Casone di Cento Noci: La testimonianza di “Ermes”.

Lettera/Testimonianza di un sopravvissuto all’eccidio al Casone di Cento Noci (Favale di Malvaro), GB Bazurro “Ermes”, inviata nel Dicembre 2001 a:
– Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea
– A.N.P.I. – Provinciale di Genova
– A.N.P.I. – Sezione Struppa (GE)

Il 22 dicembre 2001 “Ermes” partecipa alla cerimonia in ricordo dei cinque partigiani caduti a Cento Noci e, con dolorosa sorpresa, ha constatato che, dopo 57 anni, c’era ancora chi tentava di gettare ombre sulla Lotta di Liberazione, avendo ascoltato che in quell’occasione il Sindaco affermò che i Partigiani furono colti nel sonno, per questo “Ermes” scriverà quanto segue:


…omissis
.

Da parte mia ho contestato al sindaco la sua versione dei fatti, senza però scendere nei particolari.
Poco tempo dopo detta commemorazione, indignato, ho consegnato all’ANPI Provinciale di Genova una sintetica descrizione dei fatti del 22 dicembre 1944.
Ora ritengo (anche perché sono uno dei pochissimi superstiti) sia mio dovere ricostruire l’accaduto dettagliatamente, avendolo vissuto dal suo nascere alla fine.
Precisare quello che è successo credo sia il modo migliore per ricordare, con spirito garibaldino, i nostri compagni caduti in quella tragica giornata per un errore del comandante Banfi. Errore forse originato dalla sua formazione militare che mal si conciliava con la tattica della guerriglia partigiana, fatta di valutazioni e decisioni rapide, come pure di attacchi e di sganciamenti altrettanto rapidi. La tragedia avrebbe assunto proporzioni gigantesche se il colpo di cannoncino che ha colpito la strafia (teleferica) fosse penetrato tra la casa e la roccia retrostante dove ci eravamo rifugiati.


La storia di Centonoci inizia nel momento in cui il nostro distaccamento, accantonato nelle Sciaree, piccola frazione di Roccatagliata, stava controllando la mulattiera che, inizia nelle vicinanze di Torriglia, passa per la Buffalora e arriva al Passo del Portello. Lo scopo era quello di prevenire attacchi a sorpresa da parte dei nazi-fascisti che, da alcuni giorni, stavano preparando il tristemente noto “rastrellamento di dicembre” (1944).
Nella tarda serata del 20 dicembre arrivò dal Comando di Brigata l’ordine di ritirarci appena possibile perché la zona ormai era indifendibile (la storia c’insegna che la difesa non è mai stata, e non lo sarà mai, tattica della guerriglia). Il nostro distaccamento faceva parte della Brigata “Berto”, dal nome del partigiano Berto, caduto nella battaglia di Allegrezze il 27 agosto 1944, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare.
All’alba del giorno dopo partimmo per il paese di Barbagelata e arrivammo a Costafinale verso le ore 10.

Davide, il nostro comandante, che nel frattempo aveva preso contatto con la Brigata, ci comunicò che il Comando aveva deciso che non dovevamo fermarci in zona, ma proseguire, insieme a loro, per Favale. Giulin, il nostro commissario, si portò alla testa del distaccamento e ci avviammo verso la nuova destinazione. Camminammo fino a mezzogiorno e ci fermammo vicino a due casupole, in un bosco di castagni, nella frazione Castello, sopra il paese di Favale. Si preparò e si mangiò un po’ di polenta, fatta con la farina di castagne, la cosiddetta “pattona” (cioè la nostra alimentazione quotidiana). Nel pomeriggio una staffetta portò la notizia che i nazi-fascisti erano arrivati nei pressi di Barbagelata, ma che non si conosceva la loro direzione. Banfi disse che, al calar della notte, si doveva ripartire e che non si dovevano lasciare tracce di sorta al fine di evitare che i nazi-fascisti venissero a conoscenza della nostra direzione di marcia.

A notte fonda scendemmo a Favale e ci fermammo vicino al mulino; il proprietario era un antifascista, ci regalò alcune pagnotte e del formaggio, cibo che ci fu utile il giorno dopo. Da lì si ripartì salendo verso il Casone di Centonoci; si salì in silenzio, per quanto fu possibile, dovendo muoverci di notte e su un sentiero molto scosceso. La nostra speranza era quella di portarci fuori dall’area del rastrellamento, ma le cose non andarono nel modo sperato. Ci attendeva una delle giornate più tristi vissute in montagna.
Il giorno 22 iniziò con i primi colpi di cannoncino sparati da oltre il colle e indirizzati verso i monti che racchiudono la vallata di Favale, con prevalenza verso la Rondanaia dalla quale, seguendo il profilo del monte, si arrivava sopra il Casone, dove ci rifugiammo.
Il martellamento del cannoncino con i suoi colpi che si avvicinavano sempre più al nostro rifugio continuarono fino a colpire la strafia, che si trovava a circa 20 metri dal casone, mentre all’interno dello stesso, fra i partigiani, montava la tensione.

Da una parte ci fu chi ritenne giusto sganciarci subito e ripiegare verso il monte Ramaceto (fra essi, Balin disse ad alta voce e con decisione: «Banfi andiamo via da questo posto perché qui si muore tutti.», dall’altra, invece, ci fu chi ritenne più giusto non muoverci sostenendo che, avendo viaggiato di notte nel più assoluto silenzio e senza lasciare tracce, nessuno poteva sapere che eravamo nel Casone.
Verso le ore 10 dal Passo della Scoglina spuntarono i primi reparti nemici che scendevano verso Favale. La colonna era formata da “repubblichini” del Battaglione Aosta, della Divisione Monterosa e da reparti tedeschi. A questo punto alcuni di noi vennero inviati di pattuglia per accertarsi che non ci fossero altre colonne nemiche convergenti su di noi da altre direzioni: la distanza tra noi e i nazi-fascisti era tale che, muovendoci con cautela, non potevamo essere individuati. Ad agevolare un’eventuale nostro sganciamento c’era un canalone che dal Casone portava alla vetta, che ci avrebbe protetto alla vista di chi si trovava sul versante opposto.
Ma l’idea di non muoverci prevalse e nel Casone subentrarono una certa rassegnazione e una manifesta paura. In quel clima ci si avviò verso la tragedia.
La colonna nemica continuò la sua discesa verso Favale e, arrivati alle due casupole, i nazi-fascisti le dettero alle fiamme. E qui si doveva capire che le cose stavano volgendo al peggio: era ormai chiaro che qualcuno li guidava in modo preciso sui nostri passi.
Banfi però non cambiò idea e continuò a seguire i movimenti da dietro le imposte delle finestre commentando a bassa voce che tutto procedeva bene. Verso le 16, Banfi si allontanò dalla finestra e disse che tutto era finito perché la colonna si era mossa dal paese andando verso Lorsica; a questa notizia si levò un urlo di entusiasmo subito raggelato dalle grida degli assalitori che, arrivati sotto il Casone, urlavano: «Arrendetevi banditi!». Attimi di panico e di smarrimento, poi cinque compagni uscirono di corsa per tentare di conquistare una posizione da cui contrastare gli assalitori, ma vennero falciati dalla prima raffica di mitragliatore. Il primo scontro si svolse nel raggio di 8 – 10 metri e nell’arco di poche decine di secondi: Carlo 3°, uno dei cinque colpiti si rialzò da terra e con un braccio teso e tre dita della mano aperte gridò: «Sono solo tre!», ma una seconda raffica lo colpì in pieno petto scagliandolo contro un albero di rovere. Aveva ragione perché i primi ad arrivare sotto la casa furono due mitraglieri e un sergente.
Franco, commissario della Brigata Berto, ferito alle gambe, rimase a terra immobile e questa decisione gli salvò la vita; Rino, ferito in modo leggero, si gettò lungo il pendio, mentre Milio e Poli, colpiti a morte, rimanevano a terra vicini a Franco.
In quel trambusto infernale, quelli di noi che erano usciti di pattuglia al mattino e conoscevano meglio il terreno circostante si avviarono verso il canalone che portava sulla cresta del monte. Fra questi c’era anche Balin che camminava davanti a me e, arrivato su una piccola roccia, anziché scavalcarla si accasciò a terra gridando: «Mamma, mamma!». Gli urlai: «Balin alzati!», credendo che fosse inciampato; invece era stato colpito alle gambe. Scavalcandolo, mi voltai verso il basso e vidi il sergente “repubblichino” che imbracciava il mitra e gridava come un’ossesso: «Arrendetevi vigliacchi!»; ci scaricò contro un’ultima raffica con la quale colpì a morte il povero Balin. Io, protetto dal suo corpo, mi salvai.
Nel gruppetto uscito dal Casone c’era un partigiano con il fucile mitragliatore e questo per noi fu un provvidenziale punto di forza. Ci posizionammo sulla cresta del monte per bloccare un’eventuale accerchiamento, ma non ci fu alcun movimento in tal senso; si sentiva soltanto il crepitio delle armi automatiche e lo scoppio delle bombe a mano e questo ci dette la speranza che la situazione fosse migliorata.
La fase successiva ci fu raccontata da chi rimase nel Casone, ci fu detto: “che nell’istante successivo all’ultima raffica sparata contro Balin e mentre il Sergente repubblichino ricaricava l’arma, Totò gli scaricò contro una micidiale raffica col suo efficientissimo MAS, stendendolo a terra. Davide con altrettanta rapidità sparò contro i due mitraglieri, riducendo al silenzio quella maledetta mitraglia, imprimendo così una svolta alla drammatica situazione. A quel punto la circostanza si capovolse e l’iniziativa passò nelle mani dei Partigiani.
Tra i primi a portarsi alle finestre, il partigiano Punto che, con il suo “Bren”, decimò il secondo gruppo nemico che si stava avvicinando al casone. La battaglia continuò fino all’imbrunire con lancio di bombe a mano e con tutte le armi disponibili provocando la morte di 12 “repubblichini” e un numero imprecisato di feriti (ciò venimmo a sapere, alcuni giorni dopo il conflitto, dagli abitanti di Favale, che assistettero al trasporto a valle dei nazi-fascisti caduti e di quelli feriti).
Da parte nostra i caduti furono cinque: Balin, Carlo 3°, Milio, Poli e Vino; i feriti quattro, dei quali Franco e Rino furono i più gravi. Di Vino nessuno ha saputo dire quando e dove fu colpito; si seppe solo che il suo corpo fu recuperato nelle vicinanze del casone.

Oltre ai caduti, purtroppo, lasciammo sul terreno anche Franco cui la sorte non fu favorevole in quanto la battaglia finì quando era già buio e i compagni che recuperarono le armi dei nostri caduti, quella di Franco e quelle dei repubblichini, lo fecero nel massimo silenzio. Franco, pensando che fossero i nazi-fascisti, rimase immobile e cosi sfumò la possibilità di portarlo via con noi. Col passare del tempo Franco si rese conto che nel casone e nelle vicinanze non c’era più nessuno e con fatica e dolore, facendosi forza con le sole braccia, dato che le gambe erano ferite, cominciò a salire palmo a palmo il pendio. Trascorsero ore prima che raggiungesse la cresta del monte, ma, quando pensava di essere fuori pericolo, mentre il campanile del paese batteva le 10 di notte, fu investito da un fascio di luce blu e un gruppetto di fascisti lo assalì con calci e pugni ricoprendolo d’ingiurie. Solo l’intervento di un ufficiale tedesco pose fine a quel linciaggio. Fatto prigioniero dai tedeschi venne trasportato all’ospedale di Chiavari in attesa di essere fucilato.
Quanto segue è ciò che successe in paese prima dell’attacco al Casone e che ci fu riferito dalla gente del posto.
Nel momento in cui la colonna nazi-fascista entrava in Favale, un gruppo di bersaglieri travestiti da partigiani raccontò di essere inseguito dai tedeschi e chiese di poter raggiungere i partigiani. Un ragazzo, ingenuamente, disse ai falsi partigiani di aver visto i guerriglieri nei pressi del casone di Centonoci, mentre stava pascolando le pecore, indirizzandoli,involontariamente, verso di noi.

Nel mese di gennaio iniziarono le trattative con i tedeschi per uno scambio di prigionieri. A Borzonasca Franco venne scambiato con un ufficiale tedesco già prigioniero dei partigiani.
Va ricordato che Borzonasca è il paese in cui il 21 maggio dell’anno precedente un gruppo di fascisti locali presenti alla fucilazione del partigiano Severino applaudiva entusiasta al grido di «Viva Spiotta!», boia e torturatore di partigiani e di antifascisti che, con le sue squadracce, terrorizzò le popolazioni dei paesi delle vallate nella zona del Levante.
Non mi spiego perché quanto è accaduto a Centonoci non sia stato riportato nemmeno dal giornale “Il partigiano”, stampato in montagna. Nel giornale si trovò soltanto un cenno di riconoscimento al merito per il Comandante Davide, senza però precisarne la motivazione, mentre della battaglia di Centonoci parlò Radio Londra la sera del 27 dicembre 1944 quando, con il nostro distaccamento, eravamo accantonati nel paese di Magnasco in Val D’Aveto. A quel tempo il mio nome di battaglia era Castagnino .
Nel mese di febbraio lasciai il mio distaccamento, che in quel periodo si trovava nel paese di Castagnello, nelle vicinanze di Paggi, e passai nella Brigata Volante Severino, guidata dal Comandante Gino. La Severino operava alle porte di Genova avendo la sua base tra San Martino di Struppa, Montoggio e Davagna, prevalentemente nei paesi di Campoveneroso, Noci, Canate ecc., poi alla periferia della città stessa: San Siro, Prato, Doria, Ligorna ecc.

Fonte: http://www.comitatoge40.org/Pagine_Ermes.htm

Clicca per visualizzare il casone sulla Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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