Chi erano i Repubblichini ai quali oggi alcuni dedicano omaggi e corone?

La Storia d’Italia del ventennio fascista racconta tantissime storie di vessazioni e di efferate violenze da parte di atroci assassini, ma chi erano questi delinquenti che pur di difendere la dittatura del duce hanno massacrato ed ucciso migliaia di civili e militari Italiani? Ma soprattutto perché oggi, per un bieco gioco politico, alcuni tentano di avviare la Storia verso il baratro del revisionismo?

Come ho provato a fare con gli articoli fin qui pubblicati, nelle prossime righe cerco di dettagliare la figura di un personaggio, fra i tanti, che nel Tigullio si è contraddistinto per ferocia e crudeltà, incendiario di paesi, fucilatore di carabinieri e civili.

Si tratta del Maggiore Girolamo Cadelo, comandante del Gruppo Esplorante della divisione alpina “Monterosa” nato il 04/06/1906 a Trapani, morto in un agguato Partigiano della Brigata “Berto” dopo il Passo della Forcella il 27 Settembre 1944.

Cadelo era nato in una famiglia dell’aristocrazia siciliana (i baroni dell’Isola di Salina). Fascista integrale e fanatico, aveva partecipato alla campagna sul fronte russo in qualità di ufficiale dei Lancieri di Novara. Dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla neo costituita Repubblica Sociale e fu inserito nella divisione alpina “Monterosa”, una della quattro divisioni dell’esercito repubblicano addestrate in Germania. Alla fine di Luglio 1944, la Monterosa venne schierata lungo la riviera del levante ligure, da Nervi a Bobbio sul fronte orientale e da Levanto a Borgotaro(PR) sul fronte occidentale, per fronteggiare un paventato sbarco anglo-americano e contrastare le incursioni Partigiane delle provincie di Genova e Parma.

Il comando della “Monterosa” ebbe sede a Terrarossa (Carasco) e trattenne come riserva divisionale il gruppo esplorante con sede a Borzonasca, comandato appunto da Cadelo, e il battaglione pionieri del Maggiore Agamennone, con sede a Carasco.

L’ufficiale Repubblichino Cadelo iniziò ad esercitare le sue funzioni mostrando particolare durezza nei confronti della popolazione civile e dei suoi subordinati. L’accanimento e la spietatezza con le quali si impegnò nella repressione del fenomeno resistenziale, seminarono nelle valli Aveto e Trebbia terrore e sgomento.

Domenica 6 agosto a Caregli (Borzonasca), nel pieno svolgimento della festa patronale, Cadelo irruppe nella piccola frazione. Dopo aver chiesto i documenti d’identità a tutti i presenti, individuò tre giovani renitenti alla leva, li apostrofò a dure parole accusandoli di essere i responsabili dell’aggressione di un fascista locale, quindi, dopo sommari accertamenti, li fece fucilare. Da quel giorno la spirale di violenza subì una tragica accelerazione.

Si “guadagnò” il soprannome di “barone nero” o “caramella” (per il monocolo che usava portare sempre con se).

Alla fine dell’Agosto del 1944 quello in Val d’Aveto fu un mese di sangue (leggi qui l’articolo dedicato), un’operazione di rastrellamento interessò le province di Piacenza, Genova, Alessandria, Pavia e Parma. Alla divisione Monterosa venne assegnato il compito di rastrellare le valli Trebbia ed Aveto per poi congiungersi a Bobbio con gli altri reparti provenienti dall’Oltrepò.

Il 27 agosto i partigiani attaccarono una colonna di alpini ad Allegrezze in Val d’Aveto, causando morti e feriti. In ausilio al reparto attaccato venne inviato uno squadrone al comando del maggiore Cadelo che, appena giunto in loco, fece fucilare per rappresaglia Antonio Brizzolara, nativo di Allegrezze (vedi qui la geolocalizzazione del luogo e della lapide). Fu ordinato quindi un pattugliamento concentrato della zona.

Il 29 Agosto presso il ponte di Boschi furono trucidati due ragazzi che transitavano sul greto del fiume Aveto: Ghirardelli Luigi e Pagliughi Mario, quest’ultimo finito con il calcio del fucile, il corpo venne gettato in una scarpata e coperto di pietre.

Quello stesso giorno, i soldati della Monterosa incendiarono la canonica di Brignole nel comune di Rezzoaglio.

Il maggiore Cadelo, accusando la comunità locale di connivenza con i partigiani e infrangendo la parola d’onore con la popolazione impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, il mattino del 29 Agosto 1944, mentre il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare Allegrezze e appiccava il fuoco a tutte le abitazioni della frazione impedendo ai parrocchiani dalle altre frazioni di accorrere in aiuto per spegnere l’incendio.

Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al becchino del paese, ed al figlio Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del Prof.Dott. Vittorio Podestà, si recarono in località “La Cava” per raccogliere il cadavere del Partigiano Berto (di anni 19) che per ordine del su menzionato Maggiore Cadelo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura, la cassa fu fabbricata gratuitamente dallo stesso Costantino Zaraboldi. Un mese dopo, circa, il Zaraboldi e suo padre, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani. Non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Cadelo (che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.

Il 2 Settembre a Santo Stefano d’Aveto l’ufficiale repubblichino Cadelo condannò alla fucilazione il Carabiniere Albino Badinelli, di anni 24 nato ad Allegrezze (a Badinelli è stata recentemente intitolata la caserma dei Carabinieri della Stazione di Santo Stefano d’Aveto, clicca qui per vedere quei luoghi sulla mappa).

Il giorno 7 Settembre altri due civili furono passati per le armi a Rezzoaglio. Dopo la conclusione del rastrellamento il Gruppo Esplorante restò di presidio tra Rezzoaglio, Santo Stefano e Borgonovo. Cadelo insediò dunque il suo comando presso l’albergo Americano di Rezzoaglio ed iniziò a maturare la personale convinzione che la popolazione dell’alta Val d’Aveto, in particolare la comunità di Santo Stefano, fiancheggiasse i partigiani. Fece così arrestare il parroco del paese Don Casimiro Todeschini ed altri 9 residenti, tra uomini e donne, imprigionandoli a Rezzoaglio. Decise inoltre che Santo Stefano avrebbe subito la stessa sorte di Allegrezze; in questo caso però alcuni ufficiali del suo reparto espressero la loro contrarietà.

Il comando della divisione partigiana “Cichero” venne a conoscenza del pericolo che correva il paese. Non si ha la certezza di chi informò i patrioti anche se, recentemente, il partigiano Costante Lunetti “Caronte”,  intervistato per un documentario dedicato al comandante “Bisagno”, ha raccontato che tra gli ufficiali della Monterosa ve ne era uno che informava in anticipo i partigiani su tutte le operazioni della divisione. In ogni caso il comando della “Cichero” stabilì di porre fine al terrore seminato da Cadelo con l’obiettivo di  un’imboscata pianificata per il 27 settembre. L’organizzazione dell’agguato fu rocambolesca. Secondo la cronaca di fonte resistenziale e le testimonianze raccolte da Don Michele Tosi, quel giorno tre patrioti della brigata “Berto” fermarono, presso Cabanne d’Aveto, due militi motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana (Palladini Edmondo e De Luca Giuseppe): due partigiani indossarono le divise tolte ai militi, inforcarono le motociclette e recarono al maggiore Cadelo un falso messaggio che lo convocava presso il comando divisionale di Terrarossa. I “militi” rimontarono poi sulle moto e percorsero la strada a ritroso sino all’altezza del Rio Bottazzo dove abbandonarono i mezzi. Cadelo partì da Rezzoaglio con la sua automobile e la scorta. In località Molini incontrò una pattuglia di alpini che gli comunicarono di aver ritrovato le due moto abbandonate. Egli, intuendo il pericolo, fece ritorno a Rezzoaglio.

Convocò l’arciprete Don Luigi Pagliughi e gli ingiunse di ritrovare i due militi scomparsi, altrimenti avrebbe fatto fucilare i dieci ostaggi arrestati a Santo Stefano, compreso Don Todeschini. Successivamente ripartì per Terrarossa, andando incontro al suo destino in poco oltre il Passo della Forcella.

Tre partigiani si erano appostati nel bosco in prossimità di una curva in località Brizzolara. All’apparire dell’auto del Maggiore, il partigiano “Macario” sparò una raffica di mitragliatore che colpi l’ufficiale seduto accanto all’autista. Cadelo fu trasportato precipitosamente a Chiavari presso l’ospedale della Croce Rossa, dove giunse cadavere.

Da fonti neofasciste i resti mortali del maggiore Cadelo sono stati tumulati nella Cripta della R.S.I. nel cimitero di Genova Staglieno. Precedentemente si trovavano nel cimitero di Chiavari, dove erano stati tumulati immediatamente dopo la morte. In quella cripta del capoluogo dove vergognosamente alcuni esponenti della politica genovese, insieme a gruppi dell’estrema destra neofascista, ogni anno si riuniscono per depositare fiori e corone.

Altrettanto vergognosa e grave è la celebrazione ufficiale che alcune amministrazioni comunali operano ogni 4 novembre, in memoria di fucilatori di civili e militari come appunto quella ai danni del giovane Albino Badinelli, che da Carabiniere eroe sacrificò la propria vita per salvare Santo Stefano d’Aveto dalle fiamme e dalla ferocia assassina degli ufficiali della Repubblica Sociale di Salò.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

(Fonti di questo articolo sono alcuni documenti storici gentilmente concessi da Giorgio “Getto” Viarengo, testimonianze dirette trascritte sui libri di Storia locale e citati anche all’interno della mappa digitale, cosi’ come alcuni passaggi dell’articolo tratto dal n° 36 del 8/11/2018 del settimanale “La Trebbia”)

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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