1944, in Val d’Aveto un Agosto di sangue

Fu un Agosto di sangue quello del 1944 in Val d’Aveto (GE).

Siamo nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale e i Nazisti sono in ritirata dietro la linea Gotica dopo un anno dalla caduta del fascismo, con la collaborazione di delatori in camicia nera al servizio di Mussolini e della Repubblica Sociale di Salò si macchieranno di atroci eccidi in tutto il nord Italia.

Una lunga scia di sangue che non risparmierà la popolazione civile ed in particolare i contadini, le figure religiose come i parroci delle frazioni di montagna, le donne prima violentate e poi uccise, una furia omicida che non farà sconti nemmeno ai bambini e ai neonati che in alcune occasioni vengono persino utilizzati come tiro a segno vivente dalle doppiette nazifasciste.

In Val d’Aveto, quello dell’Agosto 1944, fu un mese che rimarrà per sempre nella memoria dei suoi abitanti, i primi a cadere furono i Partigiani che in quell’area operavano a difesa della popolazione che all’improvviso, a seguito dei rastrellamenti nazifascisti, si trova ad essere terreno oggetto di tremende barbarie.

In ordine cronologico il 24 Agosto 1944 la morte del Partigiano Domenico Raggio “Macchia” di Lavagna. La formazione di “Virgola”, in seguito divisione “Coduri”, era stata suddivisa in due distaccamenti dipendenti dalla “Cichero” uno dei quali, comandato dallo stesso “Virgola”, si era attestato al passo dell’Incisa, sulle pendici del Monte Penna.

In quei giorni era infatti iniziato un grande rastrellamento dei nazifascisti, rinforzati da reparti della “Monterosa”, con l’obiettivo di snidare i partigiani dai valichi che controllavano l’accesso alla Riviera Ligure.
Il primo tragico fatto accadde proprio nei giorni in cui erano in atto i preparativi di difesa e fu provocato dal tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese caduto sul Penna. Forse fu l’inesperienza che causò lo scoppio di una bomba che raggiunse in pieno il giovane partigiano “Macchia”, che morì poche ore dopo, mentre Raimondo Giobatta “Piccolo” di Sestri Levante rimase gravemente ferito, tanto che perdette completamente la vista. Rimasero pure feriti “Italo”, “Naccari” e “Billi”.

Il 27 Agosto 1944 la medesima sorte toccò a Brizzolara Andrea di Villanoce colpito a morte da mano sacrilega all’età di 27 anni.

Nella stessa giornata fu la volta del Partigiano Silvio Solimano “Berto” di anni 19, nato a Santa Margherita Ligure ed aggregato alla Brigata Garibaldi “Cichero”, così ne tratteggia l’eroica figura, la motivazione della massima ricompensa al valor militare:

Già noto alle polizie nazifasciste per i suoi sentimenti contrari e ribelli all’oppressore, fu tra i primi animatori del movimento clandestino. Arrestato, riusciva arditamente ad evadere e passava, sprezzante di ogni pericolo, alla lotta aperta nelle formazioni partigiane. Sabotatore audace, combattente valoroso, compiva leggendarie gesta, degne delle tradizioni della sua gente. Durante un rastrellamento effettuato da soverchianti forze nazi-fasciste, che minacciavano di accerchiamento una Divisione partigiana, alla testa di un gruppo di audaci si lanciava eroicamente contro il nemico, che sorpreso da tanto ardimento, si sbandava lasciando sul terreno morti e feriti ed abbondante materiale bellico. Nell’eroico gesto cadeva, colpito in fronte, facendo olocausto della sua giovane esistenza per la salvezza della grande unità partigiana. Fulgido esempio di strenuo valore, di altruismo e di completa dedizione alla causa“. Al giovanissimo partigiano è stata intitolata una via di Genova.

Il 29 Agosto 1944 le case di Allegrezze vengono date alle fiamme dai Nazifascisti, un accadimento che generò altre morti innocenti e che proviamo brevemente qui a riportare grazie al documento dell’A.N.P.I. di Santa Margherita Ligure, che è stato pubblicato nel libro di Marina Marchetti “Sognando la pace… racconti di guerra: 1943-1945”, edito dal Comune di Santa Margherita Ligure nel 2005:

Il Prof. Vittorio Podestà medico chirurgo radiologo sottoscrisse la seguente testimonianza:

Chiavari, 30 giugno 1946
Il sottoscritto dichiara che la sera del 27 agosto 1944 alle ore 17,00 circa venne prelevato (arma alla mano) da due soldati accompagnati da due borghesi che erano stati prelevati in rastrellamento da una colonna di Nazi-Fascisti (Gruppo Cadòlo di Esplorazione della “MONTE ROSA”) ed invitato a recarsi ad Allegrezze D’Aveto per prestare soccorso medico a feriti nel combattimento in corso con un gruppo di Partigiani che aveva aggredito la colonna stessa. – Il sottoscritto era alla Villa D’Aveto dove aveva la propria famiglia sfollata, e da pochi giorni era venuto a visitarla. – Il sottoscritto si fece accompagnare dal figlio del suo padrone di casa Sig. Zaraboldi Costantino ed insieme ai militari e borghesi suddetti si recò ad Allegrezze che dista circa un Kl.m. : Ferveva sempre il combattimento.- Ivi giunto, trovò il Parroco don Primo Moglia dal quale apprese che lui stesso era stato preso in ostaggio dal Comandante della Colonna di Nazi-Fascisti e che mentre veniva condotto a Santo Stefano con la stessa, aveva inizio un fiero combattimento con i Partigiani, per cui la Colonna stessa era stata decimata ed aveva dovuto retrocedere : Il Parroco don Primo allora aveva disposto il raccoglimento dei feriti e dei morti improvvisando in casa sua (Canonica) l’infermeria.- Infatti io trovai nei vari letti e stanze, una quantità di feriti più gravi. – Pregai il Parroco disporre in modo che mi si aprisse la scuola di fronte alla sua Canonica per poter medicare e curare e ricoverare anche gli altri feriti che via, via affluivano portati dai borghesi.- Posso attestare che la Popolazione di Allegrezze guidata dal Suo Parroco fece miracoli in quella sera ed in tutta la notte successiva, mettendo a disposizione i pagliericci e la biancheria occorrente a medicare e
ricoverare ben 37 feriti gravi e portare al cimitero sette morti.- Furono tutti medicati dal sottoscritto con l’aiuto della Popolazione ed in modo speciale del Parroco e di una donna che era stata presa in ostaggio certa Caprini Maria. Nella notte stessa, con l’aiuto dell’interprete Tedesco P. Tomas ROCKERT, il sottoscritto poté ottenere dal tenente Tedesco delle SS che apparteneva al Comando della Colonna stessa, la promessa su Parola d’Onore dello stesso di liberare all’alba gli ostaggi presi e tra questi il Parroco Don Primo Moglia ed il giovane Sacerdote Don Giovanni Barattini di Alpicella : Tutto ciò in premio dell’opera veramente encomiabile prestata da Don Primo e dalla Popolazione della Sua Parrocchia da Lui Guidata.- Infatti, all’alba del giorno dopo, prima di partire (il sottoscritto) per recarsi alla sua abitazione, si accertò personalmente che tale liberazione fosse mantenuta.- Purtroppo, il giorno appresso, venne bruciato il Paese su ordine di un delinquente Italiano che comandava la Colonna : Maggiore Cadèlo, che infrangendo la parola d’onore con il sottoscritto impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, mentre al mattino del 29 Agosto 1944 il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare il Paese e appiccicava il fuoco a tutte le abitazioni della Frazione impedendo ai Parrocchiani dalle altre Frazioni di accorrere in aiuto per spegnere gli incendi. La Chiesa restò salva soltanto perché il Parroco si era adoperato come già detto per i feriti.- Così anche la scuola, la canonica e la stessa sua Vita.- Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al Becchino, ed al Figlio del suo padrone di casa Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del sottoscritto, si recano in località “La Cava” per raccogliere il Cadavere del Partigiano Berto che per ordine del su menzionato Maggiore Cadèlo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura.- La Cassa fu fabbricata dallo stesso Costante Zaraboldi gratuitamente.- Un mese dopo, circa, tanto il sottoscritto (che aveva rimesso di propria tasca tutta la medicazione dei feriti stessi) che il Zaraboldi e il Padre Suo, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani, e non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Maggiore Cadelo*(che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.- In fede di Quanto Sopra sono.
F.to: Prof. Dott. VITTORIO PODESTA’

*Maggiore Cadelo Gerolamo della Divisione Monterosa, con sede a Rezzoaglio.

Il 30 Agosto 1944 fu l’ultimo giorno di vita per il Partigiano Giovanni Galloni “Razza” di Setterone (Bedonia).

 La staffetta “Razza” era arrivata la sera del 29 agosto portando a “Virgola” l’ordine di
resistere sul passo il più a lungo possibile. La mattina dopo iniziò l’attacco nemico e “Razza”, che si preparava a ritornare al comando, venne colpito da una granata che lo uccise sul colpo.
Il suo sacrificio non fu vano, “Virgola” e la sua formazione ben posizionata e mimetizzata
fra i boschi, oppose una tenace resistenza ai tedeschi e agli alpini della “Monterosa” intenti nel massiccio rastrellamento della vallata lasciando sul terreno morti e feriti, mentre fra i partigiani non ci furono ulteriori perdite.

L’ultima tragedia in ordine cronologico fu quella del 2 Settembre 1944, la storia è quella del giovane Carabiniere Albino Badinelli.

Nacque a Allegrezze, frazione di Santo Stefano d’Aveto, il 6 marzo 1920, figlio di Vittorio e Caterina Ginocchio. Al termine degli studi decise di arruolarsi nell’arma dei Carabinieri, e nel 1939 iniziò a frequentare l’Accademia militare di Torino. Il 1 marzo 1940 viene incorporato, quale carabiniere ausiliario a piedi, presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, con la ferma di leva di 18 mesi. Il 10 giugno, con l’entrata in guerra del Regno d’Italia, diviene carabiniere effettivo, e trasferito alla Legione di Messina il 14 dello stesso mese, viene destinato a prestare servizio a Scicli. Il 2 maggio 1941 è trasferito alla Legione di Napoli ed incorporato nel neocostituito XX Battaglione CC. RR. mobilitato, con cui al termine dell’invasione della Jugoslavia raggiunge Zagabria, in Croazia, territorio dichiarato in stato di guerra, il 21 settembre 1941. Assegnato a prestare servizio nella città di Knin, svolse compiti di vigilanza e polizia militare nella zona occupata dalla 12ª Divisione fanteria “Sassari”, dipendente dal IV Corpo d’armata in forza alla 2ª Armata.

Rientrato in Patria è destinato a prestare servizio presso la Legione di Parma, assegnato alla stazione di Santa Maria del Taro, in omonima provincia. Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si diede alla macchia, ma rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Sociale Italiana. All’inizio del 1944 la sua caserma viene attaccata dai partigiani e rimane isolata e senza poter ricevere ordini. Consigliato a rientrare a casa, raggiunse i suoi genitori a Santo Stefano d’Aveto, che lo nascosero. Nei primi giorni di agosto il territorio dei paesi limitrofi di Casoni, Amborzasco e Alpicella d’Aveto, è oggetto di un rastrellamento da parte dei soldati della RSI, che il 27 dello stesso mese scesero verso Santo Stefano d’Aveto. Il giorno 29 i soldati del comandante del gruppo di esplorazione della 4ª Divisione alpina “Monterosa”, maggiore Cadelo (detto “Caramella”), raggiunsero Allegrezze dandolo alla fiamme, si salvarono solo la chiesa e la canonica. Il 2 settembre il maggiore Cadelo emise un ordine perentorio in cui si diceva che se tutti gli sbandati e i renitenti alle armi non si fossero presentati presso il comando, sito nella Casa del Fascio di Santo Stefano d’Aveto, avrebbe fatto fucilare tutti i 20 ostaggi e incendiato il paese. Raggiunto spontaneamente il comando, fu messo a colloquio con Cadelo, il quale appena seppe che era un carabiniere lo considerò un disertore e lo condannò immediatamente a morte tramite plotone di esecuzione. Chiesto di potersi confessare, cosa che gli fu negata, tuttavia ebbe la possibilità di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde che, avvertito da un ragazzo, lo aveva raggiunto presso la Casa del Fascio. Il parroco lo confessò e lo benedisse raccomandandolo alla Vergine di Guadalupe e gli consegnò un crocefisso. Accompagnato dal monsignore fu portato nei pressi del cimitero e posto di spalle contro il muro fu immediatamente fucilato. Poco prima di ricevere la scarica mortale esclamò: Dio perdona loro perché non sanno quello che fanno!. Il corpo fu lasciato esposto per ordine di Cadelo, a monito per la popolazione, ma venne trafugato da alcuni paesani guidati da monsignor Casimiro Todeschini, e posto su una scala di legno fu trasportato a spalla fino ad Allegrezze dove venne sepolto dal locale parroco monsignor Primo Moglia nel cimitero, dopo un breve rito funebre. Lasciava la sua famiglia e la fidanzata Albina.

Il 21 Settembre 2019 la Caserma militare dell’Arma dei Carabinieri viene intitolata proprio ad Albino Badinelli.

Tutti i luoghi, le immagini e le storie riportate in questo articolo sono visualizzabili e raggiungibili grazie alla geolocalizzazione della Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio, clicca qui sopra per vederli.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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