L’Eccidio dei Martiri dell’Olivetta (Portofino). Il racconto di un testimone.

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1944 furono fucilati sulla spiaggia dell’Olivetta ventidue prigionieri politici prelevati dalla IV sezione del carcere di Marassi. Legati l’uno all’altro con filo di ferro, i corpi delle vittime furono caricati su barche e, zavorrati con pesanti pietre e gettati al largo in mare.

L’eccidio avvenne in segreto, da parte dei tedeschi, coadiuvati dal vessatore repubblichino Vito Spiotta, capo delle Bande Nere di Chiavari. Solo dopo la fine della guerra fu possibile risalire all’identità delle vittime.

In questo articolo vi raccontiamo una testimonianza diretta.

LA STORIA :
21 Partigiani e un detenuto, furono prelevati di notte dal carcere di Marassi dai Nazifascisti e furono trasportati nel Castello di Portofino dove si era insediato un tenente della Marina tedesca, Ernst Reimers, che aveva allestito delle celle nella torre, dove poi sono state trovate varie scritte di prigionieri rimasti sconosciuti, e che aveva fama di torturatore e assassino.

Dopo torture e pestaggi i corpi dei prigionieri vennero legati assieme, con fil di ferro e reti, caricati su un barcone, che fu poi visto insanguinato, e gettati in mare con una zavorra di pietre. Si sa che alle operazioni parteciparono componenti delle Brigate Nere a capo del vessatore del Tigullio Vito Spiotta.
Di seguito la testimonianza diretta di Silicani Giuseppe:

«I tedeschi mi avevano ingaggiato per fare il turno di notte al compressore. Ebbene quella notte non m’ero accorto di nulla perché il compressore faceva un rumore d’inferno. A un tratto mi si avvicinò un fascista che mi ordinò di fare bene attenzione che il motore non s’arrestasse. Fu allora che m’accorsi del cellulare che s’era fermato sulla piazzetta, e dei tedeschi che facevano scendere quei poveretti e li mettevano in fila, schierati davanti al muro antisbarco. Contai ventidue ragazzi, ne ricordo esattamente il numero; e molti di loro s’erano messi a piangere, mentre uno si stava raccomandando a questo, a quel tedesco dicendo ch’era un grosso sbaglio, che lui non c’entrava, non era mai stato partigiano, aveva fatto soltanto il ladro e per questo non potevano ammazzarlo».

S’arrestò per indicarmi una finestra al primo piano della casa che fa angolo sulla strada del Faro: «Lì – mi disse – abitava un’amico mio ch’era falegname. Si chiamava Pirè, ed ora è morto: s’affacciò alla finestra, il poveruomo e gridò: “vieni a prenderti il caffè, Beppe…”. Il fascista s’era allontanato e vicino a me era rimasto il tedesco che conoscevo un poco: gli dissi che andavo su dal Pirè a prendere un caffè e sarei subito ritornato, e lui mi lasciò andare. Restammo lassù, dietro quelle persiane, carichi di paura… Quando i tedeschi ebbero finito di frugare quei poveri ragazzi e gli ebbero tolto tutto quel che avevano indosso – qualche capotto, dei maglioni – il comandante li incolonnò, incatenati l’uno all’altro come bestie che si portano al macello… Proprio così…».

Dopo una pausa, si asciugò la fronte, eppoi riprese: «Stemmo un’ora e forse più, non si sentiva che il rumore di quel compressore. A un certo punto il Pirè parve di sentire delle raffiche di mitra che provenivano dall’Olivetta, ma io dicevo di no, che era il compressore che ogni tanto perdeva colpi; “Vedrai” gli dicevo, “che li hanno portati in torre per interrogarli eppoi li riportano qui…”. Sulla piazzetta c’erano tre o quattro fascisti che stavano chiacchierando col conducente del cellulare: finalmente dalla stradetta del Faro sbucarono di gran corsa tedeschi e fascisti, e uno di loro, forse il comandante, si rivolse al conducente: “Su, partiamo svelti, che la frittata ormai è fatta…”. Proprio queste parole disse: e tutti, in gran confusione, s’imbarcarono e il cellulare se ne partì. Allora scesi a fermare il compressore e per terra trovai un fazzoletto con 37 lire e quel mattino stesso lo consegnai al parroco della chiesa di S. Giorgio…».

Concluse: «Tanto orribile è stato questo massacro che a Portofino nessuno vuole sentirne parlare… come se fosse una vergogna per il paese… Gli scogli dell’Olivetta imbrattati di sangue… le reti sul molo scomparse, e così i rottami di ferro… Tutti lo sanno…».

Per l’elenco dei caduti, apri la mappa digitale della Resistenza sul monte di Portofino ⬇️

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

2 pensieri riguardo “L’Eccidio dei Martiri dell’Olivetta (Portofino). Il racconto di un testimone.

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