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Raimondo Saverino, il primo partigiano caduto della “Cichero”

Nato a Licata (Agrigento) nel 1923, fucilato a Borzonasca (Genova) il 21 maggio 1944.

Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, il ragazzo combatté col 241° Reggimento Fanteria “Imperia”.

Ferito in Grecia nel giugno del 1943, Saverino fu rimpatriato e, quando si fu ristabilito, assegnato ad una compagnia del reggimento, di stanza alla caserma “Piave” di Genova. All’annuncio dell’armistizio, si portò sulle alture di Genova.

Raggiunti i primi partigiani della brigata «Cichero», che si andava costituendo al comando di Giovanni Battista Canepa (“Marzo”), e che sarebbe in seguito diventata la III Divisione Garibaldi, il ragazzo, assunto il nome di battaglia di «Severino», si distinse subito per il suo coraggio.

Catturato una prima volta dai tedeschi durante un rastrellamento, riuscì a fuggire e a tornare alla sua formazione. Il 21 maggio del ’44 “Severino” cadde di nuovo nelle mani dei nazisti, che lo catturarono sui monti della Rondanara (Valle dell’Aveto). Torturato e invano interrogato perché desse ai tedeschi informazioni sulla Resistenza ligure, fu caricato su un camion e portato sulla piazza principale di Borzonasca.
La sua fu una tragica e violenta morte, per mano delle brigate nere guidate dal vessatore Vito Spiotta.


Prima della fucilazione fu preso a sputi e a calci, legato ad una sedia presa dalla chiesa in piazza a Borzonasca (il monumento nell’immagine lo ricorda).
Cominciarono a sparargli dai piedi e sempre più su per dargli il maggior dolore, fino a quando la sedia non si rovesciò e lui morì col viso riverso nel suo stesso sangue.
Il cadavere rimase tre giorni sulla piazza a scopo intimidatorio.
Questo fu l’evento che diede il via alle operazioni di Resistenza armata della Brigata Cichero al grido di “Sutt’a chi tucca“, che poi divenne Divisione sotto la guida di Aldo Gastaldi “Bisagno”.

In sua memoria, i partigiani liguri crearono la «Volante Severino», che avrebbe valorosamente combattuto sino alla liberazione di Genova.

Oggi a Borzonasca la piazza è stata dedicata a Raimondo Saverino ed un monumento lo ricorda sulla facciata del Municipio (vedi foto sinistra in copertina).

Anche a Licata, suo paese natale, un monumento a lui dedicato ricorda quel tragico epilogo (vedi foto destra in copertina).

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I Bombardamenti su Chiavari

Nei primi tempi del conflitto le incursioni aeree sono rare e di lieve entità, ma dall’autunno del 1942 gli anglo-americani intensificano i bombardamenti strategici sulle città Italiane, non solo per distruggere impianti industriali, nodi ferroviari, attrezzature portuali e altri obbiettivi militari, ma anche per indebolire il morale del cosiddetto fronte interno ed esercitare una pressione di tipo terroristico sulla popolazione.

Questa deve essere resa consapevole del fatto che di fronte allo strapotere del potenziale economico e militare Alleato la sconfitta è inevitabile, mentre la conoscenza dei pericoli cui sono esposti i loro cari nelle città deve fiaccare lo spirito combattivo dei soldati al fronte.

Guerra e città, secondo le indicazioni del Moral Bombing britannico, divengono così concetti inseparabili, legati tra loro indissolubilmente dalla necessità di piegare armi e governi nemici deprimendo lo spirito dei cittadini inermi.

E’ indispensabile, afferma la direttiva del Bomber Command britannico del 9 Luglio 1941, abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria. «Grazie alle vittime del massacro si purifica il morale di chi resta, fino alla redenzione». Non è un caso inoltre che gli attacchi più distruttivi sulle città italiane siano portati nel periodo compreso tra il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943, quando, caduti Mussolini ed il regime fascista, si svolgono febbrili trattative segrete tra emissari del nuovo governo italiano ed Alleati, per giungere ad una resa il meno possibile onerosa. I bombardamenti terroristici hanno così anche lo scopo di spingere il governo Badoglio ad una rapida decisione, sulla pelle della popolazione civile.

I bombardieri si accaniscono su Torino, Milano, Genova, Napoli, Palermo e su tutte le città strategicamente importanti, provocando immani distruzioni e un alto numero di morti e feriti, costringendo milioni di persone a sfollare, a lasciare cioè le loro abitazioni in cerca di un nuovo alloggio nelle campagne e nei paesi meno esposti alla minaccia delle bombe.

Qui di seguito pubblichiamo il testo dei report dei bombardamenti Alleati su Chiavari tra i mesi di maggio e luglio 1944:

12/05/44 Twelfth AFAround 730 B-17’s and B-24’s (largestHBforceusedbyFifteenth AFonanydaytothistime)attack ………….. marshalling yard and railroad bridge at Chiavari ….
11/07/44 Twelfth AFWeather again hampers operations. MBsattackM/YatAlessandria,hit approach to railroad bridge at Chiavari, and score near misses on other bridges.

12/07/1944 441 486 487 488 489 P283356 (ALTN) RRB CHIAVARI & ZOAGLI

12/07/1944 442 486 487 488 489 RRB CHIAVARI

15/07/44 Twelfth AF………….. raids which struck bridges at Chiavari ………….
HQ 321st BG War Diary: Four more missions in the Mallory Plan totaled 87 sorties this date. ………………. for the afternoon mission so they turned around and smothered the Chiavari Rail Bridge—alternate target.
321st BG Mission No 441 Date: 15 Jul44 No A/C completing mission: 25 Squadrons: 445- 7 446- 6 447- 6 448- 6Target: ……………….. bombed alt. Chiavari Rd BridgeTime OFF: 1711 T.O.T.: 1900 Time Down:2010

445thBSMissionSummary(OpsOrder 441/mission441)Group Mission # 441: Squadron Mission: 309TARGET: ………………… bombed alt. ChiavariRdBridge Inthesecondmission,7planeswere sent from the squadron on the mission sent to attack the same target this time with a bombing accuracy of 58-%.

447th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Six of our ships participated in a raid on the Chiavari RR Bridge,Good concentration of bombs on west end and west approach. One Cluster over and cutting road north of target and west of road bridge. Bombing accuracy 100%; Mission efficiency – 100 %.

448th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Mission 292 (441): ………………… 12 planes dropped 48 x 1000 bombs on alternate target of Chiavari RR/B at 19:00 hours from 11,000 feet. no flak at alternate, chaffused.


17 luglio 1944, ore 6,40 – non si contano parecchi danni, solo una bomba inesplosa si conficca ad una profondità di due metri sul terreno antistante l’entrata della Caserma di Caperana; l’ordigno verrà poi fatto brillare in una cava di ardesia di Cicagna.

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Fonte:http://www.comune.lavagna.ge.it/sites/default/files/053_VRB%20Cogorno%20GE.pdf

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Chiavari, quella presenza inquietante sulla collina delle Grazie

Come un “grande fratello” che dall’alto controlla ed intimorisce chi sta ai suoi piedi, a Chiavari sulla collina delle Grazie in mezzo alla vegetazione si trovano i resti di un osservatorio affacciato sul mare e sulla città.

Per comprendere appieno cosa questa minaccia rappresentasse per Chiavari e per tutto il golfo del Tigullio è necessario fare un passo indietro di 75 anni.

E’ il 25 aprile 1945, i Partigiani e gli alleati trovano una tenace resistenza prodotta dal fuoco delle batterie tedesche che incessantemente colpiscono dalla zona del Curlo e dalle Grazie.

Sulla sponda chiavarese dell’Entella si apre un fronte di fuoco, sono le postazioni di retroguardia della colonna Pasquali che non permettono alla Brigata Garibaldina “Zelasco” di entrare a Chiavari passando dal ponte, oggi conosciuto come ponte della Libertà.
Nel frattempo sul lato lavagnese dell’Entella, si allineano i carri armati alleati che neutralizzano il fuoco di sbarramento nazi-fascista, questo però li espone al tiro dei tedeschi che cannoneggiano dalle Grazie. La colonna di carri è talmente numerosa che giunge oltre l’altro capo di Lavagna.

Il Comando alleato decide cosi’ di prendere possesso della città bombardandola via mare, ma questa scelta trova la forte opposizione del Comandante Eraldo Fico “Virgola” della Brigata “Coduri” (che da li’ a poco sarebbe diventata Divisione).

“Virgola” riesce a convincere gli alti comandi alleati ad attendere ancora qualche ora, offrendosi di impegnare uomini della Resistenza per liberare una volta per tutte dai nazi-fascisti la città di Chiavari.

Questa scelta comportò vittime tra le fila partigiane ma salvò la popolazione civile dalla distruzione e dalla morte.

Fra le vittime partigiane cadute in quei giorni di Aprile del 1945 si ricordano Ottorino Bersini “Basea” (caduto a Chiavari), Rugi Marino detto Ruggi Mario “Otto” , Antonio Minucci “Scorpione” e Fè Luigi “Furio” (caduti a Lavagna), per conoscere le loro storie e visualizzare nella Mappa digitale la posizione delle lapidi, che ne ricordano il luogo di caduta, clicca sopra i loro nomi.

Per dettagliare meglio quei momenti si riporta qui di seguito un interessante estratto Dal libro: “Cosa importa se si muore” di Mario Bertelloni e Federico Canale (Res Editrice, Milano, 1992):

Mercoledì 25 aprile [1945]. (,,,) La signora Westermann, titolare dell’albergo in via Romana, dove tra l’altro i tedeschi sono di casa, si fa portavoce di una mediazione con il comandante della batteria. Questi, un austriaco, si impegna a non sparare purché non attaccato dai Gap o dai partigiani. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi quando, verso le ore 15, il comandante della batteria del Curlo, tale capitano Campanini, ordina di aprire il fuoco contro le truppe alleate dislocate sul lungomare di Cavi. (…).

Gli alleati centrano un bunker sotto il santuario delle Grazie ma è come aver pescato un jolly perché non riescono a comprendere da dove arrivino le cannonate.

Giovedì 26 aprile. (…) Prima della ritirata, pionieri tedeschi minano le postazioni delle Grazie; sotto il Santuario c’è un’autentica santabarbara. Jan Zacher e Jan Wegner, [polacchi] dell’artiglieria germanica, evitano la distruzione della chiesetta; Wegner taglia con un colpo d’ascia il filo della carica prima che salti tutto in aria e con il commilitone corre a nascondersi. (…) Nove anni più tardi (…) quell’ufficiale tornerà a Chiavari per ringraziare del trattamento riservatogli al momento della cattura (…)

Ecco alcune testimonianze anonime di quei ultimi concitati momenti prima della Liberazione:

“La batteria delle Grazie venne approntata per essere distrutta ed abbandonata la mattina del 25 aprile. L’improvviso apparire delle avanguardie americane a Cavi indusse i tedeschi a rioccupare la posizione ed intervenire bombardando l’Aurelia. L’azione rallentò la progressione degli americani permettendo ad un grosso gruppo (la famosa “colonna Pasquali”) di ritirarsi in direzione di Genova lasciando lo squadrone esplorante divisionale (della divisione Monterosa) a condurre un’azione ritardatrice sulla riva dell’Entella. Con l’approssimarsi del combattimento, la batteria non fu più in grado di supportare i bersaglieri battendo bersagli lungo la foce del fiume, cioè presentanti una notevole depressione. Nel pomeriggio i tedeschi abbandonarono definitivamente la posizione rimuovendo i congegni di sparo dei due pezzi sotto l’azione della controbatteria americana (598° FA Bn). I danni ancor oggi visibili sono stati causati dal tiro diretto degli Tank-Sherman e gli M-10 (Tank Destroyers)  che appoggiarono l’assalto del 2/473° lo stesso giorno”.

Ciò che tenne sotto scacco la lotta di Liberazione fino al 25 Aprile 1945 fu il cannone binato delle Grazie, posto qualche metro sopra il bunker osservatorio.

Era lo stesso che fu installato sugli incrociatori della “Classe Capitani Romani” (2 x 135/45 mm) Mod.OTO-1937 . Quest’arma era considerata la migliore che sia stata costruita nella Seconda guerra mondiale. Aveva una gittata di 20.000 mt. ed era perciò in grado di colpire qualsiasi bersaglio presente nel golfo Tigullio, da Portofino a Sestri Levante.

Mod.OTO-1937

Oltre alla posizione strategica del luogo, i tedeschi scelgono quella postazione del Golfo del Tigullio perchè non trascurarono neppure l’ipotesi di uno sbarco Alleato sulle spiagge di Chiavari, Lavagna e Cavi di Lavagna, i cui alti fondali  ben si prestavano ad una rapida conquista della Via Aurelia e della Ferrovia che transitano, tuttora, a pochi metri dal bagnasciuga. Numerose sono le “tracce” delle difese costiere in cemento armato per contrastare l’eventuale sbarco degli Alleati, come il muraglione anti-sbarco, visibile ancora oggi lungo tutto il litorale.

Proprio per questo timore, lungo la Riviera orientale la Wehrmacht fece costruire numerose tipologie di così dette “casematte” . Le più note avevano forma cubica o circolare con una feritoia rivolta verso al mare da cui spuntava un cannone da 50 mm pronto a fermare gli Alleati sulle nostre spiagge. Molte altre casematte, che affiorano tuttora tra le sterpaglie lungo le spiagge, furono per lo più costruite con tre o quattro feritoie ed erano armate con nidi di mitragliatrici di vario calibro. Le casematte più comuni erano note con il nome di tobruk e s’ispiravano alle postazioni italiane installate durante la Campagna del Nordafrica. L’efficacia di queste piccole fortificazioni convinse i tedeschi ad adottarle anche per la difesa delle coste liguri costruendole in cemento armato e incassandole a terra con piccole “riservette” per le munizioni. Spesso i tobruk venivano costruiti anche per la difesa delle batterie di maggiori dimensioni, mentre altre particolari costruzioni in cemento armato, contenevano una camera di combattimento circolare, dov’erano presenti almeno quattro feritoie armate di mitragliatrici che sbarravano l’accesso alle principali vie di comunicazione litoranee e funzionavano da posti di blocco costieri.

Le maestranze Tedesche, in collaborazione con specialisti dell’Ansaldo, della Oto Melara e dell’Arsenale di La Spezia, allestirono nuove batterie costiere utilizzando l’abbondante numero di pezzi campali catturati al Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943.

La postazione del “Cannone delle Grazie” era rifornita da terra (S.S. Aurelia) e via mare tramite sentieri più o meno nascosti, anche per mezzo di un elevatore ubicato presso una galleria a livello del bagnasciuga. Sono inoltre visibili altri bunker per nidi di mitragliatrici e supporti per apparati di telecomunicazioni. L’osservatorio bunker era munito di telemetro per il calcolo della distanza degli obiettivi.

Qui di seguito alcune immagini recenti del Bunker delle Grazie, dove oltre all’ingresso è ancora ben conservata la piastra del basamento con i perni in acciaio sopra i quali venne posizionato e fissato il telemetro:

La scelta dell’ubicazione del sito fu senza dubbio oculata, poiché i Nazisti tennero conto della vicinanza del Santuario che garantiva l’uso delle varie utenze: luce, gas, acqua e linee telefoniche, oltre alle ben note vie di fuga nelle varie direzioni.

La stato di conservazione di queste costruzioni è di abbandono, l’esterno del bunker risulta essere semi sepolto da terra e detriti anche se il cemento non è deteriorato, il bunker telemetrico ha la facciata rovinata da innumerevoli graffiti.

Clicca qui per visualizzare il luogo sulla Mappa della Resistenza nel Tigullio

Link per alcune fonti ed approfondimenti:

http://mollaii.altervista.org/Sito_Bunker/Chiavari/Bunker3.htm

Foto copertina Di MVSN – http://www.worldwarforum.net/forum/viewtopic.php?f=83&t=10997, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4020524

Foto Mod.OTO-1937 http://www.culturanavale.it/documentazione.php?id=349

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Chi erano i Repubblichini ai quali oggi alcuni dedicano omaggi e corone?

La Storia d’Italia del ventennio fascista racconta tantissime storie di vessazioni e di efferate violenze da parte di atroci assassini, ma chi erano questi delinquenti che pur di difendere la dittatura del duce hanno massacrato ed ucciso migliaia di civili e militari Italiani? Ma soprattutto perché oggi, per un bieco gioco politico, alcuni tentano di avviare la Storia verso il baratro del revisionismo?

Come ho provato a fare con gli articoli fin qui pubblicati, nelle prossime righe cerco di dettagliare la figura di un personaggio, fra i tanti, che nel Tigullio si è contraddistinto per ferocia e crudeltà, incendiario di paesi, fucilatore di carabinieri e civili.

Si tratta del Maggiore Girolamo Cadelo, comandante del Gruppo Esplorante della divisione alpina “Monterosa” nato il 04/06/1906 a Trapani, morto in un agguato Partigiano della Brigata “Berto” dopo il Passo della Forcella il 27 Settembre 1944.

Cadelo era nato in una famiglia dell’aristocrazia siciliana (i baroni dell’Isola di Salina). Fascista integrale e fanatico, aveva partecipato alla campagna sul fronte russo in qualità di ufficiale dei Lancieri di Novara. Dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla neo costituita Repubblica Sociale e fu inserito nella divisione alpina “Monterosa”, una della quattro divisioni dell’esercito repubblicano addestrate in Germania. Alla fine di Luglio 1944, la Monterosa venne schierata lungo la riviera del levante ligure, da Nervi a Bobbio sul fronte orientale e da Levanto a Borgotaro(PR) sul fronte occidentale, per fronteggiare un paventato sbarco anglo-americano e contrastare le incursioni Partigiane delle provincie di Genova e Parma.

Il comando della “Monterosa” ebbe sede a Terrarossa (Carasco) e trattenne come riserva divisionale il gruppo esplorante con sede a Borzonasca, comandato appunto da Cadelo, e il battaglione pionieri del Maggiore Agamennone, con sede a Carasco.

L’ufficiale Repubblichino Cadelo iniziò ad esercitare le sue funzioni mostrando particolare durezza nei confronti della popolazione civile e dei suoi subordinati. L’accanimento e la spietatezza con le quali si impegnò nella repressione del fenomeno resistenziale, seminarono nelle valli Aveto e Trebbia terrore e sgomento.

Domenica 6 agosto a Caregli (Borzonasca), nel pieno svolgimento della festa patronale, Cadelo irruppe nella piccola frazione. Dopo aver chiesto i documenti d’identità a tutti i presenti, individuò tre giovani renitenti alla leva, li apostrofò a dure parole accusandoli di essere i responsabili dell’aggressione di un fascista locale, quindi, dopo sommari accertamenti, li fece fucilare. Da quel giorno la spirale di violenza subì una tragica accelerazione.

Si “guadagnò” il soprannome di “barone nero” o “caramella” (per il monocolo che usava portare sempre con se).

Alla fine dell’Agosto del 1944 quello in Val d’Aveto fu un mese di sangue (leggi qui l’articolo dedicato), un’operazione di rastrellamento interessò le province di Piacenza, Genova, Alessandria, Pavia e Parma. Alla divisione Monterosa venne assegnato il compito di rastrellare le valli Trebbia ed Aveto per poi congiungersi a Bobbio con gli altri reparti provenienti dall’Oltrepò.

Il 27 agosto i partigiani attaccarono una colonna di alpini ad Allegrezze in Val d’Aveto, causando morti e feriti. In ausilio al reparto attaccato venne inviato uno squadrone al comando del maggiore Cadelo che, appena giunto in loco, fece fucilare per rappresaglia Antonio Brizzolara, nativo di Allegrezze (vedi qui la geolocalizzazione del luogo e della lapide). Fu ordinato quindi un pattugliamento concentrato della zona.

Il 29 Agosto presso il ponte di Boschi furono trucidati due ragazzi che transitavano sul greto del fiume Aveto: Ghirardelli Luigi e Pagliughi Mario, quest’ultimo finito con il calcio del fucile, il corpo venne gettato in una scarpata e coperto di pietre.

Quello stesso giorno, i soldati della Monterosa incendiarono la canonica di Brignole nel comune di Rezzoaglio.

Il maggiore Cadelo, accusando la comunità locale di connivenza con i partigiani e infrangendo la parola d’onore con la popolazione impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, il mattino del 29 Agosto 1944, mentre il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare Allegrezze e appiccava il fuoco a tutte le abitazioni della frazione impedendo ai parrocchiani dalle altre frazioni di accorrere in aiuto per spegnere l’incendio.

Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al becchino del paese, ed al figlio Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del Prof.Dott. Vittorio Podestà, si recarono in località “La Cava” per raccogliere il cadavere del Partigiano Berto (di anni 19) che per ordine del su menzionato Maggiore Cadelo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura, la cassa fu fabbricata gratuitamente dallo stesso Costantino Zaraboldi. Un mese dopo, circa, il Zaraboldi e suo padre, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani. Non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Cadelo (che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.

Il 2 Settembre a Santo Stefano d’Aveto l’ufficiale repubblichino Cadelo condannò alla fucilazione il Carabiniere Albino Badinelli, di anni 24 nato ad Allegrezze (a Badinelli è stata recentemente intitolata la caserma dei Carabinieri della Stazione di Santo Stefano d’Aveto, clicca qui per vedere quei luoghi sulla mappa).

Il giorno 7 Settembre altri due civili furono passati per le armi a Rezzoaglio. Dopo la conclusione del rastrellamento il Gruppo Esplorante restò di presidio tra Rezzoaglio, Santo Stefano e Borgonovo. Cadelo insediò dunque il suo comando presso l’albergo Americano di Rezzoaglio ed iniziò a maturare la personale convinzione che la popolazione dell’alta Val d’Aveto, in particolare la comunità di Santo Stefano, fiancheggiasse i partigiani. Fece così arrestare il parroco del paese Don Casimiro Todeschini ed altri 9 residenti, tra uomini e donne, imprigionandoli a Rezzoaglio. Decise inoltre che Santo Stefano avrebbe subito la stessa sorte di Allegrezze; in questo caso però alcuni ufficiali del suo reparto espressero la loro contrarietà.

Il comando della divisione partigiana “Cichero” venne a conoscenza del pericolo che correva il paese. Non si ha la certezza di chi informò i patrioti anche se, recentemente, il partigiano Costante Lunetti “Caronte”,  intervistato per un documentario dedicato al comandante “Bisagno”, ha raccontato che tra gli ufficiali della Monterosa ve ne era uno che informava in anticipo i partigiani su tutte le operazioni della divisione. In ogni caso il comando della “Cichero” stabilì di porre fine al terrore seminato da Cadelo con l’obiettivo di  un’imboscata pianificata per il 27 settembre. L’organizzazione dell’agguato fu rocambolesca. Secondo la cronaca di fonte resistenziale e le testimonianze raccolte da Don Michele Tosi, quel giorno tre patrioti della brigata “Berto” fermarono, presso Cabanne d’Aveto, due militi motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana (Palladini Edmondo e De Luca Giuseppe): due partigiani indossarono le divise tolte ai militi, inforcarono le motociclette e recarono al maggiore Cadelo un falso messaggio che lo convocava presso il comando divisionale di Terrarossa. I “militi” rimontarono poi sulle moto e percorsero la strada a ritroso sino all’altezza del Rio Bottazzo dove abbandonarono i mezzi. Cadelo partì da Rezzoaglio con la sua automobile e la scorta. In località Molini incontrò una pattuglia di alpini che gli comunicarono di aver ritrovato le due moto abbandonate. Egli, intuendo il pericolo, fece ritorno a Rezzoaglio.

Convocò l’arciprete Don Luigi Pagliughi e gli ingiunse di ritrovare i due militi scomparsi, altrimenti avrebbe fatto fucilare i dieci ostaggi arrestati a Santo Stefano, compreso Don Todeschini. Successivamente ripartì per Terrarossa, andando incontro al suo destino in poco oltre il Passo della Forcella.

Tre partigiani si erano appostati nel bosco in prossimità di una curva in località Brizzolara. All’apparire dell’auto del Maggiore, il partigiano “Macario” sparò una raffica di mitragliatore che colpi l’ufficiale seduto accanto all’autista. Cadelo fu trasportato precipitosamente a Chiavari presso l’ospedale della Croce Rossa, dove giunse cadavere.

Da fonti neofasciste i resti mortali del maggiore Cadelo sono stati tumulati nella Cripta della R.S.I. nel cimitero di Genova Staglieno. Precedentemente si trovavano nel cimitero di Chiavari, dove erano stati tumulati immediatamente dopo la morte. In quella cripta del capoluogo dove vergognosamente alcuni esponenti della politica genovese, insieme a gruppi dell’estrema destra neofascista, ogni anno si riuniscono per depositare fiori e corone.

Altrettanto vergognosa e grave è la celebrazione ufficiale che alcune amministrazioni comunali operano ogni 4 novembre, in memoria di fucilatori di civili e militari come appunto quella ai danni del giovane Albino Badinelli, che da Carabiniere eroe sacrificò la propria vita per salvare Santo Stefano d’Aveto dalle fiamme e dalla ferocia assassina degli ufficiali della Repubblica Sociale di Salò.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

(Fonti di questo articolo sono alcuni documenti storici gentilmente concessi da Giorgio “Getto” Viarengo, testimonianze dirette trascritte sui libri di Storia locale e citati anche all’interno della mappa digitale, cosi’ come alcuni passaggi dell’articolo tratto dal n° 36 del 8/11/2018 del settimanale “La Trebbia”)

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RSI e i massacri di civili, qui la storia di un giorno maledetto in Val Graveglia

In foto gli imputati fascisti alla sbarra nel Tribunale di Chiavari il 16 Agosto 1945 (Vito Spiotta primo a sinistra col pizzo, Pino Righi, Enrico Podestà, condannati poi a morte).

Racconti tratti da il Secolo XIX del 8 febbraio 2020, frutto di testimonianze inedite che Guido Lombardi (regista e scrittore) ha raccolto da un’abitante della Val Graveglia testimone di pestaggi da parte delle camice nere fasciste contro inermi civili:

“Mi chiamo Argentina proprio come il Paese sudamericano. Forse i miei vecchi mi hanno dato il nome di un loro sogno mai avverato, cercare fortuna in Argentina. Sono vissuta qui nella valle, sempre in mezzo ai minatori, ne ho sposato anche uno….omissis….Tante cose brutte della gioventù le ho scordate , invece quel giorno maledetto non lo dimenticherò mai, ce l’ho negli occhi come se fosse adesso.

Voglio strapparmi dal cuore una storia tremenda. Era il 1944, avevo vent’anni. Un pomeriggio un camion militare sbuca dalla curva e si ferma a pochi metri da casa nostra a Piandifieno. Dalla cabina di guida scende un uomo dall’aria altezzosa, un aspetto elegante, indossa un cappotto marrone e un cappello beige. Dal cassone saltano a terra sei giovani in camicia nera, hanno un atteggiamento baldanzoso, impugnano i manganelli. Rivolgono gli sguardi verso la curva e sembrano aspettare qualcuno.

Intuisco che sta per succedere qualcosa di insolito. Sulla strada vedo salire un giovane a piedi, l’hanno superato e si sono fermati ad aspettarlo. Infilo la porta di casa, me la chiudo alle spalle , corro per le scale al primo piano per vedere meglio. Quando da dietro alle persiane butto gli occhi giù, il giovane sta già crollando sotto scariche selvagge di manganellate.

Tutti insieme si avventano su di lui, pestano, pestano, colpi sordi che lo spaccano dentro. Massacrato, sanguinante, ridotto a un fantoccio informe, come una bestia, lo trascinano sul bordo strada e lo lasciano morire. Ancora impietrita e tremante, con il respiro che mi muore dentro, vedo un uomo, lo riconosco è di Statale, viene giù sulla strada in direzione opposta, in una mano regge un sacchetto.Sento la voce arrogante del caporione <<Cos’hai li’?>> e indica il sacchetto <<un po’ di riso, me l’ha dato mio fratello di San Salvatore, là qualcosa da mangiare si trova, a Statale è miseria>> , Dice la verità e certo di parlare con persone che non hanno dimenticato del tutto cos’è la compassione.

I fascisti lo guardano con disprezzo, come avesse commesso la più scontata e peggiore delle colpe di questo mondo, ha solo fame.

Con ghigni di scherno e un’aria divertita , gli prendono il sacchetto e lo riempono di botte. Lo picchiano sulla faccia, lo stomaco, le reni, il sangue schizza, gli cola sul viso, sui vestiti. E pensare che era della loro stessa idea, sapevo che aveva simpatie fasciste.

Poco dopo arriva la corriera da Chiavari e si ferma al capolinea, qui alla posta, scende un vecchio contadino e viene in direzione del camion dei fascisti. Uno di loro gli chiede con fare fare provocatorio e un tono sfrontato <<e tu da dove vieni?>> cerca un pretesto qualsiasi <<Sono andato alla Croce Rossa a Chiavari per sapere come posso scrivere a mio figlio che è prigioniero in Germania>> risponde candido il vecchio, convinto che comprendano la sua preoccupazione di padre.

Ma questi sono bestie, non esseri umani e infieriscono sui poveri malcapitati. Guardano il vecchio come un insetto da schiacciare. Io diventata di ghiaccio vedo tutto dalla finestra. Per la terza volta sfogano la loro brutalità, gli danno un sacco di botte, con tutto il disprezzo e la vigliaccheria di cui sono capaci. In sei contro un povero anziano, sotto lo sguardo impietrito del caporione…non si sporca le mani perchè è vestito come un damerino. Girandole di manganellate da rompergli le ossa e altro sangue che cola sulla strada. Non dimenticherò mai tutte quelle chiazze rosse davanti a casa.

Ma il giorno maledetto non è ancora finito. Mia madre era salita a un campo poco sopra la strada per andare a raccogliere delle cipolline novelle, avverte voci, grida e lamenti. Scende giù verso casa per capire cosa stesse succedendo. Cerca subito di fare da scudo per fermare il pestaggio del vecchio.

Come mia madre si mette in mezzo, una delle camicie nere, rivolto agli altri della squadra, grida e ripete con voce alterata <<Questa è una ribelle! Bisogna fucilarla!>>.

L’afferrano e la spingono contro il camion, imbracciano i fucili pronti a spararle come a un animale. So che secondo l’umore del momento a questa gente basta una parola in più o un gesto sbagliato per ammazzarti. Dalla finestra non distinguo la faccia del fascista che grida ribelle contro mia madre.

Corro in strada per salvarla. Da vicino lo riconosco , è di Nascio, il paese più su e abita a Lavagna. Ci deve settecento lire , se li convince a fucilare mia madre estingue il debito. Mi ci butto ai piedi, in ginocchio lo imploro di non farlo, per pietà, che mia madre è una brava donna, piango. Quell’uomo , il fascista di Nascio, è ormai morto, l’ho mandato all’inferno, nessuno preghi per la sua anima.

Anche per me quel giorno infame sta per concludersi con una tragedia. Ma ecco che dopo tutto quel sangue succede un miracolo. L’autista del camion che durante i pestaggi è rimasto al volante, dal finestrino vede mia madre contro il cassonetto con le armi spianate intorno, scende a terra, svelto la prende per un braccio e dice con voce ferma agli altri <<Questa donna non si tocca>> . Con una parola ti ammazzavano con l’altra di salvavano, in quel tempo non eri mai sicuro della tua vita.

Un giorno, la guerra era finita da un po’, sono entrata in un negozio per comprare una cosa, il proprietario dietro il banco mi ha rivolto uno sguardo sorpreso ed imbarazzato. Ci siamo riconosciuti, lui era l’autista del camion della squadraccia fascista, al momento di pagare l’uomo mi ha fissato negli occhi con uno sguardo turbato, quasi impaurito.

Dopo diversi anni da quel tragico giorno, non si aspettava di rivedermi davanti a lui. Gli ricordavo gli anni nefandi della sua vita, quelli da cancellare per sempre. Ha scosso la testa e mi ha detto <<No, lei non mi deve niente, va bene cosi’. Non ci siamo mai visti e anche se ci dovessimo incontrare ancora noi non ci conosciamo>>. Mi ha accompagnato deciso alla porta. Ho mantenuto la promessa e non ho mai rivelato la sua identità. Quella gente cattiva ormai sarà tutta morta.

Quel giorno hanno sfogato la loro bestialità su un giovane lasciato agonizzante sul bordo della strada, colpevole di non essersi arruolato tra quelli di Salò. Poi su un uomo con il sacchetto di riso per sfamare una famiglia, che era pure fascista. Hanno aggredito un vecchio perchè padre di un figlio prigioniero in Germania, che per questo doveva essere un traditore, un nemico.

Non dimenticherò mai il sangue che ho lavato davanti a casa. A me non mi si parli di fascisti.

Sono parole per la memoria di una storia vera ascoltata dalla voce di Argentina alla fine degli anni Novanta, citata per riservatezza solo con il nome di battesimo.

Clicca qui per visualizzare sulla Mappa digitale della Resistenza il luogo di quella tremenda giornata di sangue

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1944, in Val d’Aveto un Agosto di sangue

Fu un Agosto di sangue quello del 1944 in Val d’Aveto (GE).

Siamo nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale e i Nazisti sono in ritirata dietro la linea Gotica dopo un anno dalla caduta del fascismo, con la collaborazione di delatori in camicia nera al servizio di Mussolini e della Repubblica Sociale di Salò si macchieranno di atroci eccidi in tutto il nord Italia.

Una lunga scia di sangue che non risparmierà la popolazione civile ed in particolare i contadini, le figure religiose come i parroci delle frazioni di montagna, le donne prima violentate e poi uccise, una furia omicida che non farà sconti nemmeno ai bambini e ai neonati che in alcune occasioni vengono persino utilizzati come tiro a segno vivente dalle doppiette nazifasciste.

In Val d’Aveto, quello dell’Agosto 1944, fu un mese che rimarrà per sempre nella memoria dei suoi abitanti, i primi a cadere furono i Partigiani che in quell’area operavano a difesa della popolazione che all’improvviso, a seguito dei rastrellamenti nazifascisti, si trova ad essere terreno oggetto di tremende barbarie.

In ordine cronologico il 24 Agosto 1944 la morte del Partigiano Domenico Raggio “Macchia” di Lavagna. La formazione di “Virgola”, in seguito divisione “Coduri”, era stata suddivisa in due distaccamenti dipendenti dalla “Cichero” uno dei quali, comandato dallo stesso “Virgola”, si era attestato al passo dell’Incisa, sulle pendici del Monte Penna.

In quei giorni era infatti iniziato un grande rastrellamento dei nazifascisti, rinforzati da reparti della “Monterosa”, con l’obiettivo di snidare i partigiani dai valichi che controllavano l’accesso alla Riviera Ligure.
Il primo tragico fatto accadde proprio nei giorni in cui erano in atto i preparativi di difesa e fu provocato dal tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese caduto sul Penna. Forse fu l’inesperienza che causò lo scoppio di una bomba che raggiunse in pieno il giovane partigiano “Macchia”, che morì poche ore dopo, mentre Raimondo Giobatta “Piccolo” di Sestri Levante rimase gravemente ferito, tanto che perdette completamente la vista. Rimasero pure feriti “Italo”, “Naccari” e “Billi”.

Il 27 Agosto 1944 la medesima sorte toccò a Brizzolara Andrea di Villanoce colpito a morte da mano sacrilega all’età di 27 anni.

Nella stessa giornata fu la volta del Partigiano Silvio Solimano “Berto” di anni 19, nato a Santa Margherita Ligure ed aggregato alla Brigata Garibaldi “Cichero”, così ne tratteggia l’eroica figura, la motivazione della massima ricompensa al valor militare:

Già noto alle polizie nazifasciste per i suoi sentimenti contrari e ribelli all’oppressore, fu tra i primi animatori del movimento clandestino. Arrestato, riusciva arditamente ad evadere e passava, sprezzante di ogni pericolo, alla lotta aperta nelle formazioni partigiane. Sabotatore audace, combattente valoroso, compiva leggendarie gesta, degne delle tradizioni della sua gente. Durante un rastrellamento effettuato da soverchianti forze nazi-fasciste, che minacciavano di accerchiamento una Divisione partigiana, alla testa di un gruppo di audaci si lanciava eroicamente contro il nemico, che sorpreso da tanto ardimento, si sbandava lasciando sul terreno morti e feriti ed abbondante materiale bellico. Nell’eroico gesto cadeva, colpito in fronte, facendo olocausto della sua giovane esistenza per la salvezza della grande unità partigiana. Fulgido esempio di strenuo valore, di altruismo e di completa dedizione alla causa“. Al giovanissimo partigiano è stata intitolata una via di Genova.

Il 29 Agosto 1944 le case di Allegrezze vengono date alle fiamme dai Nazifascisti, un accadimento che generò altre morti innocenti e che proviamo brevemente qui a riportare grazie al documento dell’A.N.P.I. di Santa Margherita Ligure, che è stato pubblicato nel libro di Marina Marchetti “Sognando la pace… racconti di guerra: 1943-1945”, edito dal Comune di Santa Margherita Ligure nel 2005:

Il Prof. Vittorio Podestà medico chirurgo radiologo sottoscrisse la seguente testimonianza:

Chiavari, 30 giugno 1946
Il sottoscritto dichiara che la sera del 27 agosto 1944 alle ore 17,00 circa venne prelevato (arma alla mano) da due soldati accompagnati da due borghesi che erano stati prelevati in rastrellamento da una colonna di Nazi-Fascisti (Gruppo Cadòlo di Esplorazione della “MONTE ROSA”) ed invitato a recarsi ad Allegrezze D’Aveto per prestare soccorso medico a feriti nel combattimento in corso con un gruppo di Partigiani che aveva aggredito la colonna stessa. – Il sottoscritto era alla Villa D’Aveto dove aveva la propria famiglia sfollata, e da pochi giorni era venuto a visitarla. – Il sottoscritto si fece accompagnare dal figlio del suo padrone di casa Sig. Zaraboldi Costantino ed insieme ai militari e borghesi suddetti si recò ad Allegrezze che dista circa un Kl.m. : Ferveva sempre il combattimento.- Ivi giunto, trovò il Parroco don Primo Moglia dal quale apprese che lui stesso era stato preso in ostaggio dal Comandante della Colonna di Nazi-Fascisti e che mentre veniva condotto a Santo Stefano con la stessa, aveva inizio un fiero combattimento con i Partigiani, per cui la Colonna stessa era stata decimata ed aveva dovuto retrocedere : Il Parroco don Primo allora aveva disposto il raccoglimento dei feriti e dei morti improvvisando in casa sua (Canonica) l’infermeria.- Infatti io trovai nei vari letti e stanze, una quantità di feriti più gravi. – Pregai il Parroco disporre in modo che mi si aprisse la scuola di fronte alla sua Canonica per poter medicare e curare e ricoverare anche gli altri feriti che via, via affluivano portati dai borghesi.- Posso attestare che la Popolazione di Allegrezze guidata dal Suo Parroco fece miracoli in quella sera ed in tutta la notte successiva, mettendo a disposizione i pagliericci e la biancheria occorrente a medicare e
ricoverare ben 37 feriti gravi e portare al cimitero sette morti.- Furono tutti medicati dal sottoscritto con l’aiuto della Popolazione ed in modo speciale del Parroco e di una donna che era stata presa in ostaggio certa Caprini Maria. Nella notte stessa, con l’aiuto dell’interprete Tedesco P. Tomas ROCKERT, il sottoscritto poté ottenere dal tenente Tedesco delle SS che apparteneva al Comando della Colonna stessa, la promessa su Parola d’Onore dello stesso di liberare all’alba gli ostaggi presi e tra questi il Parroco Don Primo Moglia ed il giovane Sacerdote Don Giovanni Barattini di Alpicella : Tutto ciò in premio dell’opera veramente encomiabile prestata da Don Primo e dalla Popolazione della Sua Parrocchia da Lui Guidata.- Infatti, all’alba del giorno dopo, prima di partire (il sottoscritto) per recarsi alla sua abitazione, si accertò personalmente che tale liberazione fosse mantenuta.- Purtroppo, il giorno appresso, venne bruciato il Paese su ordine di un delinquente Italiano che comandava la Colonna : Maggiore Cadèlo, che infrangendo la parola d’onore con il sottoscritto impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, mentre al mattino del 29 Agosto 1944 il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare il Paese e appiccicava il fuoco a tutte le abitazioni della Frazione impedendo ai Parrocchiani dalle altre Frazioni di accorrere in aiuto per spegnere gli incendi. La Chiesa restò salva soltanto perché il Parroco si era adoperato come già detto per i feriti.- Così anche la scuola, la canonica e la stessa sua Vita.- Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al Becchino, ed al Figlio del suo padrone di casa Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del sottoscritto, si recano in località “La Cava” per raccogliere il Cadavere del Partigiano Berto che per ordine del su menzionato Maggiore Cadèlo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura.- La Cassa fu fabbricata dallo stesso Costante Zaraboldi gratuitamente.- Un mese dopo, circa, tanto il sottoscritto (che aveva rimesso di propria tasca tutta la medicazione dei feriti stessi) che il Zaraboldi e il Padre Suo, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani, e non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Maggiore Cadelo*(che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.- In fede di Quanto Sopra sono.
F.to: Prof. Dott. VITTORIO PODESTA’

*Maggiore Cadelo Gerolamo della Divisione Monterosa, con sede a Rezzoaglio.

Il 30 Agosto 1944 fu l’ultimo giorno di vita per il Partigiano Giovanni Galloni “Razza” di Setterone (Bedonia).

 La staffetta “Razza” era arrivata la sera del 29 agosto portando a “Virgola” l’ordine di
resistere sul passo il più a lungo possibile. La mattina dopo iniziò l’attacco nemico e “Razza”, che si preparava a ritornare al comando, venne colpito da una granata che lo uccise sul colpo.
Il suo sacrificio non fu vano, “Virgola” e la sua formazione ben posizionata e mimetizzata
fra i boschi, oppose una tenace resistenza ai tedeschi e agli alpini della “Monterosa” intenti nel massiccio rastrellamento della vallata lasciando sul terreno morti e feriti, mentre fra i partigiani non ci furono ulteriori perdite.

L’ultima tragedia in ordine cronologico fu quella del 2 Settembre 1944, la storia è quella del giovane Carabiniere Albino Badinelli.

Nacque a Allegrezze, frazione di Santo Stefano d’Aveto, il 6 marzo 1920, figlio di Vittorio e Caterina Ginocchio. Al termine degli studi decise di arruolarsi nell’arma dei Carabinieri, e nel 1939 iniziò a frequentare l’Accademia militare di Torino. Il 1 marzo 1940 viene incorporato, quale carabiniere ausiliario a piedi, presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, con la ferma di leva di 18 mesi. Il 10 giugno, con l’entrata in guerra del Regno d’Italia, diviene carabiniere effettivo, e trasferito alla Legione di Messina il 14 dello stesso mese, viene destinato a prestare servizio a Scicli. Il 2 maggio 1941 è trasferito alla Legione di Napoli ed incorporato nel neocostituito XX Battaglione CC. RR. mobilitato, con cui al termine dell’invasione della Jugoslavia raggiunge Zagabria, in Croazia, territorio dichiarato in stato di guerra, il 21 settembre 1941. Assegnato a prestare servizio nella città di Knin, svolse compiti di vigilanza e polizia militare nella zona occupata dalla 12ª Divisione fanteria “Sassari”, dipendente dal IV Corpo d’armata in forza alla 2ª Armata.

Rientrato in Patria è destinato a prestare servizio presso la Legione di Parma, assegnato alla stazione di Santa Maria del Taro, in omonima provincia. Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si diede alla macchia, ma rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Sociale Italiana. All’inizio del 1944 la sua caserma viene attaccata dai partigiani e rimane isolata e senza poter ricevere ordini. Consigliato a rientrare a casa, raggiunse i suoi genitori a Santo Stefano d’Aveto, che lo nascosero. Nei primi giorni di agosto il territorio dei paesi limitrofi di Casoni, Amborzasco e Alpicella d’Aveto, è oggetto di un rastrellamento da parte dei soldati della RSI, che il 27 dello stesso mese scesero verso Santo Stefano d’Aveto. Il giorno 29 i soldati del comandante del gruppo di esplorazione della 4ª Divisione alpina “Monterosa”, maggiore Cadelo (detto “Caramella”), raggiunsero Allegrezze dandolo alla fiamme, si salvarono solo la chiesa e la canonica. Il 2 settembre il maggiore Cadelo emise un ordine perentorio in cui si diceva che se tutti gli sbandati e i renitenti alle armi non si fossero presentati presso il comando, sito nella Casa del Fascio di Santo Stefano d’Aveto, avrebbe fatto fucilare tutti i 20 ostaggi e incendiato il paese. Raggiunto spontaneamente il comando, fu messo a colloquio con Cadelo, il quale appena seppe che era un carabiniere lo considerò un disertore e lo condannò immediatamente a morte tramite plotone di esecuzione. Chiesto di potersi confessare, cosa che gli fu negata, tuttavia ebbe la possibilità di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde che, avvertito da un ragazzo, lo aveva raggiunto presso la Casa del Fascio. Il parroco lo confessò e lo benedisse raccomandandolo alla Vergine di Guadalupe e gli consegnò un crocefisso. Accompagnato dal monsignore fu portato nei pressi del cimitero e posto di spalle contro il muro fu immediatamente fucilato. Poco prima di ricevere la scarica mortale esclamò: Dio perdona loro perché non sanno quello che fanno!. Il corpo fu lasciato esposto per ordine di Cadelo, a monito per la popolazione, ma venne trafugato da alcuni paesani guidati da monsignor Casimiro Todeschini, e posto su una scala di legno fu trasportato a spalla fino ad Allegrezze dove venne sepolto dal locale parroco monsignor Primo Moglia nel cimitero, dopo un breve rito funebre. Lasciava la sua famiglia e la fidanzata Albina.

Il 21 Settembre 2019 la Caserma militare dell’Arma dei Carabinieri viene intitolata proprio ad Albino Badinelli.

Tutti i luoghi, le immagini e le storie riportate in questo articolo sono visualizzabili e raggiungibili grazie alla geolocalizzazione della Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio, clicca qui sopra per vederli.

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“1944: quel luglio di sangue”

Sidolo (Parma), 20 luglio 1944.
Era un giovedì a Sidolo, piccola e sperduta frazione di Bardi (Parma), quando vennero fucilati Gerolamo, di anni 50 e Giovanni Brugnoli,di anni 40, fratelli di mio nonno Francesco.
Insieme a loro morirono il parroco don Giuseppe Beotti, di anni 32; don Francesco Delnevo, borgotarese di anni 57; il chierico Italo Subacchi, di anni 23; i borgotaresi Giuseppe Ruggeri, di anni 44; Bruno Benci, di anni 43 e Francesco Bozzia, di anni 44.
Don Riccardo Molinari, allora parroco di Cereseto, “sulla scorta di testimonianze veritiere di persone che assistettero alle scene svoltesi”, così descrive i fatti verificatisi in questo giorno.
“Una colonna nazi-fascista, dopo aver stampate orme sanguigne su Strela e dintorni, piombava sul paesetto alle ore 6 del mattino. Anche qui gli uomini si erano dati alla macchia per paura dei tedeschi. Rimanevano in paese alcuni vecchi, le donne e i bambini, e in Canonica due Sacerdoti e un Chierico: l’Arciprete don Giuseppe Beotti, il Prevosto di Porcigatone don Francesco Delnevo e Italo Subacchi, alunno del Seminario di Parma .
All’una e mezza circa, un soldato armato fino ai denti, si presentava con aria sospetta alla Canonica per prelevare il Parroco e i due compagni.
Don Giuseppe come un agnello mansueto condotto al macello, seguì il soldato, tra i due confratelli sulla strada che conduce al di là del Rio.
I tre sacerdoti erano stati allineati lungo il muricciolo che protegge un piccolo appezzamento di proprietà della Chiesa.
Su quel Calvario, tra un succedersi continuo di soldati che passavano beffardamente davanti a loro, essi vissero l’ultima ora tragica di vita, in un’angoscia spasmodica attendendo e assaporando la morte goccia a goccia.
Qualcuno poté però notare, di lontano, che a un dato momento essi si scambiarono pietosamente l’assoluzione e si diedero l’abbraccio fraterno.
Perché quell’agonia prolungata per più di un’ora? Quando gli ordini, impazientemente attesi, arrivarono, l’arma scattò e spense freddamente le tre persone sacre.
Tutto ciò senza un giudizio che avesse almeno l’ombra di un processo, senza un’accusa manifestata e senza che i tre imputati potessero avanzare il diritto di una parola in difesa della propria innocenza.
Erano le tre pomeridiane di quel triste giovedì 20 luglio.
Don Giuseppe e don Delnevo, colpiti in parti vitali, erano immediatamente deceduti. Il Chierico Italo Subacchi invece prolungò per parecchio tempo, tra laceranti contrazioni, la sua fine prematura” e qui riprendiamo noi a raccontare le cose.
Il rastrellamento in atto da qualche giorno, ha spinto molti borgotaresi a trovare salvezza sulle alture che circondano il paese. In molti si ritrovano, il giorno 19 a Porcigatone, ritenuta una zona abbastanza sicura. Ma i tedeschi sono impegnati in un’operazione di rastrellamento che dovrebbe interessare ogni vetta, ogni paese, ogni anfratto della valle. Così quel giorno una lunga colonna parte da Borgotaro e s’avvia verso la frazione di Porcigatone.
I fuggitivi intuiscono il pericolo, abbandonano le case e si portano ancora più in alto, verso il Passo del Santa Donna, per trovare riparo tra i boschi. Ma i tedeschi li inseguono, li braccano, costringendoli a dividersi in piccoli gruppi e a tentare vie di fuga diverse.
Sei di loro, insieme al Parroco, oltrepassano il crinale e scendono a Sidolo. Non sono a conoscenza di quanto, in quello stesso giorno, sta succedendo a Compiano e Strela, altrimenti non avrebbero di certo scelto Sidolo come rifugio.
Al loro arrivo nella frazione trovano, infatti, la popolazione in preda al panico e vengono invitati in modo perentorio ad allontanarsi per non creare pericolo.
I sei trovano così riparo fuori dall’abitato, in una capanna dove solitamente veniva ospitato il bestiame.
E’ il 20 luglio, i sei si risvegliano e sanno di dover affrontare una dura giornata. Stanchi, braccati, respinti anche dai compaesani perché la paura sconfigge la generosità, cosa fare? Dove dirigersi?
Ecco la testimonianza dell’unica persona, tra i sei, che riuscirà a sopravvivere.
Antonio Brugnoli (si tratta del padre di Franco), allora ventiquattrenne, racconta:
“Alle prime luci del nuovo giorno – era il 20 luglio – io convinsi i miei compagni che era meglio avvicinarci al paese giacché eravamo tutti stanchi, sfiduciati e affamati. Giungemmo dunque al centro di Sidolo, quando udimmo all’improvviso le grida della gente che annunciavano la presenza dei tedeschi. Scorgemmo soldati ovunque: non potendo fuggire andammo loro incontro nella convinzione di persuaderli facilmente che noi eravamo dei civili innocenti. Sì, però non capirono le nostre parole e ci ammassarono in un campo recintato presso il paese. Un soldato italiano con il quale parlai mi rassicurò e mi invitò alla calma. All’arrivo di una nuova colonna, un ufficiale tedesco gridò: “Kaput!, Kaput!” e noi comprendemmo che le cose si mettevano male. Infatti ci portarono davanti al cimitero di Sidolo, distante poche decine di metri, per fucilarci.

Io ero davanti alla fila a sinistra. All’intimazione dell’alt seguì il caricamento delle armi. Io allora tentai il tutto per tutto: mi gettati a testa bassa giù per un sentiero fiancheggiante il cimitero che scendeva leggermente. Corsi come mai in vita mia mentre le pallottole sibilavano da tutte le parti. Giunsi in un baleno in fondo al sentiero che trovai sbarrato da un cancello: lì terminava la strada. In un attimo presi la decisione di gettarmi al di là di esso in un precipizio profondo una ventina di metri. Dopo un lungo ruzzolone mi trovai in un canale, malconcio ma integro. Ero pieno di vita e mi pareva quasi di essere invulnerabile, giunsero infatti altre raffiche ma non mi colpirono”.

Minor fortuna tocca ai cinque compagni di Antonio Brugnoli. Per loro non c’è pietà alcuna. La raffica li stende a terra, dove rimangono per ore al fiuto dei cani e all’attacco delle mosche. Valerio e sorelle, Mario e Antonio, Giacomo e sorella, un velo di tristezza resterà per anni nei loro sguardi.
Passeranno poche ore e sarà la volta dei tre religiosi dei quali già abbiamo scritto.


Liberamente tratto da: “1944: quel luglio di sangue”, di Giacomo Bernardi – Associazione Ricerche Storiche Valtaresi “A.Emmanueli” (Borgotaro)

Clicca qui per vedere il luogo della fucilazione sulla Mappa digitale

Donne nella Resistenza

Settantamila presero parte ai gruppi di difesa, 35 mila in azioni di guerra partigiana, 19 decorate di medaglia d’oro.

Le Donne che lottarono insieme agli Uomini, accettarono la guerra come individui che accettano responsabilmente e di persona, accettarono la guerra con la sua violenza e la guerra non risparmiò loro alcuna violenza .

Le Donne arrestate, torturate e violentate, furono furono 4.563, le Donne fucilate o che caddero in azioni armate furono 623, le Donne deportate in Germania furono circa 3.000.

Questo il contributo delle Donne alla lotta antifascista di Liberazione.

Di seguito l’elenco delle 19 Donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare (1943-1945) tra cui 15 alla memoria:


Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Reverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari.


Le Donne decorate in vita: Gina Borellini (1924-2007), Carla Capponi (1918-2000), Paola Del Din (1923 – vivente), Vera Vassalle (1920-1985)

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

I Caduti della Divisione Garibaldina Coduri

Sono 84 i Partigiani della Divisione Garibaldina Coduri caduti in combattimento o fucilati per rappresaglia. Nella foto Domenico Raggio “Razza”, primo Partigiano caduto di Lavagna, il 24 Agosto 1944, durante il tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese precipitato sul Monte Penna. Di seguito l’elenco degli 84🇮🇹:

🇻🇳Acquario, Fortunato, nato il 15/09/1924

🇻🇳Annuti, Vittorio, nato il 01/05/1921

🇻🇳Ansaldo, G.B. Tobia, nato il 16/09/1874

🇻🇳Baetta, Ezio, nato il 23/07/1925

🇻🇳Bardelli, Angelo, nato il 13/03/1920

🇻🇳Barletta, Giuseppe, nato il 08/04/1925

🇻🇳Belli, Giovanni, nato il 30/12/1884

🇻🇳Beretti, Armando, nato il 21/04/1906

🇻🇳Berisso, Mario, nato il 10/06/1924

🇻🇳Bersini, Ottorino, nato il 05/11/1925

🇻🇳Bertolone, Enrico, nato il 23/01/1927

🇻🇳Betti, Augusto, nato il 23/10/1924

🇻🇳Bobbio, Giovanni, nato il 03/07/1914

🇻🇳Bordone, Carlo, nato il 27/07/1924

🇻🇳Bordone, Cesare, nato il 13/07/1883

🇻🇳Boschi, Luigi, nato il 17/09/1906

🇻🇳Bucciarelli, Canzio, nato il 30/12/1919

🇻🇳Bucciarelli, Ugo, nato il 09/11/1922

🇻🇳Campodonico, Giacomo, nato il 15/11/1920

🇻🇳Canzio, Antonio, nato il 13/06/1900

🇻🇳Carniglia, Agostino, nato il 03/09/1922

🇻🇳Carniglia, Umberto, nato il 12/09/1915

🇻🇳Cavallero, Lino, nato il 29/10/1921

🇻🇳Cavallero, Pietro, nato il 27/10/1925

🇻🇳Celle, Angelo, nato il 15/04/1924

🇻🇳Ciai, Omero, nato il 07/07/1922

🇻🇳Coduri, Giuseppe (Mario), nato il 17/09/1914

🇻🇳Coduri, Renato, nato il 27/07/1925

🇻🇳Colombo, Renato, nato il 27/02/1925

🇻🇳Corradi, Rosetta, nato il 22/08/1923 (unica Donna caduta)

🇻🇳Dall’Orco, Cesare, nato il 04/01/1924

🇻🇳Daneri, Luigi Giulio, nato il 26/12/1900

🇻🇳De Ambrosis, Giovanni, nato il 06/04/1923

🇻🇳De Lucchi, Primo, nato il 20/04/1926

🇻🇳Fè, Luigi, nato il 07/11/1925

🇻🇳Feci, Francesco, nato il ??/??/1900

🇻🇳Fidanza, Giuseppe, nato il 25/10/1900

🇻🇳Francesconi, Renato, nato il 25/02/1925

🇻🇳Galletti, Savino, nato il 05/12/1917

🇻🇳Galloni, Giovanni, nato il 02/10/1910

🇻🇳Garibotto, Dina, nato il 06/04/1911

🇻🇳Gavignazzi, Alfredo, nato il 07/08/1925

🇻🇳Ghiggeri, Vittorio, nato il 04/11/1918

🇻🇳Giacardi, Emanuele, nato il 07/11/1925

🇻🇳Giovanardi, Edmondo, nato il 18/08/1907

🇻🇳Grillenzoni, Franco, nato il 20/09/1923

🇻🇳Guglielminetti, Primo, nato il 26/10/1899

🇻🇳Labbrati, Erminio, nato il 03/12/1928

🇻🇳Latiro, Giuseppe, nato il 15/10/1921

🇻🇳Lucaccini, Maria, nato il 14/01/1920

🇻🇳Lucini, Raffaele, nato il 20/10/1925

🇻🇳Manzi, Silvio, nato il 24/07/1920

🇻🇳Marselli, Ivo, nato il 29/04/1924

🇻🇳Masi, Giovanni, nato il 04/08/1926

🇻🇳Melechioni, Aldo, nato il 17/06/1909

🇻🇳Merani, Giacomo, nato il 25/03/1924

🇻🇳Milani, Alfonso, nato il 18/09/1924

🇻🇳Minucci, Antonio, nato il 07/11/1924

🇻🇳Moro, Domenico, nato il 23/08/1923

🇻🇳Narciso, Angelo, nato il 05/02/1905

🇻🇳Nicora, Agostino, nato il 23/03/1882

🇻🇳Noceti, Ubaldo, nato il 04/12/1922

🇻🇳Paggi, Agostino, nato il 15/07/1915

🇻🇳Parodi, Luigi, nato il 05/11/1918

🇻🇳Raganti, Giacomo, nato il 28/01/1915

🇻🇳Raganti, Mario Alberto, nato il 17/02/1891

🇻🇳Raggio, Domenico Enrico, nato il 19/01/1920

🇻🇳Renda, Francesco, nato il 16/01/1920

🇻🇳Rescio, Carmine, nato il 25/08/1917

🇻🇳Rezzani, Angelo, nato il ??/??/1925

🇻🇳Rossi, Silvio, nato il 03/03/1924

🇻🇳Rugi, Marino, nato il 24/11/1919

🇻🇳Salino, Pietro, nato il 06/11/1914

🇻🇳Sanguineti, Andrea, nato il 03/05/1897

🇻🇳Sanguineti, Davide, nato il 27/01/1922

🇻🇳Sedini, Dante, nato il 18/01/1905

🇻🇳Sturla, Gino, nato il 14/04/1926

🇻🇳Talassano, Cesare, nato il 31/10/1921

🇻🇳Tasso, Giovanni, nato il 13/01/1892

🇻🇳Terzi, Pietro, nato il 20/11/1883

🇻🇳Vaccaro, Luigi, nato il 10/12/1923

🇻🇳Vascelli, Amedeo, nato il 27/03/1923

🇻🇳Zelasco, Rodolfo Paolo, nato il 02/11/1924

🇻🇳Zolezzi, Evasio, nato il 18/03/1920

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Naufragio Oria, le tre vittime del Tigullio

In questi giorni si celebra la ricorrenza del naufragio della nave Oria. Il naviglio trasportava più di 4.000 soldati IMI (Internati Militari Italiani) che si rifiutavano d’aderire alla Rsi.

Durante il trasferimento in campi tedeschi la nave affonda. Si salveranno solo 48 persone, la tragedia è la più immane della storia del mediterraneo. Tra le vittime tre soldati del Tigullio.

Ricostruzione della cronaca dei fatti di Giorgio Getto Viarengo:

Questa triste pagina del tempo di guerra è davvero poco conosciuta, si tratta della cronaca di una delle navi adibite al trasporto dei militari italiani prigionieri dei tedeschi in Grecia.

Il piroscafo Oria parte dal porto di Rodi l’11 febbraio del 1944, le operazioni di carico prevedono di stipare all’inverosimile le stive della nave, dove sono ammassati i soldati del Campo Raccolta N° 2 di Asguro e di altri quattro Campi dell’Isola di Rodi, per un totale di 4.200 prigionieri.

La rotta programma di raggiungere il porto del Pireo, ma all’altezza di Capo Sounion, durante una furiosa burrasca, il piroscafo naufraga e si inabissa. Qui di seguito il luogo del naufragio da Google Maps:

La carretta del mare si spezza nella zona di prua, da quelle onde e sotto una pioggia battente si salvano 37 soldati italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, tutti i superstiti raggiungono la costa all’altezza dell’isolotto di Patroklos.

Il resto dei deportati perse la vita, tra loro tre soldati della nostra terra:

Bellieni Roberto di Chiavari; Carbone Antonio di Lumarzo e Lombardi Giovanni di Rapallo.

Quella dell’Oria è la più grande tragedia marittima della storia del Mediterraneo, su quella rotta e durante i trasporti dei militari internati italiani si avranno altri naufragi con migliaia di morti.

Il giorno seguente il disastro raggiunge il relitto il rimorchiatore Titan per prestare soccorso e verificare lo stato del disastro. A stendere una prima memoria dei fatti è il macchinista del rimorchiatore Luigi Fiorello, il verbale è compilato a Rodi il 7 giugno del 1944.

Nella ricostruzione puntuale del marittimo si può rivivere il pauroso dramma dell’Oria:”alle sei del mattino del 13 febbraio giunge l’ordine di partire a tutto vapore. Dopo sei ore di navigazione arriviamo sul posto del disastro. Constatiamo che della nave emerge dal mare solo un pezzo di prora e l’albero prodiero. Aggrappato al sartiame scorgiamo un uomo nudo. A causa del mare fortemente agitato può accostare una sola scialuppa, i soccorritori si accertano che nel locale di prora si trovano altri cinque uomini”. La testimonianza continua nella ricerca d’aprire con la fiamma ossidrica un varco, ma le bombole precipitano tra le onde, i soccorritori rientrano al Pireo per tornare il giorno seguente. Con nuovi mezzi si torna sul relitto e si riesce ad aprire un varco che permette l’uscita dei soldati rimasti in vita. Questa testimonianza è ripresa solo nel settembre del 1946 e viene trasmessa alle competenti autorità militari italiane.

Passeranno anni affinché i documenti possano realmente descrivere l’enormità del disastro, le informative alle famiglie giungeranno tardissimo e talvolta incomplete ed errate.

Bellieni Roberto era nato a Chiavari in Via Rivarola, il padre Gaetano era un indoratore, la madre Teresa una maestra. Alla chiamata alle armi, il 10 febbraio del 1939, frequenta la facoltà di chimica industriale a Genova.

Carbone Antonio nasce a Lumarzo il 23 dicembre del 1910, il padre Tommaso e la madre Luigia sono contadini nella frazione Tassorello, Antonio è chiamato alle armi e inviato nella campagna di Grecia.

Lombardi Giovanni nasce a Rapallo il 14 agosto del 1907, il padre Ercole è un muratore residente con la moglie Felicina a San Michele di Pagana, all’età di venticinque anni sposa Giuseppina e si trasferisce a Santa Margherita Ligure dove vivrà sino alla partenza per la campagna di Grecia.

Tutti e tre saranno internati dopo l’otto settembre del 1943 per non aver accettato di combattere con i tedeschi e d’aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dai campi di raccolta in Rodi sono trasferiti col viaggio del Piroscafo Oria e perderanno la vita nel naufragio.

La famiglia di Bellieni non riceverà nessuna notizia del loro figlio Roberto, quando lo stato civile avrà il decreto di morte il padre e la madre erano già deceduti; l’anagrafe di Chiavari riceverà l’atto dalla Commissione Interministeriale per la ricostruzione degli atti di morte il 19 gennaio del 1962, dalla lettura della sentenza leggiamo: “Bellieni Roberto di anni ventiquattro, tenente di complemento appartenente al 18° Gruppo Artiglieri era a bordo del Piroscafo di cui non si conosce il nome, partito da Rodi nel pomeriggio dell’undici febbraio 1944 per trasporto in deportazione di oltre quattromila prigionieri italiani in mano tedesca, detto piroscafo naufragava in prossimità dell’Isola di Goidano Egeo, che il Bellieni non è compreso tra i pochi naufraghi recuperati”.

Le carte che certificavano la morte di Antonio Carbone giungono a Lumarzo il 17 febbraio del 1950, la nota burocratica ci racconta che il soldato era “appartenente al 14° Gruppo 27° Reggimento Artiglieria col grado di Caporale Maggiore, presente sul piroscafo di cui si sconosce il nome, i naufraghi recuperati dai soccorsi e quelli che riuscivano a raggiungere a nuoto la vicina costa non comprendono Antonio Carbone”.

La famiglia di Giovanni Lombardi riceverà notizia il 7 aprile 1947, ancora una nota stringata: “per scomparsa in mare”. Grazie al Gruppo di Ricerca sul naufragio del piroscafo Oria e all’Associazione delle Famiglie è oggi possibile raccontare una verità e restituire alla storia quella drammatica pagina mancante, una pagina dove ritroviamo i nostri Roberto, Giovanni e Antonio, partiti dal Tigullio per morire deportati nel mare Egeo insieme ad altri 4.200 soldati italiani.

Il lavoro di ricerca deve continuare, perché il naufragio dell’Oria non sia una tomba dimenticata e qualcuno dica che non erano partigiani!
-Giorgio Getto Viarengo.

Il piroscafo Oria fu inaugurato originariamente presso un cantiere di Oslo nel 1920 col nome di “Norda 4”. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia, la nave passò in mano alla Germania, che dopo essere stata requisita dalle autorità francesi di Vichy, se ne riappropriò nel 1942, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale.

Quando le truppe tedesche, con a capo il generale Wegener, si stabilirono nell’arcipelago del Dodecaneso, in Grecia, riferirono al Reich la loro preoccupazione per il sovrannumero dei prigionieri italiani, (catturati in seguito al loro rifiuto di unirsi al partito nazista tedesco, dopo l’armistizio del 1943) che avrebbero potuto ribellarsi e indebolirle. Iniziò così il trasporto dei prigionieri dalle isole greche a campi di prigionia in Germania, grazie alle navi mercantili italiane requisite dai nazisti.

Una tra queste fu proprio la Oria, che finì per essere uno dei peggiori disastri navali della storia e il peggiore in assoluto nel Mediterraneo. A bordo vi erano anche l’originario equipaggio norvegese, numerosi soldati sorveglianti tedeschi, e un carico di olii minerali e materiale per le motociclette dell’esercito tedesco. I prigionieri, insieme ai materiali, vennero rinchiusi nelle stive del piroscafo, in condizioni disumane e coi portelli chiusi dall’esterno, in modo che non potessero uscire sul ponte e tuffarsi in mare.

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“L’Eccidio de La Squazza”

15 Febbraio 1945, Eccidio de La Squazza:

Il 14 febbraio 1945 un alpino della Monterosa, certo Mantovani, si trovava in località La Squazza (comune di Borzonasca), diretto verso il passo della Forcella, dove era dislocato un contingente di alpini. Alcuni partigiani lo riconobbero come colui che avevano visto posare il sistema di mine attorno al caposaldo della Forcella.

Decisero allora di catturarlo per farsi rivelare il funzionamento e l’ubicazione esatta del campo minato e organizzarono un agguato. Ma, mentre gli si intimava il “mani in alto!”, apparvero sulla strada un gruppo di militari tedeschi e ne nacque un conflitto a fuoco, nel corso del quale vennero colpiti a morte il Mantovani (probabilmente colpito proprio da un nazista) e un tedesco. I partigiani non accusarono perdite.

La rappresaglia dei nazi-fascisti fu immediata e feroce e il 15 Febbraio dalle carceri di Chiavari vennero presi dieci partigiani che, trasportati su un camion a La Squazza, vennero trucidati.

L’allora vice commissario della “Coduri”, “Miro” racconta che i dieci partigiani fucilati vennero lasciati per ben tre giorni alla vista di tutti, col divieto a chiunque di provvedere alle esequie. La proprietaria dell’albergo de La Squazza tuttavia si era avvicinata ai martiri per cercare di portare loro un qualche, vano, aiuto.

Proprio “Miro”, giunta la notizia, venne incaricato assieme a “Baffo”, inviato dal Comando di Zona, di recarsi sul luogo dell’eccidio per procedere al riconoscimento delle salme.Arrivati in prossimità de La Squazza fortunosamente, dopo essere stati fatti segno dei tiri di mortaio degli alpini della Forcella, i due partigiani usufruirono della guida di un’anziana signora del luogo e la figlia, incontrate sul sentiero, che collaborarono con loro fino a farli avvicinare al luogo della strage.

Queste le parole di “Miro”: «La scena che si presentò ai nostri occhi era veramente straziante: 10 corpi inanimati distesi sulla strada a ridosso del muro, abbandonati. Alcuni erano riversi, altri supini. Rimosse le salme, la prima che attirò la mia attenzione fu quella di “Titti” perché indossava una giacca a vento che gli diedi qualche tempo prima perché privo di indumenti invernali…» Dopo tre giorni le povere salme vennero seppellite sul luogo della fucilazione e, per potere successivamente riconoscerli, si misero nelle casse tante bottigliette di gassosa vuote contenenti un biglietto col nominativo di ciascuno. Queste le dieci vittime:

🇻🇳Acquario Fortunato “Ercole” nato il 15/09/’24 a Carasco, Brigata Zelasco Divisione Garibaldi Coduri

🇻🇳Annuti Vittorio “Califfo” nato il 01/05/’21 a Castiglione Chiavarese, Div. “Coduri”

🇻🇳Beorchia Otello “Venti” nato il 22/11/’14 a Arta (Ud), Div. “Coduri”

🇻🇳Berretti Armando “Quattordici” nato il 21/04/06 a Sant’Anna di Stazzema, Div. “Coduri”

🇻🇳Betti Augusto “Titti” nato il 23/10/’24 a Ponte dell’Olio (Pi), Div. “Coduri”

🇻🇳Colombo Renato “Pesce” nato il 27/02/’25 a Vedano al Lambro (MB), Div “Coduri”

🇻🇳Deambrosis Giovanni “Cian” nato il 06/03/’23 a Sestri Levante, Div “Coduri”

🇻🇳Labbrati Erminio “Spalla” nato il 03/12/’28 a Genova, Div. “Coduri”

🇻🇳Mori Domenico “Lanzi” nato il 23/08/’23 a Sestri Levante, Div. “Coduri”

🇻🇳Noceti Ubaldo “Cobak” nato il 04/12/’22 a Lavagna, Div. “Coduri” –

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Fonte: https://www.anpigenova.it/2019/02/08/eccidio-della-squazza-15-febbraio-1945/

Vera Vassalle, la maestra di Cavi di Lavagna medaglia d’oro al Valor militare

Nata a Viareggio (Lucca) il 21 gennaio 1920, deceduta a Cavi di Lavagna (Genova) nel novembre del 1985, maestra elementare, Medaglia d’oro al Valor militare.

Conseguito il diploma all’Istituto Magistrale di Pisa, Vera non si era dedicata subito all’insegnamento. Era stata, infatti, assunta come impiegata presso la filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca. Lì lavorava al momento dell’armistizio e, nonostante fosse leggermente claudicante per i postumi della poliomielite che l’aveva colpita poco dopo la nascita, si unì subito al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, che sarebbe poi caduto nel novembre del 1944.


A Vera è affidato il compito di raggiungere gli Alleati nell’Italia liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. La ragazza parte da Viareggio il 14 settembre del 1943 e, dopo due settimane, passa il fronte nei pressi di Montella d’Irpinia. Si mette in contatto con ufficiali americani, non vede subito soddisfatte le richieste dei partigiani versiliesi, ma accetta la missione, nome in codice “Rosa”, di coordinare via radio le azioni alleate con quelle partigiane.

Gli Alleati mandano la Vassalle a Taranto, dove gli esperti dell’Oss (il servizio segreto statunitense), la addestrano per un breve periodo. Quindi la ragazza riparte verso la Versilia, attraversando varie città del Meridione, raggiungendo la Corsica e sbarcando infine, da un sommergibile, nei pressi di Castiglion della Pescaia, insieme con un radiotelegrafista. Ha con sé, dissimulata nel bagaglio, l’apparecchiatura ricetrasmittente. Vera sfugge a perquisizioni, supera imprevisti e il 19 gennaio del 1944 è a Viareggio. Ma per qualche tempo, nonostante Vera sia riuscita a prendere i contatti con il CLN regionale toscano e con le formazioni partigiane locali, “Radio Rosa” non entra in funzione per la negligenza del radiotelegrafista.
La Vassalle non si perde d’animo. Riparte da Viareggio per Milano e qui trova un contatto, riesce ad ottenere nuovi piani di trasmissione e, soprattutto, la promessa che le sarà mandato un radiotelegrafista affidabile. Così, a marzo, sull’Alpe delle Tre Potenze, è paracadutato Mario Robello (nome di battaglia “Santa”).

La coppia Vassalle-Robello (si sposeranno nel dopoguerra), darà il via ad un’attività frenetica che, di lì all’estate, significherà oltre trecento messaggi inviati, dai quali deriveranno anche sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri. Il 2 luglio del 1944, anche a seguito di una delazione, la polizia militare tedesca arriva alla postazione della ricetrasmittente. Ma Vera e Mario riescono a mettersi in salvo, dopo aver distrutto i codici e i documenti segreti.

Raggiungono, sulle Apuane, la formazione GL “Marcello Garosi”. Ottenuta un’altra radiotrasmittente, i due continuano la loro preziosissima attività sino alla liberazione di Lucca. Poi Vera Vassalle si sposta a Siena e qui continua la sua opera, sino alla definitiva sconfitta dei nazifascisti, presso il Quartier generale alleato.
Nel dopoguerra, ottenuta l’abilitazione, Vera Vassalle insegna alla scuola elementare Edoardo Riboli di Lavagna e successivamente alla scuola elementare di Cavi di Lavagna, che le è stata intitolata dopo la sua morte.

È decorata di Medaglia d’oro al Valor militare, ma deve conoscere anche odiose misure di discriminazione per il suo passato partigiano, per la sua appartenenza al PCI e per la sua attività nelle file dell’ANPI. Il 29 novembre del 2003 a Vera – la cui vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962 – la Regione Toscana ha assegnato, alla memoria, il “Gonfalone d’Argento”, in occasione della festa regionale dedicata ai disabili.

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Fonte articolo: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2075/vera-vassalle

Pietre d’inciampo digitali, la Shoà nel Tigullio

Il distanziamento sociale, la pandemia e il virus renderanno virtuale la presenza in questa giornata delle Memoria.

Le scuole parteciperanno ad eventi in remoto, cosi’ come chi porterà la propria testimonianza o narrazione.

In questo articolo proviamo a ricordare chi furono i deportati nel Tigullio, la fonte principale di questi dati sono il risultato delle ricerche storiche di Giorgio Getto Viarengo, grazie al quale memorie dimenticate hanno rivisto la luce dopo molti anni.

Nella mappa digitale dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”, sono stati ricollocati nei comuni di prelievo e arresto ogni singolo deportato del Tigullio.

Qui di seguito i link per il tour virtuale:

Calvari, Campo di concentramento n.52

Lavagna – SHOAH – elenco deportati

Chiavari – SHOAH – elenco deportati

Rapallo – SHOAH – elenco dei deportati 

Santa Margherita Lig. -SHOAH – testimonianze

Portofino – SHOAH – Lapide via Luigi Paris

Ruta di Camogli – SHOAH- elenco deportati

Salò e la persecuzione degli Ebrei

Nella mappa potrete vedere anche la posizione geografica e alcune descrizioni sui nove campi di concentramento presenti in Liguria.

Concludiamo riportando qui di seguito alcune riflessioni recentemente condivise sui canali social dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”:

L’Olocausto è stato per lungo tempo oscurato dalle case editrici, solo molti anni dopo la fine della guerra sono stati pubblicati i primi libri, che hanno permesso di ridare luce alla memoria dei deportati.La stessa giornata della memoria è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005.

Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazi-fascista.

Ancora oggi negli ambienti dell’estrema destra, e in alcune fasce della società, il negazionismo della Shoah è presente e radicato. Ci siamo chiesti quindi se esista un possibile parallelo con l’attualità, considerando il negazionismo dilagante, su un evento così traumatico come la pandemia ancora in corso? Lo abbiamo domandato alla Dottoressa in Psicologia clinica di comunità Erika Castorina, qui di seguito la sua risposta⬇️⬇️⬇️:

“Semplicemente” (per modo di dire) viene messo in atto il meccanismo di difesa più accessibile e concettualmente semplice del mondo, ossia la negazione, da cui appunto deriva anche la dicitura “negazionismo”. L’essere umano ricorre a questo meccanismo in modo abbastanza frequente quando non comprende qualcosa di nuovo o quando bisogna accettare qualcosa di troppo “doloroso” o traumatico, come può essere appunto una pandemia mondiale o un evento storico tragico come la Shoah. Tutto ciò rimane ovviamente ad un livello di soglia subconscia, quindi non è un qualcosa che viene smosso da un pensiero logico-razionale o consapevole. Poi c’è da dire che talvolta questa dinamica viene accentuata da una profonda ignoranza di base.””

In conclusione, aggiungiamo noi, tacere senza replicare non si può, replicare riconoscendo legittimità all’orribile menzogna non si sarebbe dovuto.

Come uscirne quindi da questa situazione? Il filosofo Bertrand Russel, una volta disse che la differenza tra stupidi e intelligenti è che i primi sono sempre sicuri, i secondi sono pieni di dubbi.

Il “Proclama Alexander”

OTTANTASETTE i caduti Antifascisti nella sola provincia di Genova nel mese di Dicembre 1944, Trentotto nel mese di Gennaio 1945 e Ventotto nel mese di Febbraio.

Nel Tigullio, le vicende più note furono quelle di:

Rodolfo Zelasco “Barba” della Brigata “Coduri” , caduto il giorno 5 Dicembre presso miniera di Libiola di Montedomenico (Sestri Levante -GE)

Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.

I Dieci caduti nell’eccidio de “La Squazza” (Borzonasca) il 14/02/1945

Acquario Fortunato “Ercole” nato il 25/09/’24 a Carasco, Brigata “Berto”
Annuti Vittorio “Califfo” nato il 01/05/’21 a Castiglione Chiavarese, Div. “Coduri”
Beorchia Otello “Venti” nato il 22/11/’14 a Arta (Ud), Div. “Coduri”
Berretti Armando “Quattordici” nato il 21/04/06 a Sant’Anna di Stazzema, Div. “Coduri”
Betti Augusto “Titti” nato il 23/10/’24 a Ponte dell’Olio (Pi), Div. “Coduri”
Colombo Renato “Pesce” nato il 27/02/’25 a Vedano al Lambro (MB), Div “Coduri”
Deambrosis Giovanni “Cian” nato il 06/03/’23 a Sestri Levante, Div “Coduri”
Labbrati Erminio “Spalla” nato il 03/12/’28 a Genova, Div. “Coduri”
Mori Domenico “Lanzi” nato il 23/08/’23 a Sestri Levante, Div. “Coduri”
Noceti Ubaldo “Cobak” nato il 04/12/’22 a Lavagna, Div. “Coduri”


Il perchè di tanti caduti lo si può spiegare rileggendo la storia di quel periodo, quando gli Alleati per ordine del Generale Alexander emanarono l’omonimo “proclama” di metà novembre 1944, nel quale chiesero ai Partigiani in battaglia dietro la Linea Gotica di abbandonare i monti per la stagione invernale.
Questa decisione spalancò le strade alla furia dei rastrellamenti nazi-fascisti che si accanirono sulle popolazioni di montagna, accusate di aver fiancheggiato i Partigiani nella lotta di Resistenza.
I presidi dei comandi Partigiani rimasti sui monti dovettero affrontare, oltre al rigido inverno, l’impari lotta in solitudine contro l’invasore nazista spalleggiato dall’azione antipatriottica dei repubblichini fascisti.

Le formazioni di liberazione erano mal armate anche perchè i lanci alleati furono fortemente ridotti o in alcuni casi totalmente annullati, e ciò causò numerose vittime tra civili e Partigiani.
Aver ignorato e disatteso il “Proclama Alexander” fu però una delle più grandi vittorie della Resistenza, pur pagandola a caro prezzo.

La scelta degli Alleati, in particolare dei britannici, era quella di bloccare la Resistenza italiana per renderla irrilevante politicamente. Chi combatteva per questo ideale, era di fatto abbandonato a se stesso in nome di interessi geopolitici del dopoguerra, chi invece era “dall’altra parte” e combatteva per un’Italia come era stata, ne approfittò invano per provare a sconfiggere e a spazzar via definitivamente i propri nemici.

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Rinasce il Corpo Volontari per la Libertà

Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) venne istituito il 19 giugno 1944 quale evoluzione del preesistente Comando militare per l’Alta Italia. La decisione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) venne presa per almeno tre motivi:

1) Risolvere il problema del coordinamento delle brigate partigiane che facevano capo ai diversi partiti;

2) Fornire loro, in modo unitario e coordinato, un sostegno logistico, economico e organizzativo;

3) Dar vita a un organismo militare che potesse dialogare ai massimi livelli con il governo Bonomi in carica nell’Italia centromeridionale liberata e con gli alleati, piuttosto restii a riconoscere un ruolo alle organizzazioni partigiane.

Del Comando generale facevano parte sei membri: uno per ciascuno dei partiti della Resistenza (Pci, Psiup, Dc, Partito d’Azione, Pli) più il consigliere militare. In caso di parità la questione veniva rinviata al CLNAI. In meno di un anno, il Comando generale del CVL riuscì a svolgere un ruolo rimarchevole nei confronti delle 110 brigate (oltre diecimila uomini), divenne interlocutore autorevole del governo e degli alleati e rappresentò la fonte in assoluto più accreditata di informazioni e comunicazione nell’ultimo anno di guerra. Il 25 aprile il Comando generale organizzò e guidò l’insurrezione finale in tutte le città del Nord e i suoi membri (Parri, Longo, Mattei, Stucchi, Argenton e Cadorna) aprirono la sfilata partigiana del 6 maggio 1945 a Milano.

Lo stesso 6 maggio, la bandiera del Corpo Volontari della Libertà (oggi custodita nel Museo Sacrario delle Bandiere al Vittoriano) venne decorata dal generale americano Crittenberger con la Medaglia d’Oro, conferita con Decreto Luogotenenziale del 15 febbraio 1945.

Il 15 giugno successivo il Comando si sciolse dopo aver ceduto i suoi poteri alle autorità militari alleate.

Tredici anni dopo, con la legge del 21 marzo 1958, n. 285, il CVL ottiene il riconoscimento giuridico di corpo militare regolarmente inquadrato nelle forze armate italiane. La norma sancisce giuridicamente quello che gli storici avevano già riconosciuto: il fatto, cioè, che la Resistenza italiana è stata un movimento di popolo che riuscì a darsi strutture politiche e militari capaci di essere protagoniste in prima persona, a fianco degli alleati nel processo di Liberazione del Paese.

Al comma 1 della suddetta legge, si recitava: «Il Corpo Volontari della Libertà (CVL) è riconosciuto, ad ogni effetto di legge, come Corpo militare organizzato inquadrato nelle Forze armate dello Stato, per l’attività svolta fin all’insediamento del Governo militare alleato nelle singole località».

L’eredità storica, politica e morale del CVL è stata assunta dall’omonima Fondazione che, costituita a Milano il 18 luglio 1947, aveva il compito di dare sostegno e assistenza ai partigiani in difficoltà e alle famiglie dei caduti e con l’obiettivo di approfondire e perpetuare la storia della Resistenza, la Fondazione ha sempre proseguito e prosegue il suo lavoro.

L’attività della Fondazione riprende oggi, con un nuovo direttivo, il suo cammino di valorizzazione dell’unità militare e politica della Resistenza.

Nel suo editoriale sul sito www.fondazionecvl.it, online da qualche giorno, così scrive il nuovo Presidente della Fondazione, Emilio Ricci:

Nei primi trent’anni della sua vita, la Fondazione CVL, che ho l’onore di presiedere, si dedicò prima di tutto ad aiutare e sostenere (con iniziative assistenziali, economiche e sociali) i combattenti superstiti e le loro famiglie. Poi, col tempo e col venir meno di gran parte dei partigiani combattenti, la CVL ha voluto e dovuto farsi carico di un compito per certi versi anche più difficile: valorizzare, tramandare e tenere vivo il concetto di una Liberazione ottenuta anche grazie al contributo determinante di un esercito popolare.

Oggi si tratta di continuare quest’opera, di farlo con tutti i mezzi a nostra disposizione, di proseguire nel racconto e nella valorizzazione di quanto accadde negli anni della Resistenza ma anche di scoprire, portare alla luce, smascherare e combattere con determinazione i molti e diversi neofascismi che si annidano nella nostra società. Perché c’è il fascismo di chi nega ancora i fatti, di chi dice che la Resistenza fu una questione “tra fascisti e comunisti” e che di fascismo “non si può neanche più parlare” perché “è finito nel 1945”.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

In Foto: Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) nella sfilata del 6 maggio 1945. In prima fila, a simboleggiare l’unità della Resistenza, i rappresentanti delle cinque forze politiche che parteciparono alla lotta di Liberazione, da sinistra: Magg. Mario Argenton (Pli e Formazioni autonome); Giovanni Battista Stucchi (Psiup); Ferruccio Parri (Partito d’Azione); Gen. Raffaele Cadorna (Comandante militare del C.V.L.); Luigi Longo (Pci); Enrico Mattei (Dc); l’ultimo a destra non è identificato. In seconda fila sono riconoscibili, sempre da sinistra: Ilio Barontini (Gap e Sap, con l’impermeabile chiaro), al suo fianco Aldo Lampredi, poi Fermo Solari, l’ultimo a destra è Walter Audisio (tutti e tre componenti del C.V.L.)

Fonti:

https://www.anpi.it/

Don Giovanni Battista Bobbio

Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.

Giovanni Battista Bobbio, da Alessandro e Rachele Zazzoli; nato il 3 luglio 1914 a Bologna.
Sacerdote, studiò nei seminari di Bedonia e di Chiavari.
Nel 1939 venne nominato parrocco di Valletti (SP), «poverissimo villaggio dell’Appennino Ligure».
La zona, nel corso della Resistenza, fu sede del comando della brigata d’assalto Coduri Garibaldi. Divenne attivo collaboratore e cappellano della brigata, favorendo rapporti di reciproca comprensione tra i giovani resistenti e la popolazione.
«Diede un grande apporto al lavoro di costruzione di una nuova vita democratica (giunte popolari, vettovagliamento sulla base della solidarietà, scuole). Fece da intermediario per portare reparti della Divisione alpina “Monterosa”, che presidiavano il passo di Velva e il litorale, ad accordarsi con i partigiani» e a passare nelle file della Resistenza, «così come il 4 novembre 1944 potè avvenire, a Torriglia, per il battaglione “Vestone”.
Confluivano nei suoi tenaci e sempre più pericolosi tentativi, l’aspirazione cristiana e l’aspirazione patriottica a evitare altro spargimento di sangue tra fratelli e a vedere questi altri figli del popolo ricongiunti dalla parte giusta.
Ufficialmente le sue funzioni, nei contatti che senza esito si ripetevano, erano quelle di intermediario: in realtà il nemico sapeva che egli era il cappellano della “Coduri” e al momento della rottura (per l’intervento dei tedeschi e del comando di divisione della “Monterosa”, messi sull’avviso), don Bobbio non nascose il suo sdegno all’ufficiale fascista.

Nel successivo rastrellamento in forze (29-30 dicembre 1944), attuato dai nazifascisti principalmente allo scopo di catturare Don Bobbio, quando fu evidente che Valletti sarebbe stata occupata, il sacerdote non cedette alle insistenze del Comando partigiano di mettersi in salvo: volle restare, sia come estrema difesa per i suoi parrocchiani, sia perché non intendeva ancora rinunciare al suo generoso obiettivo.
La canonica fu presa d’assalto come un fortino, devastata, in seguito data alle fiamme come gran parte del paese.
Don Bobbio, prima di essere trascinato via, dette ancora la sua assistenza a due giovani poi fucilati dai tedeschi e cercò di tranquillizzare la madre.
Il calvario continuò nella notte e durante una sosta lo tennero legato a una palizzata, nel turbine della neve, per i sentieri che attraverso Comuneglia e Cassego portano a Santa Maria del Taro; poi in autocarro fino al carcere di Chiavari e, di lì, dopo due giorni di totale isolamento, al poligono di tiro: fucilato senza processo, il 3 gennaio 1945.
Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
A Chiavari lo ricorda un busto, in Via Medaglie d’Oro davanti al palazzo Comunale, con la seguente epigrafe:
«Quando gli chiesero /al poligono di tiro /se voleva pregare prima di morire /ai nazifascisti rispose /Io sono già a posto con la mia coscienza /ma pregherò per voi /e cadde con le mani in croce /Don Bobbio /parroco di Valletti e della Coduri /a testimoniare /con serena fermezza /cristiana e partigiana /il valore di un’ intesa /salvatrice della patria e dell’umanità».
«Alla fine della guerra i 15 parroci della zona – testimoni della sua azione pastorale – sottoscrissero un documento, che ha tutti i caratteri di un processo canonico, per rendere un sincero tributo di ammirazione alle virtù sacerdotali di quest’umile prete, che fu, soprattutto, il prete dei tempi nuovi».

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Fonti: https://www.storiaememoriadibologna.it/