINI”
RESP. LE STAMPA PROPAGANDA
VI ZONA OPERATIVA
1912 1999

PASCOLINI OTELLO
“MORO”
COMM. DIV. GARIBALDINA
“PINAN CICHERO”
1905 1962

SANGUINETI NATALINO
“NATTA”
COM.TE DISTACC. BRIGATA
DALL’ORCO – DIVV. “CODURI”
1821 2003

SANGUINETI GIOVANNI
“BOCCI”
CAPO STATO MAGGIORE
DIV. GARIBALDINA “CODURI”
1914 1995

ARPE ARMANDO
“ITALO”
COM. DIVISIONE GARIBALDINA
“CODURI”
1916 1994

PASCOLINI LEONARDO
1899 1984
RAGGIO ROBERTO
1921 1955
RUGGI MARIO
1919 1945
SAMENGO LUIGI
1923 1981

MELCHIONNI ALDO
1909 1944
MINUCCI ANTONIO
1925 1945
NOCETI UBALDO
1922 1945
RAGGIO DOMENICO
1920 1944

RENDA GIORGIO
1920 1945
SANGUINETI ANDREA
1897 1944
UBERTINO BRUNO
1920 1955
MARSIGLI CESARE
1885 1954

BUSSOLI ARMANDO
1912 1967
CAFFESE STEFANO
1916 1997
CODDA ROMOLO
1922 1980
FALCONE SILVIO
1911 2001

BERETTI ARMANDO
1925 1945
BERISSO MARIO
1924 1945
BIANCHI LORENZO
1924 1945
BUCIARELLI CANZIO
1919 1944

COGOZZO MARIO
1926 1946
DANERI GIUSEPPE
1917 1944
GIRARDI LUIGI
1920 1944
PIERPAOLI VINCENZO
1922 INTRA 1962

PE’ LUIGI
1928 1945
FOGOLA GIULIO
1926 1980
FUSIETO GIUSEPPE
1921 1965
MORANDO LUIGI
1925 1986

Clicca qui per visualizzare la mappa digitale dove trovare il luogo descritto

Foto copertina fonte: https://www.pietredellamemoria.it/pietre/monumento-ai-caduti-nel-cimitero-di-lavagna-ge/

Genova 25 Aprile 1945, la Storia dell’Atto di resa delle forze tedesche

Genova, città medaglia d’oro al valor militare per la Guerra di Liberazione. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la neonata Repubblica Italiana sentì «l’obbligo di segnalare come degni di pubblico onore gli autori di atti di eroismo militare», ricompensando, con delle decorazioni al valor militare, non solo i singoli combattenti, ma anche quelle istituzioni territoriali come la città di Genova alla quale fu riconosciuto un ruolo di rilievo nella lotta di Resistenza.

 L’atto di resa fu firmato a Villa Migone nel quartiere di Genova S.Fruttuoso, e la copia originale si trova custodita all’interno della villa. La presenza del Cardinale Boetto, intermediario tra le parti belligeranti, influì sulla scelta di Villa Migone quale sede della firma del trattato di pace tra CNL Ligure e truppe tedesche. Un altro motivo che indusse a scegliere il luogo per un evento così importante fu il fatto che, all’epoca, la Villa aveva ben tre accessi differenti e, quindi, in caso di problemi nel corso delle trattative, i contendenti e gli intermediari avrebbero avuto una via di fuga ciascuno.

La delegazione italiana era formata dal Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale Remo Scappini, dal dott. Giovanni Savoretti, dall’avv. Errico Martino e dal maggiore della piazza di Genova Mauro Aloni; quella tedesca era capeggiata dal comandante in capo delle truppe tedesche in Liguria generale Gunther Meinhold accompagnato dal suo vice, capitano H. Asmus e dal sergente Pohl, cha aveva anche funzione di interprete. Le trattative cominciarono alle 9 del mattino del 25 aprile 1945 e si protrassero per tutta la giornata; finalmente, alle ore 19,30, l’atto di resa, stilato in quattro copie, venne firmato dai presenti.

Qui di seguito il testo dell’atto che fu scritto in lingua italiana e tedesca:

“In Genova il giorno 25 aprile 1945 alle ore 19:30, tra il sig. Generale Meinhold, quale Comandante delle Forze Armate Germaniche del settore Meinhold, assistito dal Capitano Asmus, Capo di Stato Maggiore, da una parte; il Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, sig. Remo Scappini, assistito dall’avv. Errico Martino e dott. Giovanni Savoretti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria e dal Maggiore Mauro Aloni, Comandante della Piazza di Genova, dall’altra; è stato convenuto:

Tutte le Forze Armate Germaniche di terra e di mare alle dipendenze del sig. Generale Meinhold SI ARRENDONO alle Forze Armate del Corpo Volontari della Libertà alle dipendenze del Comando Militare per la Liguria;
la resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi;
il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si impegna ad usare ai prigionieri il trattamento secondo le leggi internazionali, con particolare riguardo alla loro proprietà personale e alle condizioni di internamento;
il Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria si riserva di consegnare i prigionieri al Comando Alleato anglo-Americano operante in Italia”

Per visualizzare la geolocalizzazione di Villa Migone e per ulteriori approfondimenti cliccare qui

Morire a 20 anni il 25 Aprile 1945, dopo aver salvato Chiavari dal bombardamento.

Lottare, combattere per rincorrere un sogno: la libertà.

Si può sintetizzare cosi’ lo spirito che ha mosso un’intera generazione, quella che non si arrese di fronte al nemico, un nemico numericamente più grande e militarmente meglio attrezzato ma privo di quell’arma segreta che solo i Partigiani avevano: Valori unitari in cui credere e principi da rispettare, fino alla morte.

Morte che Ottorino Bersini “Basea” incontrò nel giorno più bello per la Storia d’Italia, il giorno della Liberazione dal nazifascismo.

Sotto i colpi dei cannoni tedeschi, le truppe alleate decisero di bombardare le linee nemiche con un attacco dal mare. Per la Città di Chiavari sarebbe stato un massacro, cosi’ il Comandante della Divisione Coduri Eraldo Fico “Virgola” propose un’azione differente guidata dalle formazioni partigiane sotto il suo comando.

Fu cosi’ che la Brigata “Longhi”, sotto la guida di Castagnino”Saetta”, dalla Val Graveglia appena liberata si spostò in zona Monticelli di Cogorno.

Nel frattempo, di notte la Brigata “Longhi” si avvicinò a Caperana nella zona delle caserme, costretti ad attraversare l’Entella e la strada, che in quei frenetici momenti era percorsa dalle linee nemiche in ripiegamento, cosi’ da portarsi verso le colline di Ri Alto e San Lazzaro.

Fu in questo momento che le colonne nemiche aprirono il fuoco contro la “Longhi”, colpendo a morte il giovane ventenne Ottorino Bersini “Basea”.

Il suo fu l’ultimo sacrificio del Tigullio, un sacrificio che salvò un’intera città da morte e distruzione.

La lapide commemorativa si trova all’inizio della salita per Ri Alto, all’incrocio tra Corso Lima e Viale Devoto, clicca qui per visualizzarla nella mappa digitale

La Vallata di Santa Vittoria e i suoi caduti

La Vallata di Santa Vittoria (Sestri Levante-GE) è stata una delle aree fulcro della Resistenza del Tigullio.

Fra le vicende più conosciute quella dell’uccisione di Rodolfo Zelasco “Barba” che si incrocia con quella di Gian Piero Civati, Caporale della Monterosa, entrambi fucilati e sommariamente sepolti nei pressi della Miniera di Libiola il 5 Dicembre 1944.

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Luogo dell’uccisione del Partigiano Rodolfo Zelasco dove “Barba” era spirato <<< Inizialmente era stata posta una croce di legno deterioratasi poi col passare degli anni, cosi’ alcuni abitanti di Libiola e di Montedomenico, di loro iniziativa, l’hanno poi sostituita con una piccola stele di marmo bianco con scolpito sopra il nome e le date di nascita e di morte.  

A seguito di questi eventi, Zelasco diede il nome all’omonima Brigata facente parte della Divisione “Coduri”.

Sempre in questa vallata sono presenti altri luoghi della Resistenza come la Lapide Berisso Mario “Battolla”, barbaramente ucciso qui dalle Brigate nere dopo inaudite sevizie il 9 Aprile 1945.

L’edicola in località Zarello in ricordo dei 6 Alpini della Monterosa che si rifiutarono di combattere contro i Partigiani.

La lapide dei Partigiani fucilati per rappresaglia in località Pino a Santa Margherita di Fossa Lupara.

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