“E allora le Foibe?”

Almeno una volta nella vita ciascuno di noi ha sentito pronunciare questa frase, un luogo comune, una verità o un falso storico?

Proviamo a ripercorrere quel periodo, una pagina di storia che una parte politica troppo spesso decontestualizza usandola come un manganello, strumentalizzando quei tragici fatti che invece meriterebbero rispetto e dignità.

Di certo, la Storia della prima metà del novecento, ci racconta della creazione nella Sirtica di quindici lager mortiferi per debellare la resistenza di Omar el-Mukhtàr in Cirenaica; l’impiego in Etiopia dell’iprite e di altre armi chimiche proibite per accellerare la resa delle armate del Negus; lo sterminio di duemila monaci e diaconi nella città conventuale di Debrà Libanòs; l’incendio del Narodni dom (casa della nazione) a Trieste il 12 Luglio 1920, da parte del movimento fascista che diede l’avvio alla “bonifica etnica” delle minoranze slave; la consegna ai nazisti, da parte delle autorità fasciste di Salò, di migliaia di ebrei, votati a sicura morte; la repressione nazionalista fascista che portò 100 mila Sloveni, fra cui molti bambini, reclusi nei campi di concentramento di Arbe/isola di Rab (in Dalmazia) dove persero la vita 1435 civili o di Gonars (nel Friuli) e Renicci (Arezzo), e anche la Liguria non ne fu esente (vedi la mappa digitale).

Ciò avvenne con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione dei beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi.

I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti.
Furono concepiti pure disegni di deportazione di massa degli sloveni residenti nella provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell’offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia di Lubiana.
Improntando la propria politica al motto “divide et impera”, le autorità italiane sostennero le forze politiche slovene anticomuniste, specie d’ispirazione cattolica, le quali, paventando la rivoluzione comunista, avevano in quel modo individuato nel movimento partigiano il pericolo maggiore, e si erano rese perciò disponibili alla collaborazione. Esse avevano così creato delle formazioni di autodifesa che i comandi italiani, pur diffidandone, organizzarono nella Milizia volontaria anticomunista, impiegandole con successo nella lotta antipartigiana (fonte relazione della commissione Italo-Slovena).

La morte nei campi italiani sopraggiungeva per malattia ma soprattutto per fame, le calorie giornaliere che potevano assumere gli internati erano circa 800 al giorno, praticamente un terzo di quelle minime necessarie alla sopravvivenza.

Questo, nell’autunno del 1942, portò il tasso di mortalità nei campi di concentramento al 19%, un valore superiore a quello dei lager nazisti (stimata in circa 16 mila vittime).

Cimitero campo di concentramento di ARBE (fonte www.ilconfinepiulungo.it)

La politica di snazionalizzazione operata dal fascismo partì già dagli anni ’20, così nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate rinnovate dopo la prima guerra mondiale.

Le scuole furono tutte italianizzate, gli insegnanti in gran parte pensionati, trasferiti all’interno del regno, licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nel pubblico impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali, case popolari, biblioteche, partiti politici e stampa vennero posti fuori legge. Fu eliminata qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali e proibito l’uso della lingua. Le minoranze slovena e croata cessarono così di esistere come forza politica.

Furono migliaia le vittime della politica di snazionalizzazione e repressione del regime fascista in terra slava, sotto la guida dei generali Roatta e Robotti, che il 4 Agosto 1942 sentenziò: “Si ammazza troppo poco”.

Il generale Robotti fu sempre al comando dell’XI Corpo d’Armata e funse da capo militare nella provincia annessa di Lubiana, occupata dall’esercito regio; in tale veste fece rispettare scrupolosamente le istruzioni del generale Mario Roatta riguardanti i metodi di repressione ed istruì egli stesso le truppe a procedere con durezza contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani.

Il numero delle persone, ad oggi, estratte dalle foibe non è superiore a 600 e non sono tutti italiani, così Scrive Predrag Matvejević nel 2005:

In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). A tal proposito non è raro sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a “decine di migliaia di infoibati”.

Bisogna invece imparare a rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altre ossa e non bisogna dimenticare (a questo serve il ricordo) che dagli anni 20 il fascismo eseguì in quella regione una enorme strage di slavi. Non bisogna nemmeno dimenticare che ad “inventare” il riutilizzo delle foibe (furono usate anche in passato allo stesso scopo) fu, purtroppo, proprio il fascismo.

Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrisse nel 1927:

“La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria” (“Gerarchia”, IX, 1927).

Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto cantate dai gerarchi:

“A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin” (“A Pola c’è l’arena, a Pazina le foibe”) butaremo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime:

… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

Decine di migliaia di slavi furono fucilati dai fascisti, furono 105.000 gli sloveni ed i croati che emigrarono dalle loro terre, furono coinvolti soprattutto giovani ed intellettuali e il collegamento diretto con le persecuzioni politiche del fascismo è ben evidente. Spesso i loro beni venivano confiscati e dati ad italiani (molti anche del sud) che colonizzarono la zona. Quello che poi successe agli italiani nelle foibe fu un’atroce vendetta.

La vendetta va sempre stigmatizzata, ma non deve farci dimenticare ciò da cui è scaturita, soprattutto se un crimine come questo deriva da un crimine ancor più grande.

Le foibe quindi furono senza dubbio un episodio orrendo da parte slava, da condannare “senza se e senza ma”. Un episodio tremendo che si colloca nel contesto storico di 20 anni di violenze, deportazioni ed abusi per mano dei fascisti italiani.

Un episodio nel quale le fonti ufficiali ci indicano tra le 3 e le 5 mila vittime il numero totale di chi fu trucidato, corpi che raggiunsero quelli slavi spinti nel periodo di occupazione dai nazi-fascisti in fondo alla “fossa del cane nero”.

Gli Italiani, oggi, condannano quei crimini perpetrati prima per mano fascista e poi per quelli subiti dal nazionalismo dell’esercito Jugoslavo. Questo sentimento ha trovato conferma il 13 luglio 2020, nelle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della firma del protocollo d’intesa riguardante la restituzione del Narodni Dom alla minoranza linguistica slovena in italia:

La storia non si cancella e le esperienze dolorose, sofferte dalle popolazioni di queste terre, non si dimenticano. Proprio per questa ragione il tempo presente e l’avvenire chiamano al senso di responsabilità, a compiere una scelta tra fare di quelle sofferenze patite, da una parte e dall’altra, l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimento e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro.

Al di qua e al di là della frontiera – il cui significato di separazione è ormai, per fortuna, superato per effetto della comune scelta di integrazione nell’Unione Europea – sloveni e italiani sono decisamente per la seconda strada, rivolta al futuro, in nome dei valori oggi comuni: libertà, democrazia, pace.  Oggi, qui a Trieste – con la presenza dell’amico Presidente Borut Pahor -segniamo una tappa importante nel dialogo tra le culture che contrassegnano queste aree di confine e che rendono queste aree di confine preziose per la vita dell’Europa.

(Nella foto di copertina la stretta di mano tra i due Capi di Stato d’Italia e Slovenia a Basovizza).

Facendo un passo indietro, durante la seconda guerra mondiale, nell’aprile 1941 Germania, Italia e Ungheria invasero la Jugoslavia, la sconfissero e la smembrarono.

L’Italia annesse la provincia di Lubiana e la Dalmazia ed occupò militarmente il Montenegro e parte della Croazia. Le autorità italiane avviarono subito la fascistizzazione della provincia di Lubiana e l’italianizzazione forzata di tutta la Dalmazia.

Contro gli occupatori ebbe presto inizio la ribellione promossa dal movimento partigiano a guida comunista, il cui leader fu Josip Broz, detto Tito. La lotta di liberazione si fondò con una guerra civile che vide gli stessi partigiani jugoslavi battersi contro i domobranci (domobranzi) sloveni, gli ustaša (ustascia) croati (entrambi alleati di tedeschi e italiani) e i četnici (cetnizi) serbi (alleati degli inglesi, ma sostenuti dagli italiani contro i partigiani).

Ciò determinò una terribile ondata di violenza, che coinvolse le forze armate italiane. Queste tennero comportamenti contraddittori: protessero alcune componenti della popolazione, come gli ebrei e molti civili serbi, mentre ne reprimerono duramente altre.

Guerriglia e lotta antipartigiana videro una recrudescenza di episodi di atrocità.

Da parte italiana largo uso venne fatto di rastrellamenti, devastazioni, rappresaglie sanguinose e deportazioni di massa della popolazione dalle zone in cui più forte fu la presenza partigiana.

Dal 1942 nella Venezia Giulia operò il movimento di liberazione jugoslavo, dall’autunno 1943 quello italiano.

CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) si crearono a Gorizia e Trieste, ma non a Pola: in Istria gli antifascisti italiani non riuscirono a dar vita ad una resistenza autonoma. I due gruppi collaborarono nella lotta contro nazisti e fascisti, ma tra loro le differenze strutturali erano evidenti e per questo non riuscirono a dare vita ad una resistenza autonoma.

La resistenza italiana fu pluripartitica, quella jugoslava a guida comunista. Anche gli obbiettivi erano differenti, i partigiani italiani vollero cacciare i tedeschi per costituire uno Stato liberal-democratico e mantenere una sovranità italiana su parte della Venezia Giulia, mentre per i partigiani jugoslavi, si batterono per instaurare un regime comunista.

Dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 Settembre 1943, per circa un mese le parti interne della Venezia Giulia vennero occupate dai partigiani jugoslavi che proclamarono l’annessione della regione alla Jugoslavia ed avviarono l’epurazione dei “nemici del popolo”. Vennero colpiti gerarchi fascisti e loro familiari, rappresentanti dello Stato a tutti i livelli (podestà, segretari comunali, maestri, bidelli, postini), possidenti terrieri e dirigenti industriali, e più in generale figure rappresentative delle comunità italiane.

L’apice di questa epurazione lo si raggiunse nel maggio del 1945, quando per 40 giorni la Venezia Giulia fu sottoposta ad un’amministrazione jugoslava. A sostenere questa repressione la componente slovena, quella croata e la classe operaia di lingua italiana, particolarmente attiva a Trieste.

In quei giorni vennero arrestati più di 10 mila persone, non solo rappresentanti dello stato fascista ma anche esponenti partigiani del CLN italiano e tutti gli antifascisti che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia.

Archivio IRSREC (fonte www.ilconfinepiulungo.it)

In un clima di rivolta contadina in cui si mescolano rancori nazionali, sociali e personali, si sviluppò una repressione organizzata che voleva distruggere ogni traccia di potere italiano. Nella sola provincia di Pola scomparvero più di 500 persone.

Sottoposte a giudizi sommari, vennero fucilati e gettati in cavità minerarie o naturali, note col nome di foibe.

Le foibe quindi furono un orrore e l’esodo un dramma collettivo, e non fu una pulizia etnica ma un’epurazione politica, all’interno di una guerra di proporzioni mondiali, che vide gli Alleati bombardare le città italiane e gli Stati Uniti lanciare le prime bombe atomiche sulla popolazione civile inerme, provocando centinaia di migliaia di vittime, eppure per questo nessuno ha mai pensato di condannare gli Stati Uniti d’America come qualcuno, per beceri interessi politici e mistificatori, prova a fare oggi con le popolazioni comuniste, senza la necessaria distinzione tra i regimi totalitari e, ad esempio, il ruolo centrale che ebbe il PCI nella nascita della Repubblica democratica italiana, prima con la guerra di liberazione e poi nell’assemblea costituente. Come non ricordare a tal proposito Umberto Terracini padre costituente e firmatario della Carta Costituzionale?Come non ricordare i 30 mila partigiani italiani, che combatterono il nazi-fascismo con i partigiani slavi, e di questi ben 10 mila furono i caduti?

⚫️ Nell’invitarvi ad un approfondimento sul tema, grazie ai documenti ed al contributo messo a disposizione dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, tramite la mostra virtuale www.ilconfinepiulungo.it , dal quale abbiamo tratto alcuni passaggi, di seguito vengono riportate frasi e scritti dei protagonisti dell’epoca:

So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori.”
Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia, 1943

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani
Benito Mussolini 1920

« Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore. »
Lettera di un soldato italiano inviata dalla Slovenia a casa nel luglio 1942
E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.

« Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente. »
Lettera di un soldato italiano inviata a casa dalla Slovenia nel luglio 1942
E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.

« ….Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario….. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30 000 persone. »
Generale Mario Roatta Fiume 23 maggio 1942

« …Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori
Temistocle Testa Prefetto di Fiume Proclama n° 2798
30 luglio 1942
Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale, Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2007

« Il giorno 4/6/1942/XX alle ore 13:30 furono incendiati da parte degli squadristi del II° Battaglione di stanza a Cosale le case delle seguenti frazioni del Comune di Primano: Bittigne di Sotto…,Bittigne di Sopra…, Monte Chilovi…, Rattecievo in Monte… […] Durante le operazioni di distruzione … è stata fatta una esecuzione in massa di n. 24 persone appartenenti alle frazioni di Monte Chilovi e Rattecevo in Monte. […] poiché è da temersi una immediata rappresaglia, si prega vivamente di voler inviare con tutta sollecitudine dei rinforzi. »
(IL COMMISSARIO PREFETTIZIO Attilio Orsarri, 5 giugno 1942)
Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, Capodistria, Založba Lipa, 2001

« Le forze armate del Partito fascista repubblicano nell’Adriatesches Küstenland-Litorale Adriatico, dipendenti operativamente dai tedeschi […] svolsero un ruolo mostruoso: quello di consegnare ai tedeschi i loro concittadini; qui più che altrove, essi svolsero opera di fiancheggiamento nelle operazioni di rastrellamento e di fucilazione delle popolazioni civili […] Svolsero questi ruoli, almeno inizialmente, senza nemmeno essere riconosciuti come alleati dai tedeschi, che solo in seguito li considerarono parte integrante delle loro formazioni. »
(da “Dossier Foibe“ di Giacomo Scotti)

« ….. purtroppo non mancarono episodi di brutalità da parte di singoli nostri soldati. In località Pjesivci, alcuni militari della Taro stuprarono due ragazze – Milka Nikcevic e Djuka Stirkovic – per poi ammazzarle sparando loro al seno. Un’altra donna, Petraia Radojcic, fu bruciata viva nella sua casa. A Dolovi Stubicki furono massacrati dieci anziani, uomini e donne. Per aver dato ausilio ai ribelli le popolazioni dei villaggi della Pjesivica furono punite con la requisizione di oltre 1 000 pecore e capre e di 50 bovini.»
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 271.

«….I condannati vengono condotti sull’altura che domina la cittadina, ed io che li vedo passare mentre salgono al luogo del loro supplizio sono addirittura impietrito! Penso che poteva toccare a me l’ingrato compito di comandare il plotone di esecuzione che li ha falciati a dieci per volta: una scena terribilmente squallida che non dimenticherò mai, vivessi mille anni. »
Generale Giovanni Esposto Regio Esercito
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 338.

« Si procede ad arresti, ad incendi, […] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi. »
Umberto Rosin Commissario Civile del Distretto di Logatec (Slovenia) 30 luglio 1942

« Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore. »
Josip Tito Memorie
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 33.

Vera Vassalle, la maestra di Cavi di Lavagna medaglia d’oro al Valor militare

Nata a Viareggio (Lucca) il 21 gennaio 1920, deceduta a Cavi di Lavagna (Genova) nel novembre del 1985, maestra elementare, Medaglia d’oro al Valor militare.

Conseguito il diploma all’Istituto Magistrale di Pisa, Vera non si era dedicata subito all’insegnamento. Era stata, infatti, assunta come impiegata presso la filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca. Lì lavorava al momento dell’armistizio e, nonostante fosse leggermente claudicante per i postumi della poliomielite che l’aveva colpita poco dopo la nascita, si unì subito al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, che sarebbe poi caduto nel novembre del 1944.


A Vera è affidato il compito di raggiungere gli Alleati nell’Italia liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. La ragazza parte da Viareggio il 14 settembre del 1943 e, dopo due settimane, passa il fronte nei pressi di Montella d’Irpinia. Si mette in contatto con ufficiali americani, non vede subito soddisfatte le richieste dei partigiani versiliesi, ma accetta la missione, nome in codice “Rosa”, di coordinare via radio le azioni alleate con quelle partigiane.

Gli Alleati mandano la Vassalle a Taranto, dove gli esperti dell’Oss (il servizio segreto statunitense), la addestrano per un breve periodo. Quindi la ragazza riparte verso la Versilia, attraversando varie città del Meridione, raggiungendo la Corsica e sbarcando infine, da un sommergibile, nei pressi di Castiglion della Pescaia, insieme con un radiotelegrafista. Ha con sé, dissimulata nel bagaglio, l’apparecchiatura ricetrasmittente. Vera sfugge a perquisizioni, supera imprevisti e il 19 gennaio del 1944 è a Viareggio. Ma per qualche tempo, nonostante Vera sia riuscita a prendere i contatti con il CLN regionale toscano e con le formazioni partigiane locali, “Radio Rosa” non entra in funzione per la negligenza del radiotelegrafista.
La Vassalle non si perde d’animo. Riparte da Viareggio per Milano e qui trova un contatto, riesce ad ottenere nuovi piani di trasmissione e, soprattutto, la promessa che le sarà mandato un radiotelegrafista affidabile. Così, a marzo, sull’Alpe delle Tre Potenze, è paracadutato Mario Robello (nome di battaglia “Santa”).

La coppia Vassalle-Robello (si sposeranno nel dopoguerra), darà il via ad un’attività frenetica che, di lì all’estate, significherà oltre trecento messaggi inviati, dai quali deriveranno anche sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri. Il 2 luglio del 1944, anche a seguito di una delazione, la polizia militare tedesca arriva alla postazione della ricetrasmittente. Ma Vera e Mario riescono a mettersi in salvo, dopo aver distrutto i codici e i documenti segreti.

Raggiungono, sulle Apuane, la formazione GL “Marcello Garosi”. Ottenuta un’altra radiotrasmittente, i due continuano la loro preziosissima attività sino alla liberazione di Lucca. Poi Vera Vassalle si sposta a Siena e qui continua la sua opera, sino alla definitiva sconfitta dei nazifascisti, presso il Quartier generale alleato.
Nel dopoguerra, ottenuta l’abilitazione, Vera Vassalle insegna alla scuola elementare Edoardo Riboli di Lavagna e successivamente alla scuola elementare di Cavi di Lavagna, che le è stata intitolata dopo la sua morte.

È decorata di Medaglia d’oro al Valor militare, ma deve conoscere anche odiose misure di discriminazione per il suo passato partigiano, per la sua appartenenza al PCI e per la sua attività nelle file dell’ANPI. Il 29 novembre del 2003 a Vera – la cui vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962 – la Regione Toscana ha assegnato, alla memoria, il “Gonfalone d’Argento”, in occasione della festa regionale dedicata ai disabili.

Clicca qui per visualizzare la lapide sulla Mappa della Resistenza nel Tigullio.

Fonte articolo: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2075/vera-vassalle

Pietre d’inciampo digitali, la Shoà nel Tigullio

Il distanziamento sociale, la pandemia e il virus renderanno virtuale la presenza in questa giornata delle Memoria.

Le scuole parteciperanno ad eventi in remoto, cosi’ come chi porterà la propria testimonianza o narrazione.

In questo articolo proviamo a ricordare chi furono i deportati nel Tigullio, la fonte principale di questi dati sono il risultato delle ricerche storiche di Giorgio Getto Viarengo, grazie al quale memorie dimenticate hanno rivisto la luce dopo molti anni.

Nella mappa digitale dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”, sono stati ricollocati nei comuni di prelievo e arresto ogni singolo deportato del Tigullio.

Qui di seguito i link per il tour virtuale:

Calvari, Campo di concentramento n.52

Lavagna – SHOAH – elenco deportati

Chiavari – SHOAH – elenco deportati

Rapallo – SHOAH – elenco dei deportati 

Santa Margherita Lig. -SHOAH – testimonianze

Portofino – SHOAH – Lapide via Luigi Paris

Ruta di Camogli – SHOAH- elenco deportati

Salò e la persecuzione degli Ebrei

Nella mappa potrete vedere anche la posizione geografica e alcune descrizioni sui nove campi di concentramento presenti in Liguria.

Concludiamo riportando qui di seguito alcune riflessioni recentemente condivise sui canali social dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”:

L’Olocausto è stato per lungo tempo oscurato dalle case editrici, solo molti anni dopo la fine della guerra sono stati pubblicati i primi libri, che hanno permesso di ridare luce alla memoria dei deportati.La stessa giornata della memoria è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005.

Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazi-fascista.

Ancora oggi negli ambienti dell’estrema destra, e in alcune fasce della società, il negazionismo della Shoah è presente e radicato. Ci siamo chiesti quindi se esista un possibile parallelo con l’attualità, considerando il negazionismo dilagante, su un evento così traumatico come la pandemia ancora in corso? Lo abbiamo domandato alla Dottoressa in Psicologia clinica di comunità Erika Castorina, qui di seguito la sua risposta⬇️⬇️⬇️:

“Semplicemente” (per modo di dire) viene messo in atto il meccanismo di difesa più accessibile e concettualmente semplice del mondo, ossia la negazione, da cui appunto deriva anche la dicitura “negazionismo”. L’essere umano ricorre a questo meccanismo in modo abbastanza frequente quando non comprende qualcosa di nuovo o quando bisogna accettare qualcosa di troppo “doloroso” o traumatico, come può essere appunto una pandemia mondiale o un evento storico tragico come la Shoah. Tutto ciò rimane ovviamente ad un livello di soglia subconscia, quindi non è un qualcosa che viene smosso da un pensiero logico-razionale o consapevole. Poi c’è da dire che talvolta questa dinamica viene accentuata da una profonda ignoranza di base.””

In conclusione, aggiungiamo noi, tacere senza replicare non si può, replicare riconoscendo legittimità all’orribile menzogna non si sarebbe dovuto.

Come uscirne quindi da questa situazione? Il filosofo Bertrand Russel, una volta disse che la differenza tra stupidi e intelligenti è che i primi sono sempre sicuri, i secondi sono pieni di dubbi.

Il “Proclama Alexander”

OTTANTASETTE i caduti Antifascisti nella sola provincia di Genova nel mese di Dicembre 1944, Trentotto nel mese di Gennaio 1945 e Ventotto nel mese di Febbraio.

Nel Tigullio, le vicende più note furono quelle di:

Rodolfo Zelasco “Barba” della Brigata “Coduri” , caduto il giorno 5 Dicembre presso miniera di Libiola di Montedomenico (Sestri Levante -GE)

Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.

I Dieci caduti nell’eccidio de “La Squazza” (Borzonasca) il 14/02/1945

Acquario Fortunato “Ercole” nato il 25/09/’24 a Carasco, Brigata “Berto”
Annuti Vittorio “Califfo” nato il 01/05/’21 a Castiglione Chiavarese, Div. “Coduri”
Beorchia Otello “Venti” nato il 22/11/’14 a Arta (Ud), Div. “Coduri”
Berretti Armando “Quattordici” nato il 21/04/06 a Sant’Anna di Stazzema, Div. “Coduri”
Betti Augusto “Titti” nato il 23/10/’24 a Ponte dell’Olio (Pi), Div. “Coduri”
Colombo Renato “Pesce” nato il 27/02/’25 a Vedano al Lambro (MB), Div “Coduri”
Deambrosis Giovanni “Cian” nato il 06/03/’23 a Sestri Levante, Div “Coduri”
Labbrati Erminio “Spalla” nato il 03/12/’28 a Genova, Div. “Coduri”
Mori Domenico “Lanzi” nato il 23/08/’23 a Sestri Levante, Div. “Coduri”
Noceti Ubaldo “Cobak” nato il 04/12/’22 a Lavagna, Div. “Coduri”


Il perchè di tanti caduti lo si può spiegare rileggendo la storia di quel periodo, quando gli Alleati per ordine del Generale Alexander emanarono l’omonimo “proclama” di metà novembre 1944, nel quale chiesero ai Partigiani in battaglia dietro la Linea Gotica di abbandonare i monti per la stagione invernale.
Questa decisione spalancò le strade alla furia dei rastrellamenti nazi-fascisti che si accanirono sulle popolazioni di montagna, accusate di aver fiancheggiato i Partigiani nella lotta di Resistenza.
I presidi dei comandi Partigiani rimasti sui monti dovettero affrontare, oltre al rigido inverno, l’impari lotta in solitudine contro l’invasore nazista spalleggiato dall’azione antipatriottica dei repubblichini fascisti.

Le formazioni di liberazione erano mal armate anche perchè i lanci alleati furono fortemente ridotti o in alcuni casi totalmente annullati, e ciò causò numerose vittime tra civili e Partigiani.
Aver ignorato e disatteso il “Proclama Alexander” fu però una delle più grandi vittorie della Resistenza, pur pagandola a caro prezzo.

La scelta degli Alleati, in particolare dei britannici, era quella di bloccare la Resistenza italiana per renderla irrilevante politicamente. Chi combatteva per questo ideale, era di fatto abbandonato a se stesso in nome di interessi geopolitici del dopoguerra, chi invece era “dall’altra parte” e combatteva per un’Italia come era stata, ne approfittò invano per provare a sconfiggere e a spazzar via definitivamente i propri nemici.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Rinasce il Corpo Volontari per la Libertà

Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) venne istituito il 19 giugno 1944 quale evoluzione del preesistente Comando militare per l’Alta Italia. La decisione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) venne presa per almeno tre motivi:

1) Risolvere il problema del coordinamento delle brigate partigiane che facevano capo ai diversi partiti;

2) Fornire loro, in modo unitario e coordinato, un sostegno logistico, economico e organizzativo;

3) Dar vita a un organismo militare che potesse dialogare ai massimi livelli con il governo Bonomi in carica nell’Italia centromeridionale liberata e con gli alleati, piuttosto restii a riconoscere un ruolo alle organizzazioni partigiane.

Del Comando generale facevano parte sei membri: uno per ciascuno dei partiti della Resistenza (Pci, Psiup, Dc, Partito d’Azione, Pli) più il consigliere militare. In caso di parità la questione veniva rinviata al CLNAI. In meno di un anno, il Comando generale del CVL riuscì a svolgere un ruolo rimarchevole nei confronti delle 110 brigate (oltre diecimila uomini), divenne interlocutore autorevole del governo e degli alleati e rappresentò la fonte in assoluto più accreditata di informazioni e comunicazione nell’ultimo anno di guerra. Il 25 aprile il Comando generale organizzò e guidò l’insurrezione finale in tutte le città del Nord e i suoi membri (Parri, Longo, Mattei, Stucchi, Argenton e Cadorna) aprirono la sfilata partigiana del 6 maggio 1945 a Milano.

Lo stesso 6 maggio, la bandiera del Corpo Volontari della Libertà (oggi custodita nel Museo Sacrario delle Bandiere al Vittoriano) venne decorata dal generale americano Crittenberger con la Medaglia d’Oro, conferita con Decreto Luogotenenziale del 15 febbraio 1945.

Il 15 giugno successivo il Comando si sciolse dopo aver ceduto i suoi poteri alle autorità militari alleate.

Tredici anni dopo, con la legge del 21 marzo 1958, n. 285, il CVL ottiene il riconoscimento giuridico di corpo militare regolarmente inquadrato nelle forze armate italiane. La norma sancisce giuridicamente quello che gli storici avevano già riconosciuto: il fatto, cioè, che la Resistenza italiana è stata un movimento di popolo che riuscì a darsi strutture politiche e militari capaci di essere protagoniste in prima persona, a fianco degli alleati nel processo di Liberazione del Paese.

Al comma 1 della suddetta legge, si recitava: «Il Corpo Volontari della Libertà (CVL) è riconosciuto, ad ogni effetto di legge, come Corpo militare organizzato inquadrato nelle Forze armate dello Stato, per l’attività svolta fin all’insediamento del Governo militare alleato nelle singole località».

L’eredità storica, politica e morale del CVL è stata assunta dall’omonima Fondazione che, costituita a Milano il 18 luglio 1947, aveva il compito di dare sostegno e assistenza ai partigiani in difficoltà e alle famiglie dei caduti e con l’obiettivo di approfondire e perpetuare la storia della Resistenza, la Fondazione ha sempre proseguito e prosegue il suo lavoro.

L’attività della Fondazione riprende oggi, con un nuovo direttivo, il suo cammino di valorizzazione dell’unità militare e politica della Resistenza.

Nel suo editoriale sul sito www.fondazionecvl.it, online da qualche giorno, così scrive il nuovo Presidente della Fondazione, Emilio Ricci:

Nei primi trent’anni della sua vita, la Fondazione CVL, che ho l’onore di presiedere, si dedicò prima di tutto ad aiutare e sostenere (con iniziative assistenziali, economiche e sociali) i combattenti superstiti e le loro famiglie. Poi, col tempo e col venir meno di gran parte dei partigiani combattenti, la CVL ha voluto e dovuto farsi carico di un compito per certi versi anche più difficile: valorizzare, tramandare e tenere vivo il concetto di una Liberazione ottenuta anche grazie al contributo determinante di un esercito popolare.

Oggi si tratta di continuare quest’opera, di farlo con tutti i mezzi a nostra disposizione, di proseguire nel racconto e nella valorizzazione di quanto accadde negli anni della Resistenza ma anche di scoprire, portare alla luce, smascherare e combattere con determinazione i molti e diversi neofascismi che si annidano nella nostra società. Perché c’è il fascismo di chi nega ancora i fatti, di chi dice che la Resistenza fu una questione “tra fascisti e comunisti” e che di fascismo “non si può neanche più parlare” perché “è finito nel 1945”.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

In Foto: Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) nella sfilata del 6 maggio 1945. In prima fila, a simboleggiare l’unità della Resistenza, i rappresentanti delle cinque forze politiche che parteciparono alla lotta di Liberazione, da sinistra: Magg. Mario Argenton (Pli e Formazioni autonome); Giovanni Battista Stucchi (Psiup); Ferruccio Parri (Partito d’Azione); Gen. Raffaele Cadorna (Comandante militare del C.V.L.); Luigi Longo (Pci); Enrico Mattei (Dc); l’ultimo a destra non è identificato. In seconda fila sono riconoscibili, sempre da sinistra: Ilio Barontini (Gap e Sap, con l’impermeabile chiaro), al suo fianco Aldo Lampredi, poi Fermo Solari, l’ultimo a destra è Walter Audisio (tutti e tre componenti del C.V.L.)

Fonti:

https://www.anpi.it/

Don Giovanni Battista Bobbio

Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.

Giovanni Battista Bobbio, da Alessandro e Rachele Zazzoli; nato il 3 luglio 1914 a Bologna.
Sacerdote, studiò nei seminari di Bedonia e di Chiavari.
Nel 1939 venne nominato parrocco di Valletti (SP), «poverissimo villaggio dell’Appennino Ligure».
La zona, nel corso della Resistenza, fu sede del comando della brigata d’assalto Coduri Garibaldi. Divenne attivo collaboratore e cappellano della brigata, favorendo rapporti di reciproca comprensione tra i giovani resistenti e la popolazione.
«Diede un grande apporto al lavoro di costruzione di una nuova vita democratica (giunte popolari, vettovagliamento sulla base della solidarietà, scuole). Fece da intermediario per portare reparti della Divisione alpina “Monterosa”, che presidiavano il passo di Velva e il litorale, ad accordarsi con i partigiani» e a passare nelle file della Resistenza, «così come il 4 novembre 1944 potè avvenire, a Torriglia, per il battaglione “Vestone”.
Confluivano nei suoi tenaci e sempre più pericolosi tentativi, l’aspirazione cristiana e l’aspirazione patriottica a evitare altro spargimento di sangue tra fratelli e a vedere questi altri figli del popolo ricongiunti dalla parte giusta.
Ufficialmente le sue funzioni, nei contatti che senza esito si ripetevano, erano quelle di intermediario: in realtà il nemico sapeva che egli era il cappellano della “Coduri” e al momento della rottura (per l’intervento dei tedeschi e del comando di divisione della “Monterosa”, messi sull’avviso), don Bobbio non nascose il suo sdegno all’ufficiale fascista.

Nel successivo rastrellamento in forze (29-30 dicembre 1944), attuato dai nazifascisti principalmente allo scopo di catturare Don Bobbio, quando fu evidente che Valletti sarebbe stata occupata, il sacerdote non cedette alle insistenze del Comando partigiano di mettersi in salvo: volle restare, sia come estrema difesa per i suoi parrocchiani, sia perché non intendeva ancora rinunciare al suo generoso obiettivo.
La canonica fu presa d’assalto come un fortino, devastata, in seguito data alle fiamme come gran parte del paese.
Don Bobbio, prima di essere trascinato via, dette ancora la sua assistenza a due giovani poi fucilati dai tedeschi e cercò di tranquillizzare la madre.
Il calvario continuò nella notte e durante una sosta lo tennero legato a una palizzata, nel turbine della neve, per i sentieri che attraverso Comuneglia e Cassego portano a Santa Maria del Taro; poi in autocarro fino al carcere di Chiavari e, di lì, dopo due giorni di totale isolamento, al poligono di tiro: fucilato senza processo, il 3 gennaio 1945.
Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
A Chiavari lo ricorda un busto, in Via Medaglie d’Oro davanti al palazzo Comunale, con la seguente epigrafe:
«Quando gli chiesero /al poligono di tiro /se voleva pregare prima di morire /ai nazifascisti rispose /Io sono già a posto con la mia coscienza /ma pregherò per voi /e cadde con le mani in croce /Don Bobbio /parroco di Valletti e della Coduri /a testimoniare /con serena fermezza /cristiana e partigiana /il valore di un’ intesa /salvatrice della patria e dell’umanità».
«Alla fine della guerra i 15 parroci della zona – testimoni della sua azione pastorale – sottoscrissero un documento, che ha tutti i caratteri di un processo canonico, per rendere un sincero tributo di ammirazione alle virtù sacerdotali di quest’umile prete, che fu, soprattutto, il prete dei tempi nuovi».

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Video racconti su Don Bobbio: Racconto di Giordano Bruschi “Giotto”Racconto Tigulliana TV

“Brigata SAP Entella” e i “Gruppi Cavour”, cosa erano?

Quando, nell’ottobre del 1945, la notizia della costituzione di una Commissione ministeriale per il riconoscimento delle qualifiche partigiane arriva in Liguria, sono già da tempo in atto diverse misure di iniziativa locale, indirizzate a certificare e censire i combattenti della lotta di Liberazione.

Nel maggio del 1945, lo stesso Cln (Comitato di Liberazione Nazionale), insediato all’Hotel Bristol, in Via XX Settembre n. 35 Genova, sin dai giorni della liberazione, aveva incaricato Farini Carlo Manes, allora Colonnello Vice Comandante del Cmrl, di presiedere una «Commissione per il riconoscimento del grado ai partigiani formata da un rappresentante per ciascuno dei sei partiti» (verbale riunione Cln Liguria del 26 maggio 1945), anticipando così, in larga misura, l’effettiva composizione indicata, nei mesi a venire, dalle circolari ministeriali.


La misura votata dal Cln si inserisce all’interno di quella serie di provvedimenti, voluti dalle singole Brigate e dalle singole Divisioni e volti a definire gli effettivi partecipanti alla guerra partigiana, con l’intento di realizzarne un quadro definitivo e ufficiale, rispetto ai numerosi enti certificatori locali.
In previsione di ciò, il Comando Generale del Clnai dirama, nei primi giorni di giugno, una circolare indirizzata a tutti i Comandi Militari regionali del Cvl e ai comandi militari territoriali di Torino, Genova, Milano, Udine e Bologna, che mette in guardia, da coloro i quali, «alla resa dei conti si preoccupano di farsi rilasciare al più presto rapporti informativi e dichiarazioni che documentino la loro attività durante il periodo della resistenza» (lettera del 5 giugno 1945 del Clnai, n. prot. 215/0).

La sensazione, comune a molti, infatti era che l’eccessivo numero di tessere rilasciate dalle singole brigate sembra non essere il solo problema da affrontare, a complicare ulteriormente la faccenda contribuiscono, infatti, numerose formazioni e unità, nate a ridosso della Liberazione, che si adoperano per produrre rapidamente certificati e benemerenze di ogni tipo.

Si tratta di organizzazioni non autorizzate dal Cln e spesso legate ai vecchi nomi del fascismo repubblicano quando, nella peggiore delle ipotesi, non direttamente gestite da questi. A Genova, ad esempio, erano emersi i “Gruppi Cavour”, così descritti dalla stampa partigiana:

così come la tartaruga che mette fuori la testa dal guscio quando il pericolo è passato così ora che non ci sono più né tedeschi né fascisti escono fuori i Gruppi Cavour” (“Il Partigiano” 30 Giugno 1945)

Assieme a questi, sorta probabilmente con lo stesso intento, era nata la “Brigata Sap Entella” che si occupava di realizzare tessere e benemerenze a presunti partigiani del levante genovese, senza alcuna approvazione o riconoscimento da parte del Comitato di Liberazione.

Per usare le parole con le quali Roberto Battaglia, all’epoca ai vertici del Servizio assistenza ai partigiani del Ministero per l’assistenza post-bellica, si riferisce alle situazioni locali:

«indubbiamente questo è il problema più delicato lasciatoci in eredità dalla guerra di Liberazione che si è svolta con caratteristiche regionali varie, ora con reparti organizzati in disciplina militare ora con gruppi armati quanto mai fluidi e difficilmente controllabili. Il compito affidato alle commissioni è stato in sostanza quello di regolarizzare una guerra che per sua natura è stata irregolare» (Il Ministero dell’Assistenza per i Partigiani, in “Il partigiano”, 5 ottobre 1946).

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Fonti e bibliografia

In foto l’incontro tra il CLNAI e il CLN del Settembre 1945

  • “Il partigiano”, 30 giugno 1945 e 5 ottobre 1946
  • Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea (Ilsrec):
  • fondo AP (Attività politica), busta 3, fasc. 2
  • fondo Cln, busta 241 fasc. 2, busta 241b, fasc. 5

La Stampa clandestina durante la Resistenza

La lotta di Liberazione si era dotata di uno strumento di controinformazione alla propaganda repubblichina fascista.

Non era inusuale trovare sui manifesti affissi dalle camicie nere sopra le case e i muri delle città, proclami nei quali si intimava la chiamata alle armi al fianco dell’invasore tedesco, oppure minacce di ritorsioni su chi avesse partecipato o sostenuto la causa partigiana.

La lotta clandestina non avveniva solo attraverso la guerriglia ma fu anche una battaglia verbale sul piano della comunicazione, di frequente i suddetti manifesti venivano coperti da altri dalla Resistenza, dove si indicava quello di Salò come uno stato fantoccio al servizio di Hitler e Mussolini.

Nel territorio del Tigullio per le file resistenziali agivano la Divisione “Cichero” e la Divisione “Coduri”, queste due formazioni si dotarono di giornali clandestini denominati “Il Partigiano” e “La Voce Garibaldina“, quale strumento di comunicazione e propaganda Antifascista.

La Voce Garibaldina” aveva cadenza settimanale ed era realizzato con il ciclostile, è impaginato su due colonne e stampato su fogli formato a4, la prima uscita è datata 10 Marzo 1945.
Il responsabile della pubblicazione era l’addetto stampa della Brigata Coduri, Vladimiro Cosso “Miro”(Vice Commisario con funzioni amministrative), compagno per i 69 anni di vita successivi di Irene Giusso “Violetta”.

Il primo numero de “La Voce Garibaldina”

Alcune rubriche sono fisse, come per esempio in prima pagina “L’azione è la nostra miglior difesa”, in cui si raccontano le azioni militari portate a termine dalla formazione. Sempre presente anche la rubrica “La Guerra di Liberazione”, in cui si tratteggia la situazione politica e militare livello nazionale e internazionale. La rubrica “Eroi” ricorda i caduti mentre “Voci della Coduri” da spazio agli scritti dei partigiani. Non mancano gli attacchi alle formazioni della RSI presenti in zona, nello specifico la Divisione Alpina Monterosa.

La nascita del “Il Partigiano” è frutto dell’idea di Anton Ukmar “Miro”, prima capo della Delegazione Garibaldi del triumvirato insurrezionale genovese e poi, dall’agosto 1944, membro del Comando Unificato militare Ligure e comandante della VI Zona Operativa.

Giunto a Bobbio da Genova nel giugno del 1944, Ukmar si prodiga per la realizzazione di un giornale clandestino in grado di diffondere e divulgare gli ideali della lotta di Liberazione e di gettare le basi dell’Italia post bellica.

Il primo numero de “Il Partigiano” esce il 1° agosto 1944 a Bobbio, con il sottotitolo “organo della divisione garibaldina Cichero” e solo nel settembre dello stesso anno, con il numero 7 (27 settembre 1944) appare la dicitura “organo della Sesta Zona Operativa”.

Attorno a “Il Partigiano” viene ben presto a crearsi una vera e propria redazione sotto la direzione di Giovanni Serbandini “Bini”, già responsabile della sezione stampa della 3° divisione garibaldina “Cichero”, nominato in seguito responsabile della sezione stampa e cultura dell’intera VI Zona operativa.

Durante la clandestinità vengono pubblicati 15 numeri, dall’agosto 1944 all’aprile del 1945, distribuiti al costo unitario di una lira. Alla realizzazione del periodico collaborano, tra gli altri, i partigiani Giorgio Gimelli “Gregory”, Mauro Orunesu “Luciano”, Spartaco Franzosi “Spartaco”, Kino Marzullo “Kim”, Stefano Porcù “Nino”; i pittori Nicola Neonato (“Pollaiolo”), Renato Cenni (“Acido”) e Vittorio Magnani (“Marcello”) si occupano dell’impaginazione del foglio e della realizzazione delle illustrazioni che arricchiscono il testo.
La diffusione de “Il Partigiano”, così come il processo di produzione, dipendono fortemente dalle vicende militari che coinvolgono la Zona operativa. La stampa, che avviene in un primo periodo nella Bobbio libera (con una macchina del 1890), viene spostata a Bettola a causa del rastrellamento di agosto 1944 e solo nel novembre dello stesso anno la sede editoriale torna a Bobbio, per poi essere nuovamente spostata nel paese di Scorticata durante il rastrellamento invernale.

Il reperimento di un nuovo ciclostile e le ampliate possibilità permettono, nel marzo del ’45, l’apertura di una seconda tipografia a Foppiano, nei pressi di Gorreto, portando la tiratura a circa 5-6.000 copie e permettendo la diffusione del periodico nelle edicole della Val Trebbia e di Genova.
Nell’aprile del 1945 prende vita anche il supplemento “Stampa Libera”, anch’esso distribuito al costo di una lira. La pubblicazione de “Il Partigiano” prosegue con le stesse finalità nel dopoguerra, quando la testata diventa organo ligure dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
Nonostante la matrice comunista del direttore e dei redattori, “Il Partigiano” mantiene una linea rispettosa delle altre affiliazioni all’interno della Cichero e della Zona Operativa dalla quale scaturisce una prosa brillante e ricca che si sviluppa in numerose rubriche che spaziano dalla memorialistica al bollettino di guerra, senza tralasciare la politica, la cronaca e l’arte partigiana.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Fonte dettagli storici: libri di Resistenza locale e http://www.reteparri.it/

I Bombardamenti su Chiavari

Nei primi tempi del conflitto le incursioni aeree sono rare e di lieve entità, ma dall’autunno del 1942 gli anglo-americani intensificano i bombardamenti strategici sulle città Italiane, non solo per distruggere impianti industriali, nodi ferroviari, attrezzature portuali e altri obbiettivi militari, ma anche per indebolire il morale del cosiddetto fronte interno ed esercitare una pressione di tipo terroristico sulla popolazione.

Questa deve essere resa consapevole del fatto che di fronte allo strapotere del potenziale economico e militare Alleato la sconfitta è inevitabile, mentre la conoscenza dei pericoli cui sono esposti i loro cari nelle città deve fiaccare lo spirito combattivo dei soldati al fronte.

Guerra e città, secondo le indicazioni del Moral Bombing britannico, divengono così concetti inseparabili, legati tra loro indissolubilmente dalla necessità di piegare armi e governi nemici deprimendo lo spirito dei cittadini inermi.

E’ indispensabile, afferma la direttiva del Bomber Command britannico del 9 Luglio 1941, abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria. «Grazie alle vittime del massacro si purifica il morale di chi resta, fino alla redenzione». Non è un caso inoltre che gli attacchi più distruttivi sulle città italiane siano portati nel periodo compreso tra il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943, quando, caduti Mussolini ed il regime fascista, si svolgono febbrili trattative segrete tra emissari del nuovo governo italiano ed Alleati, per giungere ad una resa il meno possibile onerosa. I bombardamenti terroristici hanno così anche lo scopo di spingere il governo Badoglio ad una rapida decisione, sulla pelle della popolazione civile.

I bombardieri si accaniscono su Torino, Milano, Genova, Napoli, Palermo e su tutte le città strategicamente importanti, provocando immani distruzioni e un alto numero di morti e feriti, costringendo milioni di persone a sfollare, a lasciare cioè le loro abitazioni in cerca di un nuovo alloggio nelle campagne e nei paesi meno esposti alla minaccia delle bombe.

Qui di seguito pubblichiamo il testo dei report dei bombardamenti Alleati su Chiavari tra i mesi di maggio e luglio 1944:

12/05/44 Twelfth AFAround 730 B-17’s and B-24’s (largestHBforceusedbyFifteenth AFonanydaytothistime)attack ………….. marshalling yard and railroad bridge at Chiavari ….
11/07/44 Twelfth AFWeather again hampers operations. MBsattackM/YatAlessandria,hit approach to railroad bridge at Chiavari, and score near misses on other bridges.

12/07/1944 441 486 487 488 489 P283356 (ALTN) RRB CHIAVARI & ZOAGLI

12/07/1944 442 486 487 488 489 RRB CHIAVARI

15/07/44 Twelfth AF………….. raids which struck bridges at Chiavari ………….
HQ 321st BG War Diary: Four more missions in the Mallory Plan totaled 87 sorties this date. ………………. for the afternoon mission so they turned around and smothered the Chiavari Rail Bridge—alternate target.
321st BG Mission No 441 Date: 15 Jul44 No A/C completing mission: 25 Squadrons: 445- 7 446- 6 447- 6 448- 6Target: ……………….. bombed alt. Chiavari Rd BridgeTime OFF: 1711 T.O.T.: 1900 Time Down:2010

445thBSMissionSummary(OpsOrder 441/mission441)Group Mission # 441: Squadron Mission: 309TARGET: ………………… bombed alt. ChiavariRdBridge Inthesecondmission,7planeswere sent from the squadron on the mission sent to attack the same target this time with a bombing accuracy of 58-%.

447th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Six of our ships participated in a raid on the Chiavari RR Bridge,Good concentration of bombs on west end and west approach. One Cluster over and cutting road north of target and west of road bridge. Bombing accuracy 100%; Mission efficiency – 100 %.

448th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Mission 292 (441): ………………… 12 planes dropped 48 x 1000 bombs on alternate target of Chiavari RR/B at 19:00 hours from 11,000 feet. no flak at alternate, chaffused.


17 luglio 1944, ore 6,40 – non si contano parecchi danni, solo una bomba inesplosa si conficca ad una profondità di due metri sul terreno antistante l’entrata della Caserma di Caperana; l’ordigno verrà poi fatto brillare in una cava di ardesia di Cicagna.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Fonte:http://www.comune.lavagna.ge.it/sites/default/files/053_VRB%20Cogorno%20GE.pdf

L’elezione a Comandante di Eraldo Fico “Virgola”

Borgotaro, Monte Penna e Iscioli, i luoghi e i fatti che determinarono l’elezione di Eraldo Fico “Virgola” a Comandante della Formazione Partigiana nota poi come “Brigata Coduri”, divenuta Divisione dal 24 Aprile 1945:

Verso i primi di Luglio del 44′ una cinquantina di partigiani del casone di Sesco si avviarono verso Codivara nel comune di Varese Ligure per incontrarsi con Italo. L’incontro col gruppo comandato da Bruno avvenne a Comuneglia. Italo prima di procedere al riassetto e all’organizzazione della formazione spiegò ai partigiani che era necessario darsi un nome di battaglia per ragioni di necessità contingenti.
Giovanni Sanguineti assunse il nome di battaglia di « Bocci », Eraldo Fico « Virgola», Giovanni Agazzoni «Moschito», Italo Fico « Naccari » e così via per tutti gli appartenenti alla banda. Indi si passò all’assegnazione dei posti di comando: comandante della formazione fu nominato Bruno (Bruno Solari di Chiavari), ex ufficiale del Regio Esercito forse laureato in ingegneria; si trovava in quel tempo a Comuneglia, al comando di una quindicina di bersaglieri, disertori dalle file dell’esercito della R.S.I. con i quali aveva costituito un gruppo di sabotatori, vice comandante fu eletto «Virgola» (Eraldo Fico), commissario politico Italo (Arpe Armando), capo di stato maggiore Bocci (Giovanni Sanguineti). Vennero nominati anche dei capi squadra tra cui Giuseppe Coduri.

Il 10 Luglio 1944 la formazione, forte di una settantina di effettivi, rientra a Iscioli nel comune Né dove provvisoriamente si disloca.

“II 15 luglio 44′ giunse a Iscioli una staffetta di Bill, comandante di una formazione partigiana che operava sul Penna e nella valle del Taro, per chiedere aiuti alla formazione di «Bruno» in quanto circa 150 uomini della « Centocroci » e di «Bill» erano impegnati da 4 giorni a contendere il passaggio a preponderanti forze tedesche della 42a Divisione « Alpenjager » alla strettoia della Pelosa nei pressi di Pontestrambo. A Borgotaro era stata costituita di recente una repubblica partigiana (Libero Territorio della Valtaro) con la collaborazione delle forze della Resistenza operanti in quella zona.
Ciò non piacque ai tedeschi che per debellare le forze partigiane inviarono ingenti forze allo scopo di occupare Borgotaro. Gli uomini di Beretta e di Bill contesero il passaggio ai tedeschi dall’11 al 15 luglio provocando al nemico ingenti perdite (si dice circa un centinaio di morti e 84 prigionieri). A causa della scarsità di munizioni e sull’orlo del tracollo fisico Beretta e Bill chiesero aiuto un po’ ovunque nel tentativo di far desistere i tedeschi dal loro intento di occupare Borgotaro.
Alla richiesta di aiuti il comandante « Bruno » si dimostrò titubante facendo ritardare l’intervento dei suoi uomini. Il vice comandante « Virgola » e il commissario « Italo » partirono invece alla testa di un forte gruppo per portare aiuto a Bill e Beretta.
Ma quando giunsero sul luogo, questi ultimi si erano già ritirati. I tedeschi apertasi la via per la valle del Taro procedettero immediatamente a rappresaglia contro una famiglia che abitava nelle vicinanze del combattimento, passandola interamente per le armi, compreso un anziano Ottantenne e un bambino di soli 3 anni.
Indi avanzarono verso Borgotaro occupandola e dando fine alla Repubblica Partigiana. Su questo episodio Arpe Armando (Italo), racconta nelle sue memorie: « I componenti del nostro gruppo non furono affatto contenti del comportamento del comandante «Bruno», ed io, intuendo il malumore e il risentimento degli uomini, me ne preoccupai molto.
Ne parlai a « Bruno » ma costui non intendeva modificare il proprio atteggiamento. Ricordo che fu proprio «Gronda» a dirmi: “Da noi il vice comandante e il commissario sono sempre presenti alle azioni, e il comandante dov’è?”. Intanto la formazione, forte ormai di circa 110 effettivi, si sposta da Iscioli a Velva con lo scopo, seppure impegnativo, di occupare il passo di Velva, nodo stradale strategico per l’accesso alla Val di Vara. Arrivati a Velva, il malumore contro il comandante « Bruno » si intensificò. In tale situazione – continua
« Italo » – con un comandante che non godeva la stima e la fiducia dei partigiani, ne trassi la conclusione che bisognava arrivare ad una decisione.
Ne parlai a « Virgola » e quindi mi recai a Loto in cerca di Sanguineti Giovanni “Bocci”, ove costui aveva un recapito per il collegamento con il C.L.N. e altri organi insurrezionali e di partito dai quali riceveva disposizioni e aiuti per la nostra formazione. Gli spiegai la situazione insostenibile che si era venuta a creare nella banda. Egli convenne con me di adottare una soluzione radicale del caso: procedere ad elezione democratica del comandante.


Ritornai a Velva, riunii la formazione sul prato antistante il Santuario, esposi agli uomini la situazione determinatasi e la necessità di procedere ad elezioni democratiche del comandante. L’elezione si svolse a scrutinio segreto, ritagliati tanti bigliettini, li distribuii a tutti i compagni indi li posi in
un cappello e alla presenza di « Bruno » e di « Virgola », estrassi i risultati. Tutti meno 4, elessero « Virgola » comandante della formazione.
«Bruno» e i suoi tre elettori abbandonarono la formazione il giorno dopo e rientrarono a Cichero ove costituirono la squadra sabotatori della divisione omonima.


L’elezione lascia trasparire i presupposti democratici che stavano scaturendo da coscienze in fase di rinnovamento, da coscienze libere e autonome che stavano creando le prospettive della futura Italia democratica. La formazione, in quel contesto sociale e storico, stava assumendo le caratteristiche di un vero e proprio esercito popolare di Liberazione che aspirava ad una radicale trasformazione politica e sociale del Paese, allontanando dalle proprie file quegli elementi dirigenti ancorati e fissati alla vecchia tradizione politica e militare
“.

Liberamente tratto dal Libro “Storia della divisione Garibaldina Coduri” di Amato Berti e Marziano Tasso

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.