I Bombardamenti su Chiavari

Nei primi tempi del conflitto le incursioni aeree sono rare e di lieve entità, ma dall’autunno del 1942 gli anglo-americani intensificano i bombardamenti strategici sulle città Italiane, non solo per distruggere impianti industriali, nodi ferroviari, attrezzature portuali e altri obbiettivi militari, ma anche per indebolire il morale del cosiddetto fronte interno ed esercitare una pressione di tipo terroristico sulla popolazione.

Questa deve essere resa consapevole del fatto che di fronte allo strapotere del potenziale economico e militare Alleato la sconfitta è inevitabile, mentre la conoscenza dei pericoli cui sono esposti i loro cari nelle città deve fiaccare lo spirito combattivo dei soldati al fronte.

Guerra e città, secondo le indicazioni del Moral Bombing britannico, divengono così concetti inseparabili, legati tra loro indissolubilmente dalla necessità di piegare armi e governi nemici deprimendo lo spirito dei cittadini inermi.

E’ indispensabile, afferma la direttiva del Bomber Command britannico del 9 Luglio 1941, abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria. «Grazie alle vittime del massacro si purifica il morale di chi resta, fino alla redenzione». Non è un caso inoltre che gli attacchi più distruttivi sulle città italiane siano portati nel periodo compreso tra il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943, quando, caduti Mussolini ed il regime fascista, si svolgono febbrili trattative segrete tra emissari del nuovo governo italiano ed Alleati, per giungere ad una resa il meno possibile onerosa. I bombardamenti terroristici hanno così anche lo scopo di spingere il governo Badoglio ad una rapida decisione, sulla pelle della popolazione civile.

I bombardieri si accaniscono su Torino, Milano, Genova, Napoli, Palermo e su tutte le città strategicamente importanti, provocando immani distruzioni e un alto numero di morti e feriti, costringendo milioni di persone a sfollare, a lasciare cioè le loro abitazioni in cerca di un nuovo alloggio nelle campagne e nei paesi meno esposti alla minaccia delle bombe.

Qui di seguito pubblichiamo il testo dei report dei bombardamenti Alleati su Chiavari tra i mesi di maggio e luglio 1944:

12/05/44 Twelfth AFAround 730 B-17’s and B-24’s (largestHBforceusedbyFifteenth AFonanydaytothistime)attack ………….. marshalling yard and railroad bridge at Chiavari ….
11/07/44 Twelfth AFWeather again hampers operations. MBsattackM/YatAlessandria,hit approach to railroad bridge at Chiavari, and score near misses on other bridges.

12/07/1944 441 486 487 488 489 P283356 (ALTN) RRB CHIAVARI & ZOAGLI

12/07/1944 442 486 487 488 489 RRB CHIAVARI

15/07/44 Twelfth AF………….. raids which struck bridges at Chiavari ………….
HQ 321st BG War Diary: Four more missions in the Mallory Plan totaled 87 sorties this date. ………………. for the afternoon mission so they turned around and smothered the Chiavari Rail Bridge—alternate target.
321st BG Mission No 441 Date: 15 Jul44 No A/C completing mission: 25 Squadrons: 445- 7 446- 6 447- 6 448- 6Target: ……………….. bombed alt. Chiavari Rd BridgeTime OFF: 1711 T.O.T.: 1900 Time Down:2010

445thBSMissionSummary(OpsOrder 441/mission441)Group Mission # 441: Squadron Mission: 309TARGET: ………………… bombed alt. ChiavariRdBridge Inthesecondmission,7planeswere sent from the squadron on the mission sent to attack the same target this time with a bombing accuracy of 58-%.

447th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Six of our ships participated in a raid on the Chiavari RR Bridge,Good concentration of bombs on west end and west approach. One Cluster over and cutting road north of target and west of road bridge. Bombing accuracy 100%; Mission efficiency – 100 %.

448th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Mission 292 (441): ………………… 12 planes dropped 48 x 1000 bombs on alternate target of Chiavari RR/B at 19:00 hours from 11,000 feet. no flak at alternate, chaffused.


17 luglio 1944, ore 6,40 – non si contano parecchi danni, solo una bomba inesplosa si conficca ad una profondità di due metri sul terreno antistante l’entrata della Caserma di Caperana; l’ordigno verrà poi fatto brillare in una cava di ardesia di Cicagna.

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Fonte:http://www.comune.lavagna.ge.it/sites/default/files/053_VRB%20Cogorno%20GE.pdf

L’elezione a Comandante di Eraldo Fico “Virgola”

Borgotaro, Monte Penna e Iscioli, i luoghi e i fatti che determinarono l’elezione di Eraldo Fico “Virgola” a Comandante della Formazione Partigiana nota poi come “Brigata Coduri”, divenuta Divisione dal 24 Aprile 1945:

Verso i primi di Luglio del 44′ una cinquantina di partigiani del casone di Sesco si avviarono verso Codivara nel comune di Varese Ligure per incontrarsi con Italo. L’incontro col gruppo comandato da Bruno avvenne a Comuneglia. Italo prima di procedere al riassetto e all’organizzazione della formazione spiegò ai partigiani che era necessario darsi un nome di battaglia per ragioni di necessità contingenti.
Giovanni Sanguineti assunse il nome di battaglia di « Bocci », Eraldo Fico « Virgola», Giovanni Agazzoni «Moschito», Italo Fico « Naccari » e così via per tutti gli appartenenti alla banda. Indi si passò all’assegnazione dei posti di comando: comandante della formazione fu nominato Bruno (Bruno Solari di Chiavari), ex ufficiale del Regio Esercito forse laureato in ingegneria; si trovava in quel tempo a Comuneglia, al comando di una quindicina di bersaglieri, disertori dalle file dell’esercito della R.S.I. con i quali aveva costituito un gruppo di sabotatori, vice comandante fu eletto «Virgola» (Eraldo Fico), commissario politico Italo (Arpe Armando), capo di stato maggiore Bocci (Giovanni Sanguineti). Vennero nominati anche dei capi squadra tra cui Giuseppe Coduri.

Il 10 Luglio 1944 la formazione, forte di una settantina di effettivi, rientra a Iscioli nel comune Né dove provvisoriamente si disloca.

“II 15 luglio 44′ giunse a Iscioli una staffetta di Bill, comandante di una formazione partigiana che operava sul Penna e nella valle del Taro, per chiedere aiuti alla formazione di «Bruno» in quanto circa 150 uomini della « Centocroci » e di «Bill» erano impegnati da 4 giorni a contendere il passaggio a preponderanti forze tedesche della 42a Divisione « Alpenjager » alla strettoia della Pelosa nei pressi di Pontestrambo. A Borgotaro era stata costituita di recente una repubblica partigiana (Libero Territorio della Valtaro) con la collaborazione delle forze della Resistenza operanti in quella zona.
Ciò non piacque ai tedeschi che per debellare le forze partigiane inviarono ingenti forze allo scopo di occupare Borgotaro. Gli uomini di Beretta e di Bill contesero il passaggio ai tedeschi dall’11 al 15 luglio provocando al nemico ingenti perdite (si dice circa un centinaio di morti e 84 prigionieri). A causa della scarsità di munizioni e sull’orlo del tracollo fisico Beretta e Bill chiesero aiuto un po’ ovunque nel tentativo di far desistere i tedeschi dal loro intento di occupare Borgotaro.
Alla richiesta di aiuti il comandante « Bruno » si dimostrò titubante facendo ritardare l’intervento dei suoi uomini. Il vice comandante « Virgola » e il commissario « Italo » partirono invece alla testa di un forte gruppo per portare aiuto a Bill e Beretta.
Ma quando giunsero sul luogo, questi ultimi si erano già ritirati. I tedeschi apertasi la via per la valle del Taro procedettero immediatamente a rappresaglia contro una famiglia che abitava nelle vicinanze del combattimento, passandola interamente per le armi, compreso un anziano Ottantenne e un bambino di soli 3 anni.
Indi avanzarono verso Borgotaro occupandola e dando fine alla Repubblica Partigiana. Su questo episodio Arpe Armando (Italo), racconta nelle sue memorie: « I componenti del nostro gruppo non furono affatto contenti del comportamento del comandante «Bruno», ed io, intuendo il malumore e il risentimento degli uomini, me ne preoccupai molto.
Ne parlai a « Bruno » ma costui non intendeva modificare il proprio atteggiamento. Ricordo che fu proprio «Gronda» a dirmi: “Da noi il vice comandante e il commissario sono sempre presenti alle azioni, e il comandante dov’è?”. Intanto la formazione, forte ormai di circa 110 effettivi, si sposta da Iscioli a Velva con lo scopo, seppure impegnativo, di occupare il passo di Velva, nodo stradale strategico per l’accesso alla Val di Vara. Arrivati a Velva, il malumore contro il comandante « Bruno » si intensificò. In tale situazione – continua
« Italo » – con un comandante che non godeva la stima e la fiducia dei partigiani, ne trassi la conclusione che bisognava arrivare ad una decisione.
Ne parlai a « Virgola » e quindi mi recai a Loto in cerca di Sanguineti Giovanni “Bocci”, ove costui aveva un recapito per il collegamento con il C.L.N. e altri organi insurrezionali e di partito dai quali riceveva disposizioni e aiuti per la nostra formazione. Gli spiegai la situazione insostenibile che si era venuta a creare nella banda. Egli convenne con me di adottare una soluzione radicale del caso: procedere ad elezione democratica del comandante.


Ritornai a Velva, riunii la formazione sul prato antistante il Santuario, esposi agli uomini la situazione determinatasi e la necessità di procedere ad elezioni democratiche del comandante. L’elezione si svolse a scrutinio segreto, ritagliati tanti bigliettini, li distribuii a tutti i compagni indi li posi in
un cappello e alla presenza di « Bruno » e di « Virgola », estrassi i risultati. Tutti meno 4, elessero « Virgola » comandante della formazione.
«Bruno» e i suoi tre elettori abbandonarono la formazione il giorno dopo e rientrarono a Cichero ove costituirono la squadra sabotatori della divisione omonima.


L’elezione lascia trasparire i presupposti democratici che stavano scaturendo da coscienze in fase di rinnovamento, da coscienze libere e autonome che stavano creando le prospettive della futura Italia democratica. La formazione, in quel contesto sociale e storico, stava assumendo le caratteristiche di un vero e proprio esercito popolare di Liberazione che aspirava ad una radicale trasformazione politica e sociale del Paese, allontanando dalle proprie file quegli elementi dirigenti ancorati e fissati alla vecchia tradizione politica e militare
“.

Liberamente tratto dal Libro “Storia della divisione Garibaldina Coduri” di Amato Berti e Marziano Tasso

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I martiri del Monte Penna. Storia inedita di due giovani vite spezzate dalla furia fascista

Il mese di maggio 1944, cosi’ come i mesi successivi di quell’anno, segnarono in maniera indelebile la storia d’Italia ed in particolar modo quella dei territori Ligure ed Emiliano.

Le SS tedesche in collaborazione con i fascisti italiani, che aderirono alla Repubblica di Salò, si macchiarono di efferati eccidi e trucidazioni a danno della Resistenza e della popolazione civile.

Migliaia furono le vittime che a loro malgrado in quel momento si ritrovavano dietro la linea gotica, ultimo fronte di difesa dell’invasore nazista.

Ciò che proverò a fare nelle prossime righe sarà quello di raccontare una vicenda poco conosciuta, se non attraverso qualche cenno sui libri che parlano della lotta di Resistenza locale.

Due storie che ho incrociato per caso durante una gita in montagna con la famiglia, dove una piccola cappelletta bianca a bordo strada ha attirato la mia attenzione, all’interno una lapide sulla quale sono incisi i nomi di due persone poco più che adolescenti.

Sono due giovanissimi ragazzi, Giuseppe Pavesi di anni 21 (Partigiano) e Savina Lusardi di anni 17, vivevano sul confine tra l’Emilia e la Liguria ed esattamente ai piedi del Monte Penna, in piccole frazioni del Comune di Bedonia (in provincia di Parma).

Ho iniziato cosi’ una personale ricerca, e grazie anche all’aiuto di alcuni amici dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, scopro che Giuseppe Pavesi ha combattuto per la Lotta di Liberazione:
Nasce il 22/09/1923 a Bedonia, deceduto (fucilato) il 24/05/1944 a Prati di Setterone ai piedi del Monte Penna. Fu Partigiano dal 15/02/44 nella 32° Brigata Garibaldi “Monte Penna”.

Dopo aver pubblicato un post sui social media conosco Giovanni Calzi, cugino di Giuseppe, che per mia fortuna legge quanto ho scritto e si mette a disposizione per mettermi in contatto con il fratello del Partigiano Pavesi, il suo nome è Zeffirino (classe 1938).

Nel frattempo il Presidente ANPI della provincia di Parma, Aldo Montermini, mi scrive riportando dei riferimenti tratti dal libro: “L’Alta Val Taro nella Resistenza” di Giacomo Vietti (ANPI – Parma 1980).

Il libro racconta dei rastrellamenti operati dalle truppe tedesche e dai militi della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) nel maggio del 1944. Precisamente il 23, 24, 25, pochi giorni prima della costituzione del Libero Territorio della Val Taro, anche se breve, esperimento di amministrazione civile partigiana di un territorio liberato.

In particolare sono due le pagine sulle quali focalizzare l’attenzione.

A pagina n. 180 si parla di Giuseppe “falciato mentre cerca di sganciarsi dall’accerchiamento”.

Mentre a pag. 182 si legge: “Nel corso del rastrellamento viene pure uccisa a Costa d’Azzetta una ragazza di 17 anni, Lusardi Savina, la quale sorpresa da una pattuglia di tedeschi mentre pascolava le pecore ed impauritasi alla vista dei soldati viene uccisa a colpi di fucile mitragliatore mentre cercava di scappare”.

Qualche giorno più tardi riesco a parlare con Zeffirino Pavesi, dalla sua testimonianza riaffiorano i risvolti più atroci di queste due vicende, che accadono a poche ore l’una dall’altra ed entrambe avranno epiloghi drammatici.

Zeffirino fotografa così le due storie e con lucidità mi racconta dettagli inediti:

Giuseppe incontra il suo assassino durante una sosta in un casolare a Prati di Setterone, insieme ad altri due compagni di brigata, mentre una contadina si apprestava a rammendare i vestiti malconci dei tre Partigiani.

Accade tutto molto velocemente, vengono accerchiati da un gruppo di fascisti della GNR che gli scaricano addosso i proiettili in canna nei loro fucili, Giuseppe nell’estremo tentativo di opporre una difesa spara, il colpo scalfisce in fronte l’assassino Repubblichino.

Non è un colpo mortale, come quello che invece subisce Giuseppe, ma lascia comunque sul volto della camicia nera una cicatrice che permetterà ai parenti di Pavesi di riconoscerlo una volta conclusa la Lotta di Liberazione.

Ai contadini, testimoni di questa terribile scena, non resta che il corpo di Giuseppe da seppellire poco distante dal casolare.

Solo qualche giorno più tardi la famiglia riuscirà a recuperarlo, lo fecero di notte con le slitte e i buoi, mettendo a rischio la loro stessa vita perché i nazifascisti presidiavano ancora la zona.

Giuseppe fu così seppellito definitivamente a Spora (frazione di Bedonia), insieme alle spoglie di Savina.

Savina Lusardi era una giovane contadina di diciassette anni, abitava nella frazione di Costa d’Azzetta e proprio in quel luogo si trovava un comando nazista, che presidiava la vallata con mitragliatrici poste in prossimità del rifugio del Monte Penna.

Nella giornata del 24 Maggio 1944, Savina insieme alla sorella Anna e all’amico Andrea Lusardi, chiedono il permesso al comando tedesco per poter risalire la strada verso il Penna per poter recuperare il bestiame al pascolo, una volta ottenuta l’autorizzazione si incamminano verso il monte.

Giunti in prossimità del Passo della Tabella vengono travolti da una raffica di mitra, i tre si gettano d’istinto in un canale ma senza pietà alcuna furono seguiti dai Repubblichini e lì Savina incontrò la morte.

La sorella Anna, nonostante due colpi di mitra all’addome, riuscì a salvarsi così come Andrea, colpito da una pallottola che entrata da sotto l’occhio gli fuoriuscì dall’orecchio.

La preziosa testimonianza di Zeffirino Pavesi mi lascia senza fiato, quindi mi chiedo che senso abbia sparare contro civili disarmati che hanno avuto come unica colpa quella di dover portare avanti il proprio lavoro di contadini? Qual è il senso di colpire per uccidere chi è inerme?

Ovviamente non ho altra risposta a queste mie domande se non quella di una vile e cieca barbarie innescata da un’ideologia di sopraffazione e disumanizzazione, come furono temporalmente prima quella fascista e poi quella nazista.

La pacatezza di Zeffirino nel racconto di quei terribili momenti, che nelle parole non lascia trapelare alcun rancore, mi riconcilia.

Nonostante siano trascorsi 76 anni, il ricordo del fratello maggiore e della cugina Savina è ancora vivo. Un ricordo indelebile, che insieme ai parenti li ha spinti a celebrarne la memoria con la costruzione di una piccola cappella bianca sul Monte Penna.

Zeffirino ancora oggi, nonostante il peso degli anni, mantiene vivo quel luogo con visite costanti nel tempo e fiori.

Il nostro compito oggi è quello di raccogliere queste testimonianze per non abbandonarle all’oblio.

La memoria è un dovere e solo se mantenuta correttamente con pervicacia può garantirci un futuro di democrazia e pace.

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Chiavari, quella presenza inquietante sulla collina delle Grazie

Come un “grande fratello” che dall’alto controlla ed intimorisce chi sta ai suoi piedi, a Chiavari sulla collina delle Grazie in mezzo alla vegetazione si trovano i resti di un osservatorio affacciato sul mare e sulla città.

Per comprendere appieno cosa questa minaccia rappresentasse per Chiavari e per tutto il golfo del Tigullio è necessario fare un passo indietro di 75 anni.

E’ il 25 aprile 1945, i Partigiani e gli alleati trovano una tenace resistenza prodotta dal fuoco delle batterie tedesche che incessantemente colpiscono dalla zona del Curlo e dalle Grazie.

Sulla sponda chiavarese dell’Entella si apre un fronte di fuoco, sono le postazioni di retroguardia della colonna Pasquali che non permettono alla Brigata Garibaldina “Zelasco” di entrare a Chiavari passando dal ponte, oggi conosciuto come ponte della Libertà.
Nel frattempo sul lato lavagnese dell’Entella, si allineano i carri armati alleati che neutralizzano il fuoco di sbarramento nazi-fascista, questo però li espone al tiro dei tedeschi che cannoneggiano dalle Grazie. La colonna di carri è talmente numerosa che giunge oltre l’altro capo di Lavagna.

Il Comando alleato decide cosi’ di prendere possesso della città bombardandola via mare, ma questa scelta trova la forte opposizione del Comandante Eraldo Fico “Virgola” della Brigata “Coduri” (che da li’ a poco sarebbe diventata Divisione).

“Virgola” riesce a convincere gli alti comandi alleati ad attendere ancora qualche ora, offrendosi di impegnare uomini della Resistenza per liberare una volta per tutte dai nazi-fascisti la città di Chiavari.

Questa scelta comportò vittime tra le fila partigiane ma salvò la popolazione civile dalla distruzione e dalla morte.

Fra le vittime partigiane cadute in quei giorni di Aprile del 1945 si ricordano Ottorino Bersini “Basea” (caduto a Chiavari), Rugi Marino detto Ruggi Mario “Otto” , Antonio Minucci “Scorpione” e Fè Luigi “Furio” (caduti a Lavagna), per conoscere le loro storie e visualizzare nella Mappa digitale la posizione delle lapidi, che ne ricordano il luogo di caduta, clicca sopra i loro nomi.

Per dettagliare meglio quei momenti si riporta qui di seguito un interessante estratto Dal libro: “Cosa importa se si muore” di Mario Bertelloni e Federico Canale (Res Editrice, Milano, 1992):

Mercoledì 25 aprile [1945]. (,,,) La signora Westermann, titolare dell’albergo in via Romana, dove tra l’altro i tedeschi sono di casa, si fa portavoce di una mediazione con il comandante della batteria. Questi, un austriaco, si impegna a non sparare purché non attaccato dai Gap o dai partigiani. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi quando, verso le ore 15, il comandante della batteria del Curlo, tale capitano Campanini, ordina di aprire il fuoco contro le truppe alleate dislocate sul lungomare di Cavi. (…).

Gli alleati centrano un bunker sotto il santuario delle Grazie ma è come aver pescato un jolly perché non riescono a comprendere da dove arrivino le cannonate.

Giovedì 26 aprile. (…) Prima della ritirata, pionieri tedeschi minano le postazioni delle Grazie; sotto il Santuario c’è un’autentica santabarbara. Jan Zacher e Jan Wegner, [polacchi] dell’artiglieria germanica, evitano la distruzione della chiesetta; Wegner taglia con un colpo d’ascia il filo della carica prima che salti tutto in aria e con il commilitone corre a nascondersi. (…) Nove anni più tardi (…) quell’ufficiale tornerà a Chiavari per ringraziare del trattamento riservatogli al momento della cattura (…)

Ecco alcune testimonianze anonime di quei ultimi concitati momenti prima della Liberazione:

“La batteria delle Grazie venne approntata per essere distrutta ed abbandonata la mattina del 25 aprile. L’improvviso apparire delle avanguardie americane a Cavi indusse i tedeschi a rioccupare la posizione ed intervenire bombardando l’Aurelia. L’azione rallentò la progressione degli americani permettendo ad un grosso gruppo (la famosa “colonna Pasquali”) di ritirarsi in direzione di Genova lasciando lo squadrone esplorante divisionale (della divisione Monterosa) a condurre un’azione ritardatrice sulla riva dell’Entella. Con l’approssimarsi del combattimento, la batteria non fu più in grado di supportare i bersaglieri battendo bersagli lungo la foce del fiume, cioè presentanti una notevole depressione. Nel pomeriggio i tedeschi abbandonarono definitivamente la posizione rimuovendo i congegni di sparo dei due pezzi sotto l’azione della controbatteria americana (598° FA Bn). I danni ancor oggi visibili sono stati causati dal tiro diretto degli Tank-Sherman e gli M-10 (Tank Destroyers)  che appoggiarono l’assalto del 2/473° lo stesso giorno”.

Ciò che tenne sotto scacco la lotta di Liberazione fino al 25 Aprile 1945 fu il cannone binato delle Grazie, posto qualche metro sopra il bunker osservatorio.

Era lo stesso che fu installato sugli incrociatori della “Classe Capitani Romani” (2 x 135/45 mm) Mod.OTO-1937 . Quest’arma era considerata la migliore che sia stata costruita nella Seconda guerra mondiale. Aveva una gittata di 20.000 mt. ed era perciò in grado di colpire qualsiasi bersaglio presente nel golfo Tigullio, da Portofino a Sestri Levante.

Mod.OTO-1937

Oltre alla posizione strategica del luogo, i tedeschi scelgono quella postazione del Golfo del Tigullio perchè non trascurarono neppure l’ipotesi di uno sbarco Alleato sulle spiagge di Chiavari, Lavagna e Cavi di Lavagna, i cui alti fondali  ben si prestavano ad una rapida conquista della Via Aurelia e della Ferrovia che transitano, tuttora, a pochi metri dal bagnasciuga. Numerose sono le “tracce” delle difese costiere in cemento armato per contrastare l’eventuale sbarco degli Alleati, come il muraglione anti-sbarco, visibile ancora oggi lungo tutto il litorale.

Proprio per questo timore, lungo la Riviera orientale la Wehrmacht fece costruire numerose tipologie di così dette “casematte” . Le più note avevano forma cubica o circolare con una feritoia rivolta verso al mare da cui spuntava un cannone da 50 mm pronto a fermare gli Alleati sulle nostre spiagge. Molte altre casematte, che affiorano tuttora tra le sterpaglie lungo le spiagge, furono per lo più costruite con tre o quattro feritoie ed erano armate con nidi di mitragliatrici di vario calibro. Le casematte più comuni erano note con il nome di tobruk e s’ispiravano alle postazioni italiane installate durante la Campagna del Nordafrica. L’efficacia di queste piccole fortificazioni convinse i tedeschi ad adottarle anche per la difesa delle coste liguri costruendole in cemento armato e incassandole a terra con piccole “riservette” per le munizioni. Spesso i tobruk venivano costruiti anche per la difesa delle batterie di maggiori dimensioni, mentre altre particolari costruzioni in cemento armato, contenevano una camera di combattimento circolare, dov’erano presenti almeno quattro feritoie armate di mitragliatrici che sbarravano l’accesso alle principali vie di comunicazione litoranee e funzionavano da posti di blocco costieri.

Le maestranze Tedesche, in collaborazione con specialisti dell’Ansaldo, della Oto Melara e dell’Arsenale di La Spezia, allestirono nuove batterie costiere utilizzando l’abbondante numero di pezzi campali catturati al Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943.

La postazione del “Cannone delle Grazie” era rifornita da terra (S.S. Aurelia) e via mare tramite sentieri più o meno nascosti, anche per mezzo di un elevatore ubicato presso una galleria a livello del bagnasciuga. Sono inoltre visibili altri bunker per nidi di mitragliatrici e supporti per apparati di telecomunicazioni. L’osservatorio bunker era munito di telemetro per il calcolo della distanza degli obiettivi.

Qui di seguito alcune immagini recenti del Bunker delle Grazie, dove oltre all’ingresso è ancora ben conservata la piastra del basamento con i perni in acciaio sopra i quali venne posizionato e fissato il telemetro:

La scelta dell’ubicazione del sito fu senza dubbio oculata, poiché i Nazisti tennero conto della vicinanza del Santuario che garantiva l’uso delle varie utenze: luce, gas, acqua e linee telefoniche, oltre alle ben note vie di fuga nelle varie direzioni.

La stato di conservazione di queste costruzioni è di abbandono, l’esterno del bunker risulta essere semi sepolto da terra e detriti anche se il cemento non è deteriorato, il bunker telemetrico ha la facciata rovinata da innumerevoli graffiti.

Clicca qui per visualizzare il luogo sulla Mappa della Resistenza nel Tigullio

Link per alcune fonti ed approfondimenti:

http://mollaii.altervista.org/Sito_Bunker/Chiavari/Bunker3.htm

Foto copertina Di MVSN – http://www.worldwarforum.net/forum/viewtopic.php?f=83&t=10997, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4020524

Foto Mod.OTO-1937 http://www.culturanavale.it/documentazione.php?id=349

I 100 anni di Sergio Kasman “Marco”

Mercoledi’ 2 Settembre 2020, la Sezione ANPI di Chiavari ha ricordato i 100 anni della nascita del Partigiano “Marco” Sergio Kasman. Per l’occasione è stato stampato un opuscolo nel quale viene raccontata la storia di Kasman e della sua famiglia. All’interno si trovano foto e la copia della decorazione alla medaglia d’oro, con la motivazione della massima ricompensa al valor militare. Su gentile concessione dell’autore Giorgio Getto Viarengo ne riportiamo qui il testo e le immagini in formato digitale:

Sergio era nato a Genova il 2 settembre del 1920, con papà
Giovanni e mamma Maria Scala abitavano in Via Palestro al
numero 9. In una pubblicazione del 1984, Mario Bertelloni,
tracciava una puntuale biografia e descriveva con grande
precisione la cultura dell’uomo giusto e libero qual era Sergio.
Giovanni Kasman italianizza il suo nome di battesimo, era nato a
Niegin in Ucraina, dopo aver scelto la nostra nazione come sua
futura residenza, in Torino la sua prima dimora. Nella città
piemontese conosce Maria Scala che diventerà la compagna della
sua vita. Dopo il matrimonio, celebrato sul finire del 1919, si
trasferiscono in Genova, qui Giovanni avvia l’attività di sartoria in
Via XX Settembre. Con la nascita di Sergio trasferisce la famiglia in
un appartamento proprio sopra il laboratorio, qui il lavoro e la
qualità dei suoi tagli lo affermano nella Genova della ricca
borghesia, portandogli l’appellativo di “Forbice d’Oro”. Oltre
l’abilità artigianale, Giovanni conferma una sua grande
aspirazione: quella di cantante d’opera. La voce baritonale gli
permette diversi ruoli e parti, le sue interpretazioni lo porteranno
a esibirsi in diversi teatri: Alla Scala di Milano, San Carlo di Napoli,
al l’Operà di Parigi. Queste esperienze non bastano a gratificare le
aspettative, il suo desiderio e la creatività lo spingono a scrivere
una propria opera, “Il figlio della statua”, che diventa un sogno da
realizzare. Il lavoro, i progetti musicali e teatrali, il rinnovato
impegno nella famiglia: nel 1920 nasce Sergio, nel 1923 Marcello,
nel 1928 arriva Roberto. La casa diventa troppo stretta e il negozio
non è adatto per crescere i ragazzi. Giovanni e Maria pensano ad
un trasferimento nell’entroterra di Genova a Casella, dove spesso
vanno in villeggiatura. Nel 1932 si decide per il trasloco in Chiavari,
la prima abitazione è situata all’angolo tra corso Cristoforo
Colombo e piazza Vittorio Leonardi, papà Giovanni rimane a
Genova per lavorare nella sartoria. Tre anni dopo una nuova
residenza, la famiglia si sposta in corso Buenos Aires al numero 10.

Con questo cambiamento, si apre un nuovo orizzonte per
Giovanni, da tempo medita di trasferirsi in America e cercar
fortuna come cantante lirico, questo sarà il suo assillo per il
prossimo futuro. Con la nuova abitazione e i figli più grandi, inizia
per Sergio il ginnasio al Delpino, Marcello e Roberto frequentano
le elementari nelle vicine scuole comunali. Con le scuole superiori
nascono nuove amicizie, Sergio conosce e frequenta i fratelli
Ugolini, Giuseppe Rivarola, Ettore Balossi, Carlos Padilla, Giorgio
Giorgi, Claudio Lena, Gino Beer e Salvatore Mayda. Il prossimo
futuro è molto ben descritto nella biografia di Mario Bertelloni: “Il
padre sogna il Metropolitan, Sergio l’amore, Marcello
l’avventura”. Questi sogni e aspettative avranno un brusco
scontro con la realtà, nell’estate del 1938 si parla con sempre
maggiore attenzione del problema razziale, della necessità
d’affrontare e risolvere la questione ebraica nell’Italia fascista. Il
Giornale di Genova, il vecchio e glorioso Caffaro, apriva la
campagna per affermare la superiorità della razza ariana, il
progetto prevedeva il sistematico dileggio degli ebrei, in
particolare una serie mirata d’articoli colpivano la comunità
genovese, un’articolata campagna di luoghi comuni, di massime
contro gli israeliti. Giovanni Kasman, con un cognome d’origine
ebraica, è colpito da questa campagna, le leggi razziali varate
nell’ottobre faranno crollare tutto. Giovanni è convocato in
questura, qui gli interrogatori chiedono conferme sulle origini
della sua famiglia. Questa situazione convince papà Kasman di
portare a termine il suo sogno americano, di lasciare la sartoria ai
figli e partire. Il progetto si perfeziona, il 15 febbraio del 1939
Giovanni affida al figlio Sergio tutti i suoi crediti, il 23 s’imbarca sul
Rex, il suo prossimo indirizzo sarà al numero 246 sulla West 38th
Street a New York. Con questa scelta difficile per tutta la famiglia
inizia un fitto carteggio, non manca giorno che Giovanni non
scriva da New York, forse la sua coscienza teme per la difficile
situazione lasciata alla famiglia in Italia. Nelle sue lettere invia
consigli e detta scadenze, in più occasioni spedisce dollari per
concorrere economicamente alla gestione famigliare e alla
sartoria. Nelle ore della drammatica dichiarazione di guerra
Sergio Kasman è a Genova con Giuseppe Rivarola, sono chini sui
libri a preparare l’abilitazione magistrale.

La mentalità avventurosa di Marcello lo porta a tentare l’espatrio
clandestino, desidera raggiungere il padre in America, ma finisce
in cella. Arriva l’autunno, il primo di guerra, Sergio lascia Chiavari
alla volta di Torino, qui frequenterà la facoltà di Magistero, nella
nuova città conosce giovani studenti e capisce che tanti di loro
non condividono la guerra e il regime: le idee già ascoltate a
Chiavari dai fratelli Ugolini non erano isolate. Il primo rientro in
Chiavari è per andare a Pisa, si ferma in città e discute con mamma
Maria delle lettere di papà, Roberto cresce, Marcello è sempre
ingovernabile. In uno dei rientri in Chiavari fissa un
appuntamento, si tratta d’incontrare una ragazza che abita in
Piazza Roma, il suo nome è Laura Wronowski, la sua famiglia è
decisamente avversa al fascismo: la madre è sorella della moglie
di Giacomo Matteotti. Da quell’incontro nasce un amore, per lei
Sergio scriverà versi di profonda dolcezza: “un’ora di vita, in un’ora
tutta la vita”. Arriva una data che cambierà ulteriormente le
difficili condizioni di casa Kasman, il 7 dicembre del 1941, i
giapponesi attaccano gli americani a Pearl Harbour, l’Italia
dichiara guerra agli USA, questo determinerà il blocco delle
rimesse da New York. La chiamata alle armi raggiunge Sergio: si
parte per Pinerolo, qui l’addestramento; seconda caserma a
Canzo, nel comasco, il suo grado sergente allievo ufficiale. Arriva
implacabile la data che cambierà il quadro di tutto il Paese e il
destino di tanti italiani: l’8 settembre 1943. La prova per Sergio
Kasman giunge durante gli scontri di Porta San Paolo a Roma, i
tedeschi aprono il fuoco contro l’esercito italiano che difende la
città, lo scontro è rabbioso, “appena la pressione tedesca diventa
insostenibile, Kasman e gli artiglieri attuano una manovra di
disimpegno con lievi perdite, un paio di feriti. Ma a questo punto
occorre sul serio andarsene a casa”. Il sintetico virgolettato è
ancora una volta tratto dal testo di Bertelloni. La cronaca degli
scontri è alle spalle da cinque giorni quando riesce a rientrare a
Chiavari, il calendario segnava martedì 14 settembre.

Al rientro in città si reca subito dalla madre, la ritrova col solo figlio
Roberto, Marcello non è reperibile, solo alcune notizie
dall’ambasciata dell’Uruguay. Per Sergio inizia il percorso difficile
nella Resistenza, affianca e opera nell’Organizzazione Soccorso
Cattolico agli Antifascisti Ricercati, questa organizzazione è diretta
da due sacerdoti, don Andrea Guetti e don Aurelio Giussani.
Sergio accompagna quanti non possono stare più in Italia e
debbono trovare rifugio in Svizzera, si tratta di fare da guida nel
percorso tra le montagne e portare al sicuro i soggetti ricercati,
entra in clandestinità è il suo nome sarà Marco Macchi, talvolta
Marco Guardi. Il suo lavoro e la serietà lo mettono subito in primo
piano, la fiducia in lui cresce ogni giorno. Durante un’operazione
in Svizzera incontra suo fratello Marcello, era entrato
clandestinamente il 14 settembre del ’43, internato a Lucerna e
trasferito nel campo di lavoro di Waldegg. Con quell’incontro di
metà gennaio 1944 Marcello esce di scena, di lui solo supposizioni
o notizie frammentarie: è con la Resistenza francese, risulta
rientrato in Italia il 27 luglio del 1944; solo frammenti, nessuna
notizia certa. A marzo del 1944 Sergio incontra Ferruccio Parri e
Leo Valiani, sono in Svizzera per trattare con gli Alleati e richiedere
un impegno maggiore e aiuti per il movimento di Giustizia e
Libertà. Il rientro in Italia è percorso insieme scendendo da Luino,
come scriverà Ferruccio Parri nell’opera “Più duri del carcere”:
“capii che quel ragazzo avrebbe dato tutto se stesso alla causa che
sceglieva”. Da quell’incontro un nuovo impegno, il lavoro in GL
affianco di Parri, una grande responsabilità per Sergio Kasman
“Marco”, ora capo di Stato Maggiore del comando piazza di
Milano nelle squadre d’azione di Giustizia e Libertà. Il suo alloggio
è in una soffitta di piazza Baracca, qui vive con un altro clandestino
di GL Bepi Baltoli. Durante i colloqui col compagno d’abitazione
non riesce a contenere l’angoscia per il continuo pensiero ad un
amico detenuto, il suo primo amico di questo nuovo impegno
ideale: Nino Baccigaluppi, recluso a San Vittore.

Questo diventerà il chiodo fisso, ne parla con Parri e riferisce il
piano di liberazione: mi travesto da tedesco e porto fuori Nino.
Non si tratta di un’idea dettata dall’impeto, Sergio vuole davvero
liberare Baccigaluppi, Arialdo Banfi detto “Momi” e un certo
Patterson detto il Canadese. È domenica 9 luglio 1944, “Marco”
ripassa con i suoi i punti determinati dell’azione, non si deve
sbagliare nulla e non sbaglieranno, il commando di Giustizia e
Libertà potrà annotare un preciso “Missione Compiuta”. I successi
di Sergio Kasman “Marco”, lo pongono tra i più assidui ricercati e la
sua vita in Milano diventa ogni giorno più difficile. Nei fitti contatti
con la Resistenza e nello scambio d’informazioni è raggiunto da
una nota che proviene dalla VI Zona Operativa, da Chiavari giunge
segnalazione dell’arresto del fratello Roberto. Sergio entra
immediatamente in azione, il progetto è una replica di quanto
messo in atto a San Vittore, nella notte si trasferisce a Genova, qui
il contatto con un ferroviere che li accompagna al garage dove è
pronta una macchina e documenti falsi per l’azione, anche in
questa occasione tutto riesce con precisione, Roberto è portato
via, al sicuro a Genova. La Madre Maria è sfollata, verrà
prontamente informata e consigliata di non rientrare a Chiavari, si
sposterà a Zoagli presso la frazione Semorile, mentre Roberto sarà
affidato ad un gruppo di Giellini ad Isola del Cantone. Con un
abbraccio saluta il fratello, “Marco” rientra a Milano con un treno
in terza classe. Sono giorni di grande difficoltà, la polizia politica e
la Brigata Nera Ettore Muti non lasciano scampo agli uomini della
Resistenza, gli attivisti di GL sono costretti a cambiare spesso
abitazione, inoltre, Ettore Piantoni, uomo di GL, è stato catturato
e dopo un durissimo interrogatorio negli uffici della Muti, ha
deciso di collaborare coi repubblichini. Sfinito dall’interrogatorio
sarà lui a portare “Marco” verso il drammatico incontro di piazza
Lavater. L’agguato avviene nei pressi dell’edicola dei giornali,
scrive Mario Bertelloni: “Gli occhi di Sergio si illuminano, va
incontro all’uomo, felice come una Pasqua; mentre si avvicina dà
un’occhiata in giro, tutto sembra tranquillo.

I due si salutano calorosamente, la stretta di mano è vigorosa. In
un batter d’occhio la trappola scatta, Kasman sente qualcosa
contro le reni, sono le pistole di Porcelli e Cagnoni, sente l’’urlo di
Porcelli “fermo, mani in alto!”, un urlo in cui il tono di comando è
sopraffatto dalla trepidazione. Il sorriso di Marco si spegne”. Il
racconto è ben documentato e ci porta verso la tragedia
definitiva. Lo spingono verso un’automobile, quando mancano
pochi passi tenta l’impossibile:” affida tutto a uno strattone e allo
scatto”, Alceste Porcelli apre il fuoco, Sergio Kasman cade sul
selciato, ancora in vita viene trasportato nel vicino posto di
guardia medica. Qui il racconto può trasferirsi al linguaggio
freddo e burocratico del registro dello Stato Civile di Chiavari:
“rapporto numero 17 del 9/12/1944, Kasman Sergio di Giovanni e
Scala Maria, di anni 24. Io Manara Antonio, ufficiale dello stato
civile del Comune di Milano, do atto che: Il giorno nove di
dicembre dell’anno millenovecentoquarantaquattro, alla Guardia
Medica di Piazza Venezia è morto Kasman Sergio, dell’età di anni
ventiquattro, di razza ariana, studente residente in Chiavari”. Il
calore della passione ritornerà il 13 maggio del 1945 a Roma, è la
voce di Ferruccio Parri, siamo all’Eliseo, che ricorda” il buon
Marco, il fido compagno…una delle tempre più generose”. La vita
riprende nelle città liberate, Roberto e Maria Scala ritornano nella
loro abitazione di corso Buenos Aires, qui incontreranno il vecchio
amico Carlos Padilla, dalle sue parole una notizia inaspettata:
papà Giovanni è morto a New York. Il cammino del dolore
continua, lunedì 22 ottobre 1945 la salma di Sergio Kasman è
traslata e trasferita al campo di Musocco, a salutarlo le famiglie e il
presidente del consiglio Ferruccio Parri, il prefetto di Milano
Riccardo Lombardi. Nel primo anniversario della morte è la sua
Chiavari a ricordarlo, nel salone dell’Hotel Giardini la voce di
Ettore Lanzarotto commemora la “gloriosa morte del
concittadino Sergio Kasman, poeta e patriota”.

Con il decreto del 24 aprile 1946, Sergio è insignito della
medaglia d’oro al valor militare: “Comandante di formazione
partigiana sui monti Lombardi, poi capo di Stato maggiore del
Comando Piazza di Milano, per quindici mesi infaticabile nel
colpire il nemico, ardente trascinatore nella dura lotta, guidò
personalmente audaci colpi di mano che portavano alla
liberazione di prigionieri politici incarcerati. Arrestato due volte,
due volte sfuggiva alla morte e riprendeva con incomparabile
ardimento il suo precedente incarico, sdegnando di accettare
l’offerta di missioni in zone meno rischiose. Catturato una terza
volta incontrava morte gloriosa consacrando il supremo
sacrificio al suo sogno di giustizia e libertà. Milano, 9 settembre
1943 – 9 dicembre 1944”. I compagni di Milano lo ricordano e
scrivono un’epigrafe a memoria del sacrificio in piazza Lavater,
Ferruccio Parri sarà in Chiavari per l’intitolazione della lapide di
Corso Colombo, il 25 aprile del 1977 è l’ammiraglio Luigi Gatti a
tagliare il nastro tricolore, la nuova viabilità lungo il fiume
Entella prede il nome di Viale Kasman, in occasione del 25 aprile
dell’85 il bronzeo busto plasmato da Pietro Solari con l’epigrafe
scritta da Laura Wronowski. Una storia complessa e piena di
dolore, di uomini che seppero combattere dalla parte giusta e
riconsegnare l’Italia alla libertà, di Sergio Kasman possiamo
ribadire due sole parole: era uomo giusto e libero.
Giorgio Getto Viarengo

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio

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La Mappa dei Luoghi della Resistenza nel Tigullio compie Un Anno!

La Mappa digitale dei Luoghi della Resistenza nel Tigullio compie un anno!

Ad un anno dalla prima pubblicazione il progetto è cresciuto costantemente, sia in termini di contenuti ma anche in riferimento ai consensi.

Nella Mappa digitale ora si trovano geo-localizzate 113 Lapidi, 50 Monumenti e Luoghi della Memoria.
Con l’inizio del nuovo anno abbiamo aggiornato la Mappa inserendo i 9 campi di concentramento presenti in Liguria. In occasione del giorno della memoria, un’intera nuova sezione è stata dedicata alle “pietre d’inciampo digitali”, che grazie ad una certosina ricerca sui libri di storia locale, sono stati trascritti i nomi e indicati i luoghi delle deportazioni dal Tigullio verso i campi di concentramento italiani e tedeschi.

Sono state raccontate ed aggiunte molte storie, alcune inedite o poco conosciute fino ad oggi.

Da circa 8 mesi sono aperte due pagine omonime sui social media Facebook ed Instagram, per permettere così di risalire ai contenuti della Mappa anche attraverso questi canali.

Infine, dal mese di Febbraio 2020 è stato aperto un sito web nel quale periodicamente vengono pubblicati gli articoli sulle storie della Resistenza locale.

Attraverso tutti questi strumenti la Mappa digitale ha raggiunto numeri impensabili all’inizio, e che proviamo qui di seguito ad elencarvi:

3.500 visite di cui 2.500 visitatori unici (da Febbraio 2020). Un centinaio di visite da diverse Nazioni nel mondo, ecco un breve elenco delle più frequenti:Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Romania, Canada. 

L’articolo più letto ha avuto 423 visualizzazioni, per una media di oltre 200 letture ad articolo su un totale, ad oggi, di 17 articoli pubblicati online.

  • Sono oltre 300 le persone che seguono la pagina tematica su Facebook, con interazioni e coperture dei post, sull’arco temporale dei 30 giorni, molto interessanti:

Oltre 6500 coperture e 1800 interazioni. 

Come già detto in passato questo è un lavoro in continuo aggiornamento e portato avanti nel tempo libero.
L’unico scopo è quello di far conoscere e avvicinare alla storia della Resistenza chi come me, fortunatamente, non ha vissuto quel periodo storico ma sente il dovere di conservare e tramandare la memoria, per fare in modo che quanto successo non possa mai più ripetersi.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Chi erano i Repubblichini ai quali oggi alcuni dedicano omaggi e corone?

La Storia d’Italia del ventennio fascista racconta tantissime storie di vessazioni e di efferate violenze da parte di atroci assassini, ma chi erano questi delinquenti che pur di difendere la dittatura del duce hanno massacrato ed ucciso migliaia di civili e militari Italiani? Ma soprattutto perché oggi, per un bieco gioco politico, alcuni tentano di avviare la Storia verso il baratro del revisionismo?

Come ho provato a fare con gli articoli fin qui pubblicati, nelle prossime righe cerco di dettagliare la figura di un personaggio, fra i tanti, che nel Tigullio si è contraddistinto per ferocia e crudeltà, incendiario di paesi, fucilatore di carabinieri e civili.

Si tratta del Maggiore Girolamo Cadelo, comandante del Gruppo Esplorante della divisione alpina “Monterosa” nato il 04/06/1906 a Trapani, morto in un agguato Partigiano della Brigata “Berto” dopo il Passo della Forcella il 27 Settembre 1944.

Cadelo era nato in una famiglia dell’aristocrazia siciliana (i baroni dell’Isola di Salina). Fascista integrale e fanatico, aveva partecipato alla campagna sul fronte russo in qualità di ufficiale dei Lancieri di Novara. Dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla neo costituita Repubblica Sociale e fu inserito nella divisione alpina “Monterosa”, una della quattro divisioni dell’esercito repubblicano addestrate in Germania. Alla fine di Luglio 1944, la Monterosa venne schierata lungo la riviera del levante ligure, da Nervi a Bobbio sul fronte orientale e da Levanto a Borgotaro(PR) sul fronte occidentale, per fronteggiare un paventato sbarco anglo-americano e contrastare le incursioni Partigiane delle provincie di Genova e Parma.

Il comando della “Monterosa” ebbe sede a Terrarossa (Carasco) e trattenne come riserva divisionale il gruppo esplorante con sede a Borzonasca, comandato appunto da Cadelo, e il battaglione pionieri del Maggiore Agamennone, con sede a Carasco.

L’ufficiale Repubblichino Cadelo iniziò ad esercitare le sue funzioni mostrando particolare durezza nei confronti della popolazione civile e dei suoi subordinati. L’accanimento e la spietatezza con le quali si impegnò nella repressione del fenomeno resistenziale, seminarono nelle valli Aveto e Trebbia terrore e sgomento.

Domenica 6 agosto a Caregli (Borzonasca), nel pieno svolgimento della festa patronale, Cadelo irruppe nella piccola frazione. Dopo aver chiesto i documenti d’identità a tutti i presenti, individuò tre giovani renitenti alla leva, li apostrofò a dure parole accusandoli di essere i responsabili dell’aggressione di un fascista locale, quindi, dopo sommari accertamenti, li fece fucilare. Da quel giorno la spirale di violenza subì una tragica accelerazione.

Si “guadagnò” il soprannome di “barone nero” o “caramella” (per il monocolo che usava portare sempre con se).

Alla fine dell’Agosto del 1944 quello in Val d’Aveto fu un mese di sangue (leggi qui l’articolo dedicato), un’operazione di rastrellamento interessò le province di Piacenza, Genova, Alessandria, Pavia e Parma. Alla divisione Monterosa venne assegnato il compito di rastrellare le valli Trebbia ed Aveto per poi congiungersi a Bobbio con gli altri reparti provenienti dall’Oltrepò.

Il 27 agosto i partigiani attaccarono una colonna di alpini ad Allegrezze in Val d’Aveto, causando morti e feriti. In ausilio al reparto attaccato venne inviato uno squadrone al comando del maggiore Cadelo che, appena giunto in loco, fece fucilare per rappresaglia Antonio Brizzolara, nativo di Allegrezze (vedi qui la geolocalizzazione del luogo e della lapide). Fu ordinato quindi un pattugliamento concentrato della zona.

Il 29 Agosto presso il ponte di Boschi furono trucidati due ragazzi che transitavano sul greto del fiume Aveto: Ghirardelli Luigi e Pagliughi Mario, quest’ultimo finito con il calcio del fucile, il corpo venne gettato in una scarpata e coperto di pietre.

Quello stesso giorno, i soldati della Monterosa incendiarono la canonica di Brignole nel comune di Rezzoaglio.

Il maggiore Cadelo, accusando la comunità locale di connivenza con i partigiani e infrangendo la parola d’onore con la popolazione impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, il mattino del 29 Agosto 1944, mentre il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare Allegrezze e appiccava il fuoco a tutte le abitazioni della frazione impedendo ai parrocchiani dalle altre frazioni di accorrere in aiuto per spegnere l’incendio.

Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al becchino del paese, ed al figlio Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del Prof.Dott. Vittorio Podestà, si recarono in località “La Cava” per raccogliere il cadavere del Partigiano Berto (di anni 19) che per ordine del su menzionato Maggiore Cadelo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura, la cassa fu fabbricata gratuitamente dallo stesso Costantino Zaraboldi. Un mese dopo, circa, il Zaraboldi e suo padre, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani. Non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Cadelo (che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.

Il 2 Settembre a Santo Stefano d’Aveto l’ufficiale repubblichino Cadelo condannò alla fucilazione il Carabiniere Albino Badinelli, di anni 24 nato ad Allegrezze (a Badinelli è stata recentemente intitolata la caserma dei Carabinieri della Stazione di Santo Stefano d’Aveto, clicca qui per vedere quei luoghi sulla mappa).

Il giorno 7 Settembre altri due civili furono passati per le armi a Rezzoaglio. Dopo la conclusione del rastrellamento il Gruppo Esplorante restò di presidio tra Rezzoaglio, Santo Stefano e Borgonovo. Cadelo insediò dunque il suo comando presso l’albergo Americano di Rezzoaglio ed iniziò a maturare la personale convinzione che la popolazione dell’alta Val d’Aveto, in particolare la comunità di Santo Stefano, fiancheggiasse i partigiani. Fece così arrestare il parroco del paese Don Casimiro Todeschini ed altri 9 residenti, tra uomini e donne, imprigionandoli a Rezzoaglio. Decise inoltre che Santo Stefano avrebbe subito la stessa sorte di Allegrezze; in questo caso però alcuni ufficiali del suo reparto espressero la loro contrarietà.

Il comando della divisione partigiana “Cichero” venne a conoscenza del pericolo che correva il paese. Non si ha la certezza di chi informò i patrioti anche se, recentemente, il partigiano Costante Lunetti “Caronte”,  intervistato per un documentario dedicato al comandante “Bisagno”, ha raccontato che tra gli ufficiali della Monterosa ve ne era uno che informava in anticipo i partigiani su tutte le operazioni della divisione. In ogni caso il comando della “Cichero” stabilì di porre fine al terrore seminato da Cadelo con l’obiettivo di  un’imboscata pianificata per il 27 settembre. L’organizzazione dell’agguato fu rocambolesca. Secondo la cronaca di fonte resistenziale e le testimonianze raccolte da Don Michele Tosi, quel giorno tre patrioti della brigata “Berto” fermarono, presso Cabanne d’Aveto, due militi motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana (Palladini Edmondo e De Luca Giuseppe): due partigiani indossarono le divise tolte ai militi, inforcarono le motociclette e recarono al maggiore Cadelo un falso messaggio che lo convocava presso il comando divisionale di Terrarossa. I “militi” rimontarono poi sulle moto e percorsero la strada a ritroso sino all’altezza del Rio Bottazzo dove abbandonarono i mezzi. Cadelo partì da Rezzoaglio con la sua automobile e la scorta. In località Molini incontrò una pattuglia di alpini che gli comunicarono di aver ritrovato le due moto abbandonate. Egli, intuendo il pericolo, fece ritorno a Rezzoaglio.

Convocò l’arciprete Don Luigi Pagliughi e gli ingiunse di ritrovare i due militi scomparsi, altrimenti avrebbe fatto fucilare i dieci ostaggi arrestati a Santo Stefano, compreso Don Todeschini. Successivamente ripartì per Terrarossa, andando incontro al suo destino in poco oltre il Passo della Forcella.

Tre partigiani si erano appostati nel bosco in prossimità di una curva in località Brizzolara. All’apparire dell’auto del Maggiore, il partigiano “Macario” sparò una raffica di mitragliatore che colpi l’ufficiale seduto accanto all’autista. Cadelo fu trasportato precipitosamente a Chiavari presso l’ospedale della Croce Rossa, dove giunse cadavere.

Da fonti neofasciste i resti mortali del maggiore Cadelo sono stati tumulati nella Cripta della R.S.I. nel cimitero di Genova Staglieno. Precedentemente si trovavano nel cimitero di Chiavari, dove erano stati tumulati immediatamente dopo la morte. In quella cripta del capoluogo dove vergognosamente alcuni esponenti della politica genovese, insieme a gruppi dell’estrema destra neofascista, ogni anno si riuniscono per depositare fiori e corone.

Altrettanto vergognosa e grave è la celebrazione ufficiale che alcune amministrazioni comunali operano ogni 4 novembre, in memoria di fucilatori di civili e militari come appunto quella ai danni del giovane Albino Badinelli, che da Carabiniere eroe sacrificò la propria vita per salvare Santo Stefano d’Aveto dalle fiamme e dalla ferocia assassina degli ufficiali della Repubblica Sociale di Salò.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

(Fonti di questo articolo sono alcuni documenti storici gentilmente concessi da Giorgio “Getto” Viarengo, testimonianze dirette trascritte sui libri di Storia locale e citati anche all’interno della mappa digitale, cosi’ come alcuni passaggi dell’articolo tratto dal n° 36 del 8/11/2018 del settimanale “La Trebbia”)

La Spezia 1943-44, sotto le bombe una storia di sport e resistenza.

Nel 1944 l’Italia era divisa in due dalla linea Gotica eretta dai nazifascisti, un confine che divideva due mondi anche sotto il profilo sportivo.

Al nord, il fascismo prova riorganizzarsi dopo la caduta della dittatura sancita in due passaggi: Quello del 25 Luglio 1943 con la destituzione di Mussolini da capo del governo e quello del 8 Settembre con il proclama Badoglio e l’armistizio di Cassibile che sancisce definitivamente la fine della dittatura fascista in Italia.

Durante questo periodo nel Meridione vennero disputati soltanto dei tornei calcistici a carattere regionale. A rendere ancora più ingarbugliata la situazione, nel 1943 gli anglo-americani avevano istituito nella Sicilia occupata la cosiddetta Federazione Siciliana degli Sports, posta al di fuori della giurisdizione del CONI e controllata dal Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.

Per quanto concerne il campionato di guerra che si disputò nei territori controllati dalla RSI, la FIGC fascista stabilì inizialmente che non si sarebbero disputati campionati nazionali, bensì dei “Campionati Misti Regionali”, sebbene già allora non fosse esclusa l’eventuale disputa di una successiva fase interregionale. Nel gennaio del 1944, tuttavia, la Consulta che coadiuvava il reggente Rossi stabilì che le vincenti regionali del campionato di Divisione Nazionale misto avrebbero giocato un torneo finale per l’attribuzione dello Scudetto.

Per esentare i giocatori dal servizio militare diverse società ricorsero all’espediente di associarsi con corpi militari o ad aziende belliche, dei quali i propri calciatori sarebbero entrati a fare parte. Ad esempio il Torino raggiunse un accordo con la FIAT in virtù del quale tutti i giocatori granata passarono al Gruppo Sportivo FIAT con la costituzione di un “Gruppo Torino” in seno al Dopolavoro stesso. Il Torino partecipò così come Torino FIAT al campionato di guerra, con i propri giocatori esentati dal servizio militare in quanto impiegati di un’azienda bellica. Per gli stessi motivi la Juventus divenne “Juventus Cisitalia” facendo diventare i propri giocatori dipendenti della Cisitalia e il Novara divenne “Novara IGDA” passando in forza al dopolavoro aziendale dell’Istituto Geografico De Agostini. 

Per motivi analoghi nacque la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia in seguito a un accordo fra Giacomo Semorile, che prese le redini dell’A.C. Spezia dopo la deportazione in Germania del presidente Coriolano Perioli, e l’ing. Gandino, il comandante del 42º Corpo: l’intesa prevedeva che i Vigili del Fuoco, per poter allestire una squadra in grado di rappresentare La Spezia nel campionato di guerra, avrebbero temporaneamente rilevato i calciatori del club aquilotto, restituendoli alla casa madre al termine del conflitto. Questa soluzione costituì un ottimo stratagemma per sottrarre i giocatori agli obblighi del servizio militare. Il Gruppo Sportivo 42º Corpo dei Vigili del Fuoco era una società di nuova affiliazione.

Nella Repubblica sociale al nord si giocò un torneo su più regioni: LiguriaPiemonteLombardiaFriuli Venezia GiuliaEmilia e Toscana.

Cominciato nel settembre del 1943, dopo le rinunce di molte squadre a causa dei bombardamenti, nel gennaio successivo la Consulta presieduta da Ettore Rossi decide di assegnarlo in un girone finale, a luglio, all’Arena Civica di Milano. Ci arrivano tre squadre: il Fiat Torino, i Vigili del Fuoco di La Spezia e il Venezia.

Nel 1944 l’Italia era così, un Paese spaccato in due, su tutto. Due governi, due Federcalcio. La FIGC infatti si era separata: una parte a Milano, l’altra a Roma, per custodire i tesserini e la Coppa Rimet (la Coppa del Mondo). Ottorino Barassi, futuro presidente, l’aveva nascosta in una scatola di scarpe sotto al letto. I nazisti, perquisendo casa sua, non l’hanno mai scoperta.

I granata sono ancora la squadra da battere. Campioni d’Italia in carica, Vittorio Pozzo come selezionatore e Mazzola, Ossola, Piola e Gabetto in campo. È un grande Torino che qualche anno dopo diventerà semplicemente Il Grande Torino. Il Toro è arrivato a Milano per vincere, il Venezia per  tentare l’impresa, lo Spezia sostanzialmente per farsi un giro. È quello che pensano tutti, tranne l’ingegnere Luigi Gandino, comandante del 42° Corpo Vigili del Fuoco. È lui che crea la squadra, aggiungendo ai suoi uomini qualche giocatore del Napoli e del Livorno che l’anno prima era arrivato secondo in campionato. Li affida a Ottavio Barbieri, ex allenatore del Genoa. Fondamentale per il successo spezzino fu la tattica per l’epoca innovativa di Barbieri, il cosiddetto “catenaccio” (introdotto in Italia solo due anni prima dall’allenatore della Triestina Mario Villini), giocando nel ruolo di libero (o “terzino di posizione”), diede maggiore solidità alla difesa spezzina contribuendo in maniera decisiva (insieme all’ottima prestazione in marcatura dell’interno Tommaseo) all’inattesa vittoria contro i granata.

I Vigili del Fuoco della Spezia, ammessi per loro richiesta al campionato emiliano pur essendo liguri (anche perché molti dei collegamenti stradali con il Piemonte erano interrotti a causa dei bombardamenti), furono costretti a giocare spesso le proprie partite casalinghe a Carpi (lo Stadio Alberto Picco di La Spezia era stato reso inagibile dai bombardamenti) e a viaggiare su un’autobotte contenente anche sale spezzino da barattare durante il viaggio con i contadini in cambio di cibo.

Le tribune erano semi deserte, a causa del rischio di bombardamenti o di retate dei nazisti, e in caso di preallarme aereo la partita veniva temporaneamente sospesa ma i calciatori erano tenuti a rimanere nello stadio in attesa della conferma dell’allarme in modo da poter riprendere la partita in caso di falso allarme. Le strade erano sconnesse, e capitò che, in occasione di una partita di campionato contro il Modena, il Bologna fu costretto a fare un tratto di strada a piedi per raggiungere lo stadio perdendo per 5-0 a causa della stanchezza. Si narra addirittura che le compagini toscane compissero le trasferte in bicicletta. Il giorno della prima partita del girone finale contro il Venezia, i giocatori spezzini arrivarono a Milano tutti bagnati a causa della pioggia che li sorprese nel corso del viaggio a bordo di un furgone scoperto; tentarono di asciugare le maglie sul fuoco finendo però per bruciacchiarle e si presentarono alla partita così conciati che i giocatori del Venezia li presero per “barboni” destando anche l’attenzione del cronista della Gazzetta dello Sport che commentò che le cattive condizioni delle maglie degli spezzini era il segno evidente delle tribolazioni patite durante il viaggio.

Come abbiamo anticipato, in finale giunsero Venezia, Torino FIAT e i VV.FF. Spezia. I veneti non erano più l’ottima squadra capace di conquistare il terzo posto nel campionato di due anni prima; il Torino, invece, era il “Grande Torino”, campione d’Italia in carica, destinato a conquistare altri quattro scudetti al termine della guerra, prima della tragedia di Superga. La vera sorpresa era comunque costituita dalla squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia. Questa compagine era nata dai resti dello Spezia Calcio, il quale aveva sospeso l’attività in seguito all’arresto e all’invio nei campi di concentramento in Germania del presidente Coriolano Perioli.

Le partite finali vennero disputate all’Arena di Milano, quasi sempre semideserta per il timore di possibili rastrellamenti da parte dei tedeschi.  Il 9 luglio 1944 si svolse la prima sfida che si concluse con il pareggio tra VV.FF. Spezia e Venezia per 1-1, risultato che sembrava spianare la strada al Torino per la conquista del secondo titolo consecutivo dopo quello della stagione 1942-1943. Nello stesso giorno la squadra granata era tuttavia stata a Trieste per disputare, nelle vesti della Rappresentativa Piemonte, una partita amichevole contro la Rappresentativa Venezia Giulia, inizialmente in programma il 2 luglio ma rinviata dalla Federazione; i granata avevano richiesto l’annullamento di tale incontro perché di scarso interesse ma soprattutto per le difficoltà della trasferta, ma la FIGC fu inflessibile e il Torino fu costretto a partire per Trieste venerdì 7 arrivando appena in tempo per la partita (terminata 2-2).

Il Torino risentì del lungo viaggio, che si protrasse per sette giorni tra andata e ritorno, e al ritorno in sede giovedì mattina i granata ebbero appena un giorno di tempo per riposarsi e per ripartire per Milano, dove il 16 era in programma lo scontro con lo Spezia.

Un’aneddoto dice che Vittorio Pozzo, selezionatore del Grande Torino integrato da altri elementi (una vera e propria nazionale approntata per il torneo) prima della partita si avvicinò allo spogliatoio dei pompieri e complimentandosi per essere giunti in finale, prometteva di non infierire troppo. Questo caricò di rabbia agonistica i derisi vigili del fuoco.

Pronti via e lo Spezia passa in vantaggio. Costa batte una rimessa laterale, scarica su Angelini che si libera di Ellena e fa partire un tiro molto preciso all’angolino. Mazzola, però, pareggia su punizione. Da lì è un dominio granata, ma Angelini trova il modo di farsi spazio tra i difensori e segnare con un tiro a mezz’altezza da una ventina di metri: 2-1, una vittoria che significa scudetto.

I pompieri appresero di aver vinto lo scudetto quando, già sulla strada del ritorno da Milano, seppero che il Toro aveva strapazzato il Venezia 5-2. Ma tutti in quel luglio del 44 pensavano già a salvarsi la pelle ed alle famiglie nelle città bombardate.

Nei successivi cinquant’anni la FIGC confermò la non ufficialità della manifestazione. La denominazione “Divisione Nazionale”, con la quale essa era indicata all’epoca nei documenti federali, cadde nel dimenticatoio, sostituita dalla definizione informale “Campionato Alta Italia”

Tuttavia, dopo perduranti ricerche e petizioni dei giornalisti e delle autorità spezzine, il 22 gennaio 2002 la Federazione, pur non riconoscendo il torneo quale un’edizione del campionato italiano di calcio, ha parzialmente accolto le istanze dello Spezia Calcio, assegnandogli un titolo sportivo onorifico (ufficiale, ma non equiparabile allo “scudetto”) per la vittoria del campionato di guerra 1944, con una menzione particolare allo spirito di sportività con cui gli atleti bianconeri affrontarono le difficoltà di un periodo storico in cui l’Italia era lacerata dalla guerra civile. Oltre all’attribuzione di questo titolo onorifico, è stata conferita allo Spezia la possibilità di apporre permanentemente sulle divise sociali un distintivo speciale in ricordo di quell’impresa. Questa concessione costituisce un fatto molto raro: sono infatti poche le squadre che possono vantare l’esposizione perpetua di un titolo sulla propria maglia

Nella Sala Appiani dell’Arena Civica è appesa una targa che riporta i loro nomi: BaniPersiaBorriniAmentaGramagliaScarpatoRostagnoTommaseoAngeliniToriCosta. Undici eroi, per una vita sulla strada, ma per un anno anche sul campo.

In foto la formazione dei VV.FF. Spezia (G.S. 42º Corpo dei Vigili del Fuoco La Spezia), vincitori del torneo di guerra nel 1944.

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RSI e i massacri di civili, qui la storia di un giorno maledetto in Val Graveglia

In foto gli imputati fascisti alla sbarra nel Tribunale di Chiavari il 16 Agosto 1945 (Vito Spiotta primo a sinistra col pizzo, Pino Righi, Enrico Podestà, condannati poi a morte).

Racconti tratti da il Secolo XIX del 8 febbraio 2020, frutto di testimonianze inedite che Guido Lombardi (regista e scrittore) ha raccolto da un’abitante della Val Graveglia testimone di pestaggi da parte delle camice nere fasciste contro inermi civili:

“Mi chiamo Argentina proprio come il Paese sudamericano. Forse i miei vecchi mi hanno dato il nome di un loro sogno mai avverato, cercare fortuna in Argentina. Sono vissuta qui nella valle, sempre in mezzo ai minatori, ne ho sposato anche uno….omissis….Tante cose brutte della gioventù le ho scordate , invece quel giorno maledetto non lo dimenticherò mai, ce l’ho negli occhi come se fosse adesso.

Voglio strapparmi dal cuore una storia tremenda. Era il 1944, avevo vent’anni. Un pomeriggio un camion militare sbuca dalla curva e si ferma a pochi metri da casa nostra a Piandifieno. Dalla cabina di guida scende un uomo dall’aria altezzosa, un aspetto elegante, indossa un cappotto marrone e un cappello beige. Dal cassone saltano a terra sei giovani in camicia nera, hanno un atteggiamento baldanzoso, impugnano i manganelli. Rivolgono gli sguardi verso la curva e sembrano aspettare qualcuno.

Intuisco che sta per succedere qualcosa di insolito. Sulla strada vedo salire un giovane a piedi, l’hanno superato e si sono fermati ad aspettarlo. Infilo la porta di casa, me la chiudo alle spalle , corro per le scale al primo piano per vedere meglio. Quando da dietro alle persiane butto gli occhi giù, il giovane sta già crollando sotto scariche selvagge di manganellate.

Tutti insieme si avventano su di lui, pestano, pestano, colpi sordi che lo spaccano dentro. Massacrato, sanguinante, ridotto a un fantoccio informe, come una bestia, lo trascinano sul bordo strada e lo lasciano morire. Ancora impietrita e tremante, con il respiro che mi muore dentro, vedo un uomo, lo riconosco è di Statale, viene giù sulla strada in direzione opposta, in una mano regge un sacchetto.Sento la voce arrogante del caporione <<Cos’hai li’?>> e indica il sacchetto <<un po’ di riso, me l’ha dato mio fratello di San Salvatore, là qualcosa da mangiare si trova, a Statale è miseria>> , Dice la verità e certo di parlare con persone che non hanno dimenticato del tutto cos’è la compassione.

I fascisti lo guardano con disprezzo, come avesse commesso la più scontata e peggiore delle colpe di questo mondo, ha solo fame.

Con ghigni di scherno e un’aria divertita , gli prendono il sacchetto e lo riempono di botte. Lo picchiano sulla faccia, lo stomaco, le reni, il sangue schizza, gli cola sul viso, sui vestiti. E pensare che era della loro stessa idea, sapevo che aveva simpatie fasciste.

Poco dopo arriva la corriera da Chiavari e si ferma al capolinea, qui alla posta, scende un vecchio contadino e viene in direzione del camion dei fascisti. Uno di loro gli chiede con fare fare provocatorio e un tono sfrontato <<e tu da dove vieni?>> cerca un pretesto qualsiasi <<Sono andato alla Croce Rossa a Chiavari per sapere come posso scrivere a mio figlio che è prigioniero in Germania>> risponde candido il vecchio, convinto che comprendano la sua preoccupazione di padre.

Ma questi sono bestie, non esseri umani e infieriscono sui poveri malcapitati. Guardano il vecchio come un insetto da schiacciare. Io diventata di ghiaccio vedo tutto dalla finestra. Per la terza volta sfogano la loro brutalità, gli danno un sacco di botte, con tutto il disprezzo e la vigliaccheria di cui sono capaci. In sei contro un povero anziano, sotto lo sguardo impietrito del caporione…non si sporca le mani perchè è vestito come un damerino. Girandole di manganellate da rompergli le ossa e altro sangue che cola sulla strada. Non dimenticherò mai tutte quelle chiazze rosse davanti a casa.

Ma il giorno maledetto non è ancora finito. Mia madre era salita a un campo poco sopra la strada per andare a raccogliere delle cipolline novelle, avverte voci, grida e lamenti. Scende giù verso casa per capire cosa stesse succedendo. Cerca subito di fare da scudo per fermare il pestaggio del vecchio.

Come mia madre si mette in mezzo, una delle camicie nere, rivolto agli altri della squadra, grida e ripete con voce alterata <<Questa è una ribelle! Bisogna fucilarla!>>.

L’afferrano e la spingono contro il camion, imbracciano i fucili pronti a spararle come a un animale. So che secondo l’umore del momento a questa gente basta una parola in più o un gesto sbagliato per ammazzarti. Dalla finestra non distinguo la faccia del fascista che grida ribelle contro mia madre.

Corro in strada per salvarla. Da vicino lo riconosco , è di Nascio, il paese più su e abita a Lavagna. Ci deve settecento lire , se li convince a fucilare mia madre estingue il debito. Mi ci butto ai piedi, in ginocchio lo imploro di non farlo, per pietà, che mia madre è una brava donna, piango. Quell’uomo , il fascista di Nascio, è ormai morto, l’ho mandato all’inferno, nessuno preghi per la sua anima.

Anche per me quel giorno infame sta per concludersi con una tragedia. Ma ecco che dopo tutto quel sangue succede un miracolo. L’autista del camion che durante i pestaggi è rimasto al volante, dal finestrino vede mia madre contro il cassonetto con le armi spianate intorno, scende a terra, svelto la prende per un braccio e dice con voce ferma agli altri <<Questa donna non si tocca>> . Con una parola ti ammazzavano con l’altra di salvavano, in quel tempo non eri mai sicuro della tua vita.

Un giorno, la guerra era finita da un po’, sono entrata in un negozio per comprare una cosa, il proprietario dietro il banco mi ha rivolto uno sguardo sorpreso ed imbarazzato. Ci siamo riconosciuti, lui era l’autista del camion della squadraccia fascista, al momento di pagare l’uomo mi ha fissato negli occhi con uno sguardo turbato, quasi impaurito.

Dopo diversi anni da quel tragico giorno, non si aspettava di rivedermi davanti a lui. Gli ricordavo gli anni nefandi della sua vita, quelli da cancellare per sempre. Ha scosso la testa e mi ha detto <<No, lei non mi deve niente, va bene cosi’. Non ci siamo mai visti e anche se ci dovessimo incontrare ancora noi non ci conosciamo>>. Mi ha accompagnato deciso alla porta. Ho mantenuto la promessa e non ho mai rivelato la sua identità. Quella gente cattiva ormai sarà tutta morta.

Quel giorno hanno sfogato la loro bestialità su un giovane lasciato agonizzante sul bordo della strada, colpevole di non essersi arruolato tra quelli di Salò. Poi su un uomo con il sacchetto di riso per sfamare una famiglia, che era pure fascista. Hanno aggredito un vecchio perchè padre di un figlio prigioniero in Germania, che per questo doveva essere un traditore, un nemico.

Non dimenticherò mai il sangue che ho lavato davanti a casa. A me non mi si parli di fascisti.

Sono parole per la memoria di una storia vera ascoltata dalla voce di Argentina alla fine degli anni Novanta, citata per riservatezza solo con il nome di battesimo.

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1944, in Val d’Aveto un Agosto di sangue

Fu un Agosto di sangue quello del 1944 in Val d’Aveto (GE).

Siamo nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale e i Nazisti sono in ritirata dietro la linea Gotica dopo un anno dalla caduta del fascismo, con la collaborazione di delatori in camicia nera al servizio di Mussolini e della Repubblica Sociale di Salò si macchieranno di atroci eccidi in tutto il nord Italia.

Una lunga scia di sangue che non risparmierà la popolazione civile ed in particolare i contadini, le figure religiose come i parroci delle frazioni di montagna, le donne prima violentate e poi uccise, una furia omicida che non farà sconti nemmeno ai bambini e ai neonati che in alcune occasioni vengono persino utilizzati come tiro a segno vivente dalle doppiette nazifasciste.

In Val d’Aveto, quello dell’Agosto 1944, fu un mese che rimarrà per sempre nella memoria dei suoi abitanti, i primi a cadere furono i Partigiani che in quell’area operavano a difesa della popolazione che all’improvviso, a seguito dei rastrellamenti nazifascisti, si trova ad essere terreno oggetto di tremende barbarie.

In ordine cronologico il 24 Agosto 1944 la morte del Partigiano Domenico Raggio “Macchia” di Lavagna. La formazione di “Virgola”, in seguito divisione “Coduri”, era stata suddivisa in due distaccamenti dipendenti dalla “Cichero” uno dei quali, comandato dallo stesso “Virgola”, si era attestato al passo dell’Incisa, sulle pendici del Monte Penna.

In quei giorni era infatti iniziato un grande rastrellamento dei nazifascisti, rinforzati da reparti della “Monterosa”, con l’obiettivo di snidare i partigiani dai valichi che controllavano l’accesso alla Riviera Ligure.
Il primo tragico fatto accadde proprio nei giorni in cui erano in atto i preparativi di difesa e fu provocato dal tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese caduto sul Penna. Forse fu l’inesperienza che causò lo scoppio di una bomba che raggiunse in pieno il giovane partigiano “Macchia”, che morì poche ore dopo, mentre Raimondo Giobatta “Piccolo” di Sestri Levante rimase gravemente ferito, tanto che perdette completamente la vista. Rimasero pure feriti “Italo”, “Naccari” e “Billi”.

Il 27 Agosto 1944 la medesima sorte toccò a Brizzolara Andrea di Villanoce colpito a morte da mano sacrilega all’età di 27 anni.

Nella stessa giornata fu la volta del Partigiano Silvio Solimano “Berto” di anni 19, nato a Santa Margherita Ligure ed aggregato alla Brigata Garibaldi “Cichero”, così ne tratteggia l’eroica figura, la motivazione della massima ricompensa al valor militare:

Già noto alle polizie nazifasciste per i suoi sentimenti contrari e ribelli all’oppressore, fu tra i primi animatori del movimento clandestino. Arrestato, riusciva arditamente ad evadere e passava, sprezzante di ogni pericolo, alla lotta aperta nelle formazioni partigiane. Sabotatore audace, combattente valoroso, compiva leggendarie gesta, degne delle tradizioni della sua gente. Durante un rastrellamento effettuato da soverchianti forze nazi-fasciste, che minacciavano di accerchiamento una Divisione partigiana, alla testa di un gruppo di audaci si lanciava eroicamente contro il nemico, che sorpreso da tanto ardimento, si sbandava lasciando sul terreno morti e feriti ed abbondante materiale bellico. Nell’eroico gesto cadeva, colpito in fronte, facendo olocausto della sua giovane esistenza per la salvezza della grande unità partigiana. Fulgido esempio di strenuo valore, di altruismo e di completa dedizione alla causa“. Al giovanissimo partigiano è stata intitolata una via di Genova.

Il 29 Agosto 1944 le case di Allegrezze vengono date alle fiamme dai Nazifascisti, un accadimento che generò altre morti innocenti e che proviamo brevemente qui a riportare grazie al documento dell’A.N.P.I. di Santa Margherita Ligure, che è stato pubblicato nel libro di Marina Marchetti “Sognando la pace… racconti di guerra: 1943-1945”, edito dal Comune di Santa Margherita Ligure nel 2005:

Il Prof. Vittorio Podestà medico chirurgo radiologo sottoscrisse la seguente testimonianza:

Chiavari, 30 giugno 1946
Il sottoscritto dichiara che la sera del 27 agosto 1944 alle ore 17,00 circa venne prelevato (arma alla mano) da due soldati accompagnati da due borghesi che erano stati prelevati in rastrellamento da una colonna di Nazi-Fascisti (Gruppo Cadòlo di Esplorazione della “MONTE ROSA”) ed invitato a recarsi ad Allegrezze D’Aveto per prestare soccorso medico a feriti nel combattimento in corso con un gruppo di Partigiani che aveva aggredito la colonna stessa. – Il sottoscritto era alla Villa D’Aveto dove aveva la propria famiglia sfollata, e da pochi giorni era venuto a visitarla. – Il sottoscritto si fece accompagnare dal figlio del suo padrone di casa Sig. Zaraboldi Costantino ed insieme ai militari e borghesi suddetti si recò ad Allegrezze che dista circa un Kl.m. : Ferveva sempre il combattimento.- Ivi giunto, trovò il Parroco don Primo Moglia dal quale apprese che lui stesso era stato preso in ostaggio dal Comandante della Colonna di Nazi-Fascisti e che mentre veniva condotto a Santo Stefano con la stessa, aveva inizio un fiero combattimento con i Partigiani, per cui la Colonna stessa era stata decimata ed aveva dovuto retrocedere : Il Parroco don Primo allora aveva disposto il raccoglimento dei feriti e dei morti improvvisando in casa sua (Canonica) l’infermeria.- Infatti io trovai nei vari letti e stanze, una quantità di feriti più gravi. – Pregai il Parroco disporre in modo che mi si aprisse la scuola di fronte alla sua Canonica per poter medicare e curare e ricoverare anche gli altri feriti che via, via affluivano portati dai borghesi.- Posso attestare che la Popolazione di Allegrezze guidata dal Suo Parroco fece miracoli in quella sera ed in tutta la notte successiva, mettendo a disposizione i pagliericci e la biancheria occorrente a medicare e
ricoverare ben 37 feriti gravi e portare al cimitero sette morti.- Furono tutti medicati dal sottoscritto con l’aiuto della Popolazione ed in modo speciale del Parroco e di una donna che era stata presa in ostaggio certa Caprini Maria. Nella notte stessa, con l’aiuto dell’interprete Tedesco P. Tomas ROCKERT, il sottoscritto poté ottenere dal tenente Tedesco delle SS che apparteneva al Comando della Colonna stessa, la promessa su Parola d’Onore dello stesso di liberare all’alba gli ostaggi presi e tra questi il Parroco Don Primo Moglia ed il giovane Sacerdote Don Giovanni Barattini di Alpicella : Tutto ciò in premio dell’opera veramente encomiabile prestata da Don Primo e dalla Popolazione della Sua Parrocchia da Lui Guidata.- Infatti, all’alba del giorno dopo, prima di partire (il sottoscritto) per recarsi alla sua abitazione, si accertò personalmente che tale liberazione fosse mantenuta.- Purtroppo, il giorno appresso, venne bruciato il Paese su ordine di un delinquente Italiano che comandava la Colonna : Maggiore Cadèlo, che infrangendo la parola d’onore con il sottoscritto impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, mentre al mattino del 29 Agosto 1944 il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare il Paese e appiccicava il fuoco a tutte le abitazioni della Frazione impedendo ai Parrocchiani dalle altre Frazioni di accorrere in aiuto per spegnere gli incendi. La Chiesa restò salva soltanto perché il Parroco si era adoperato come già detto per i feriti.- Così anche la scuola, la canonica e la stessa sua Vita.- Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al Becchino, ed al Figlio del suo padrone di casa Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del sottoscritto, si recano in località “La Cava” per raccogliere il Cadavere del Partigiano Berto che per ordine del su menzionato Maggiore Cadèlo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura.- La Cassa fu fabbricata dallo stesso Costante Zaraboldi gratuitamente.- Un mese dopo, circa, tanto il sottoscritto (che aveva rimesso di propria tasca tutta la medicazione dei feriti stessi) che il Zaraboldi e il Padre Suo, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani, e non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Maggiore Cadelo*(che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.- In fede di Quanto Sopra sono.
F.to: Prof. Dott. VITTORIO PODESTA’

*Maggiore Cadelo Gerolamo della Divisione Monterosa, con sede a Rezzoaglio.

Il 30 Agosto 1944 fu l’ultimo giorno di vita per il Partigiano Giovanni Galloni “Razza” di Setterone (Bedonia).

 La staffetta “Razza” era arrivata la sera del 29 agosto portando a “Virgola” l’ordine di
resistere sul passo il più a lungo possibile. La mattina dopo iniziò l’attacco nemico e “Razza”, che si preparava a ritornare al comando, venne colpito da una granata che lo uccise sul colpo.
Il suo sacrificio non fu vano, “Virgola” e la sua formazione ben posizionata e mimetizzata
fra i boschi, oppose una tenace resistenza ai tedeschi e agli alpini della “Monterosa” intenti nel massiccio rastrellamento della vallata lasciando sul terreno morti e feriti, mentre fra i partigiani non ci furono ulteriori perdite.

L’ultima tragedia in ordine cronologico fu quella del 2 Settembre 1944, la storia è quella del giovane Carabiniere Albino Badinelli.

Nacque a Allegrezze, frazione di Santo Stefano d’Aveto, il 6 marzo 1920, figlio di Vittorio e Caterina Ginocchio. Al termine degli studi decise di arruolarsi nell’arma dei Carabinieri, e nel 1939 iniziò a frequentare l’Accademia militare di Torino. Il 1 marzo 1940 viene incorporato, quale carabiniere ausiliario a piedi, presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, con la ferma di leva di 18 mesi. Il 10 giugno, con l’entrata in guerra del Regno d’Italia, diviene carabiniere effettivo, e trasferito alla Legione di Messina il 14 dello stesso mese, viene destinato a prestare servizio a Scicli. Il 2 maggio 1941 è trasferito alla Legione di Napoli ed incorporato nel neocostituito XX Battaglione CC. RR. mobilitato, con cui al termine dell’invasione della Jugoslavia raggiunge Zagabria, in Croazia, territorio dichiarato in stato di guerra, il 21 settembre 1941. Assegnato a prestare servizio nella città di Knin, svolse compiti di vigilanza e polizia militare nella zona occupata dalla 12ª Divisione fanteria “Sassari”, dipendente dal IV Corpo d’armata in forza alla 2ª Armata.

Rientrato in Patria è destinato a prestare servizio presso la Legione di Parma, assegnato alla stazione di Santa Maria del Taro, in omonima provincia. Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si diede alla macchia, ma rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Sociale Italiana. All’inizio del 1944 la sua caserma viene attaccata dai partigiani e rimane isolata e senza poter ricevere ordini. Consigliato a rientrare a casa, raggiunse i suoi genitori a Santo Stefano d’Aveto, che lo nascosero. Nei primi giorni di agosto il territorio dei paesi limitrofi di Casoni, Amborzasco e Alpicella d’Aveto, è oggetto di un rastrellamento da parte dei soldati della RSI, che il 27 dello stesso mese scesero verso Santo Stefano d’Aveto. Il giorno 29 i soldati del comandante del gruppo di esplorazione della 4ª Divisione alpina “Monterosa”, maggiore Cadelo (detto “Caramella”), raggiunsero Allegrezze dandolo alla fiamme, si salvarono solo la chiesa e la canonica. Il 2 settembre il maggiore Cadelo emise un ordine perentorio in cui si diceva che se tutti gli sbandati e i renitenti alle armi non si fossero presentati presso il comando, sito nella Casa del Fascio di Santo Stefano d’Aveto, avrebbe fatto fucilare tutti i 20 ostaggi e incendiato il paese. Raggiunto spontaneamente il comando, fu messo a colloquio con Cadelo, il quale appena seppe che era un carabiniere lo considerò un disertore e lo condannò immediatamente a morte tramite plotone di esecuzione. Chiesto di potersi confessare, cosa che gli fu negata, tuttavia ebbe la possibilità di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde che, avvertito da un ragazzo, lo aveva raggiunto presso la Casa del Fascio. Il parroco lo confessò e lo benedisse raccomandandolo alla Vergine di Guadalupe e gli consegnò un crocefisso. Accompagnato dal monsignore fu portato nei pressi del cimitero e posto di spalle contro il muro fu immediatamente fucilato. Poco prima di ricevere la scarica mortale esclamò: Dio perdona loro perché non sanno quello che fanno!. Il corpo fu lasciato esposto per ordine di Cadelo, a monito per la popolazione, ma venne trafugato da alcuni paesani guidati da monsignor Casimiro Todeschini, e posto su una scala di legno fu trasportato a spalla fino ad Allegrezze dove venne sepolto dal locale parroco monsignor Primo Moglia nel cimitero, dopo un breve rito funebre. Lasciava la sua famiglia e la fidanzata Albina.

Il 21 Settembre 2019 la Caserma militare dell’Arma dei Carabinieri viene intitolata proprio ad Albino Badinelli.

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