Lavagna ricorda il Carabiniere Partigiano A.E. Canzio.

In data 5 Ottobre 2022, la sezione A.N.P.I. Lavagna e Valli Aveto Sturla Graveglia in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, hanno ricordato il sacrificio del Maresciallo Maggiore in congedo Antonio Enrico Canzio, nel giorno del 78° anniversario dal suo sacrificio.

Antonio Enrico Canzio

A vent’anni dall’intitolazione del Comando della locale caserma dell’Arma dei Carabinieri di Lavagna, si è voluto omaggiarne la memoria e l’importante personale contributo all’organizzazione della resistenza partigiana nel Tigullio, grazie alla partecipazione a numerose azioni di guerriglia e sabotaggio.

Un’immagine della commemorazione (FotoFlash)

Nato a Castiglione Chiavarese (Genova) il 13 giugno 1900, fucilato a Chiavari (Genova) il 5 ottobre 1944.
Il maresciallo dei Carabinieri in congedo Antonio Enrico Canzio fornì un cospicuo contributo all’organizzazione della Resistenza nel chiavarese e partecipò a numerose azioni di guerriglia e sabotaggio contro le forze nazifasciste. 

Comandante di distaccamento partigiano, arrestato una prima volta e sottoposto poi a stretta sorveglianza dalle autorità occupanti, continuò nel suo impegno costituendo un centro di appoggio e di rifornimento delle formazioni clandestine in una fattoria di montagna della quale era proprietario.

Catturato una seconda volta nel corso di un rastrellamento, ebbe distrutta la casa per rappresaglia e fu sottoposto a torture affinché rivelasse i particolari della struttura organizzativa dei resistenti. Non parlò, proteggendo così l’incolumità dei suoi compagni di lotta. Per questo fu condannato a morte e fucilato al Poligono di tiro di Chiavari

Nel dopoguerra alla memoria di Canzio fu assegnata la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Cadeva valorosamente, passato per le armi, inneggiando all’Italia. (Appennino ligure-emiliano, 10/6/1944 – Poligono di Chiavari, 5/10/1944)”.

Di seguito la testimonianza tratta dal Diario di Aldo Vallerio “Riccio” (Ne è valsa la pena? pag 549):

“…Il maresciallo Canzio invece, era già da tempo tenuto d’occhio ed inserito nella lista degli antifascisti e quando infatti fu a Chiavari, i fascisti, con le buone o con le cattive, pretendevano che parlasse, che facesse dei nomi, che denunciasse i cospiratori ed i ribelli che conosceva, se voleva aver salva la vita. Ma il maresciallo non batté ciglio. Subì ed ingoiò tutto in silenzio. Sempre con grande dignità e fierezza. rifiutando la salvezza, piuttosto che tradire la causa che aveva accomunato in un unico ideale di democrazia, uomini di tutte le idee e di tutte le tendenze, per la conquista del bene supremo cui aspira ogni uomo degno di questo nome: la libertà.

E quando i fascisti si resero conto che non sarebbero mai riusciti a piegare la resistenza di questo irriducibile maresciallo dei carabinieri, che guardava fisso negli occhi i suoi aguzzini, e che aveva scelto la causa del popolo e la via dell’onore, lo portarono al poligono di tiro, presso il cimitero di Chiavari per fucilarlo.

Ed egli marciò eretto nella figura, la barba lunga, lo sguardo fiero ed il viso contratto verso il plotone di esecuzione che lo attendeva a ridosso di un muro coperto di edera.

Una lunga raffica ruppe il silenzio della mattina avvolta nella bruma. Non si sentì nessun grido, ma solo un tonfo sordo.

Era morto da eroe, un maresciallo, un vero maresciallo dei carabinieri, diventato partigiano per sete di giustizia e amore di patria, che piuttosto che schierarsi contro il popolo aveva preferito affrontare la totrura e la morte.

È sempre difficile definire un uomo eroe. Ebbene Canzio è stato uomo ed eroe nel vero senso del termine. Per questo gli è stata concessa la medaglia d’argento alla memoria”.

Clicca per visualizzare la caserma sulla Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Rapallo – 5 Novembre 1944, i fucilati di Sant’Anna.

Ricostruzione degli eventi di quel tempo fatta dallo storico Agostino Pendola, presidente della sezione ANMIG di Rapallo, nel libro “L’eccidio del muraglione e altre storie della Resistenza rapallese, Gammarò Editore, Sestri Levante, 2009”.

Iniziamo a ricordare i fatti, partendo dai primi giorni del mese di novembre del 1944.

L’agguato:
L’eco dei colpi sparati in rapida successione arrivò forte nella camera dove lavoravano la sarta e le sue allieve; non erano i soliti colpi del poligono di tiro, distante qualche centinaia di metri verso San Massimo, erano colpi molto, molto più vicini, proprio sulla strada che dal ponte conduceva a Santa Maria. Qualcosa di grosso e di importante era successo.

La reazione della sarta fu veloce e prevedibile: “Ragazze – disse – per oggi basta lavorare; prima che arrivi gente andate tutte a casa”. Anche la giovane sartina diciannovenne che abitava a Savagna si avviò verso casa, lungo il greto del torrente prima e poi su per la rapida salita. Non sapeva che seguiva di pochi minuti il drappello partigiano che aveva appena freddato un milite delle Brigate Nere.
L’ucciso non era un fascista qualsiasi: 47 anni, Ferdinando Casassa era il comandante delle Brigate Nere di Santa Margherita Ligure. (1)

Noi non sappiamo cosa lo condusse a Sant’Anna quel pomeriggio di novembre, qualcuno in seguito disse che era stato attirato in un’imboscata dai partigiani con la promessa di uno scambio di prigionieri, e che credeva di andare a un incontro con gli emissari partigiani.
Può darsi; comunque la riprova del ruolo senz’altro importante che rivestiva nel fascismo della Riviera di Levante si ha dal modo con il quale Fiamma Repubblicana, settimanale chiavarese di propaganda fascista, che in realtà appariva una volta al mese in un solo foglio, ne dette la notizia nel numero del 26 novembre successivo: “Ferdinando Casassa: presente” titolò un articolo-apologo in prima pagina di spalla su due colonne con foto, un articolo che in realtà non dava alcuna notizia oltre a quella della morte, e anche questa senza alcun dettaglio “…assassinato dai ribelli in un’imboscata a Sant’Anna di Rapallo”.

Fiamma Repubblicana, del 26 Novembre 1944.


Fiamma Repubblicana sarebbe ritornata sull’argomento ancora una volta, nel numero del 18 marzo 1945, quando pubblicava la foto di tale Giuffra Giuseppe detto “Il biondo di Cassagna”, identificandolo come “uccisore di Ferdinando Cassassa”.(2)


I partigiani che avevano fatto fuoco, erano senz’altro scesi dalla collina di Savagna, perchè proprio questa fu la strada che presero per il ritorno. E non a caso, sopra Savagna si trova un pianoro, Spotà, che allora – come ora – è il più alto nucleo abitato di tutta la collina che termina nei 600 metri del Monte Caravaggio; un sentiero porta rapidamente attraverso i boschi verso il Passo del Gallo, aprendo la via della Fontanabuona.

I residenti ricordano che durante la Resistenza i partigiani arrivavano fino a Spotà, e lì si fermavano ad attendere i loro emissari che da Rapallo salivano a incontrarli. Un luogo tranquillo, lontano dalle strade battute dai tedeschi e dai fascisti.
Siamo certi che presero questa strada perchè vennero visti, e il ricordo ci è stato tramandato. Un invalido di guerra, che trascorreva indisturbato il suo tempo a casa sopra la collina di San Pietro, quel pomeriggio, dopo gli spari vide un gruppetto di uomini che saliva di buon passo, ma senza correre, la salita pedonale che porta, oggi, verso il Ristorante Romina (in via Savagna); solo poche centinaia di metri oltre un contadino che raccoglieva olive vicino alla strada li vide passare:

Uomo– disse uno del gruppo – voi non avete visto niente”.

Certamente l’uomo non avrebbe detto nulla, già consigliere comunale per il Partito Popolare prima dell’avvento del Fascismo, era stato nascosto a lungo per evitare olio di ricino e manganello.
Documenti recenti attribuiscono l’azione alla formazione G.L. Matteotti. Ricordiamo ora che a ottobre-novembre, i suoi uomini realizzarono una serie di azioni fin sulla costa, tra Sori e Recco, tra Ruta, Rapallo e Avegno.
L’8 novembre, una nota del comando elencava le ultime azioni compiute, tra queste scriveva che il Distaccamento autonomo di Giuseppe, durante una ardita azione su Rapallo uccideva in pieno giorno il capo delle Guardie Nere della località e prelevava un altro membro dello stesso Corpo.(3)

La vendetta:
Era tradizione che i tedeschi e i fascisti dopo un attacco partigiano, se avevano riportato vittime, uccidessero alcuni civili, partigiani per rappresaglia.

Il fatto di Sant’Anna seguì questo triste e noto copione. Lo stesso giorno, o forse il giorno dopo dell’uccisione di Casassa, le Brigate Nere di Rapallo condussero sul ponte due giovani, da sacrificare per vendetta dell’attacco subito.

Si trattava di due giovani che erano stati prelevati in carcere a Chiavari, e la cui unica colpa probabilmente era l’essere renitenti. Questo almeno stando alle voci che circolavano a Rapallo (4); che non erano partigiani è peraltro evidente dal testo della lapide che parla di “due giovani ostaggi innocenti vittime”. Ancora un anno dopo la “Voce del Popolo”, giornale rapallese, scriveva che l’unica cosa che “i compagni di cella nella prigione di Chiavari hanno potuto conoscere è stato il luogo di nascita, e cioè il più giovane, di circa vent’anni era di Sampierdarena, l’altro meridionale”.

Entrambi tuttavia avevano al collo una medaglietta della Madonna della Guardia.(5)

Solo molto tempo dopo i fatti uno dei due venne identificato e dopo la guerra la famiglia venne da Livorno a prenderne i resti; l’altro è restato per sempre senza nome. (*)
Tuttavia la fucilazione di questi due poveretti alla ringhiera del ponte non fu affatto semplice. Testimonianze raccolte in seguito parlano di una rivolta del plotone d’esecuzione verso il suo comandante.

Si racconta che i ragazzi della Brigata Nera, tutti di Rapallo e di un’età molto giovane, 17-18 anni, si ribellarono al loro comandante dicendo che proprio non avevano intenzione di ammazzare nessuno. Al che quest’ultimo, di poco maggiore di loro, li accusò di essere vili e codardi, e con una raffica di mitra pose fine alla via degli ostaggi (6).

I loro corpi vennero lasciati per qualche tempo sul ponte a monito per la popolazione; un medico che abitava nelle vicinanze transitando in bicicletta si fermò e, avvicinatosi, osservò attentamente le ferite. Probabilmente voleva rendersi conto se la morte era stata rapida.
Ricordiamo per inciso cos’erano le Brigate Nere. Il Corpo Ausiliario della Brigate Nere era stato costituito con Decreto (il n. 446 del 30 giugno 1944) con il compito di militarizzare gli iscritti del Partito Fascista Repubblicano. Vi dovevano aderire tutti gli iscritti tra i 18 e i 60 anni che già non facevano parte della Forze Armate, aveva compiti di ausilio nella lotta antipartigiana. Non aveva, in teoria, compiti di polizia e non poteva arrestare, restando questi compiti demandati alla polizia. In realtà studi recenti riportano innumerevoli casi di violenze, di arresti e di uccisioni perpetrati non solo sui partigiani, ma anche su semplici cittadini, specialmente nelle campagne. (7)

In pratica le Brigate Nere erano, nel panorama della Repubblica Sociale, uno degli innumerevoli corpi militari che operavano come milizia territoriale (8).


Il ponte di Sant’Anna avrebbe visto ancora una tragica vicenda. La mattina del 28 aprile 1945, cinque fascisti si trovarono di fronte al plotone d’esecuzione. Si trattava di un alpino della Monterosa, una formazione della Repubblica di Salò, di due guardie della polizia economica (la temuta annonaria), e di due Brigate Nere.

Tra questi cinque c’era anche il giovane comandante del plotone d’esecuzione dei due giovani renitenti, del 5 novembre precedente; di un altro si diceva che avesse prestato servizio nella Casa dello Studente di Genova, nota sede di torture per partigiani e patrioti, di un terzo che avesse fatto parte di un gruppo di sbandati irriducibili della Monterosa che poco prima era arrivato fino in centro città (9).

Non sappiamo da chi era formato il plotone d’esecuzione, né se vi fu un processo, negli archivi della Brigata Longhi non ve ne è traccia, né se ne parla nella documentazione della GL Matteotti sui fatti di Rapallo. Si racconta che il più giovane dei cinque rifiutò il cappellano dell’Istituto Vittorino da Feltre, allora a Rapallo, che era stato chiamato per i conforti religiosi (10) . I corpi vennero poi trasportati con un carretto al cimitero per la sepoltura.

(*) Nota: Il 5 novembre 1944 cade a Rapallo Gimorri Filiberto, con buona probabilità potrebbe essere uno dei due fucilati.

Clicca per visualizzare il luogo della fucilazione sulla Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

NOTE della ricostruzione dei fatti:
(1) per i morti fascisti Albo dei Caduti e Dispersi, a cura della Fondazione della RSI, 2003, disponibile on-line
(2) Bertelloni Canale in Cosa importa se si muore, cit. parlano di due partigiani travestiti da fascisti come autori dell’agguato.
(3) G.Gimelli, La Resistenza in Liguria, Cronache militari e documenti, Carocci, Roma 2005.
Per la Matteotti vedi: V. Civitella, La Collina delle Lucertole, Gammarò Editori, Sestri Levante, 2008
(4) Per le notizie sui due fucilati testimonianza di Luciano Rainusso.
(5) La Voce del Popolo, n. 25 del 10 novembre 1945
(6) Per questo fatto, testimonianza di Franco Canessa.
(7) S.Antonini, La “Banda Spiotta”, De Ferrari, Genova, 2007.
(8) F.Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Milano, 1963.
(9) I nomi: Luigi Ferrari, 49 anni; Ercole Fedele, 39; Tomaso Lasagni, 39; Livio Barni, 19 e Alfredo Tafuri, 21.
(10) Testimonianza di Vincenzo Gubitosi.

Altre fonti: Manlio Piaggio, relazione “Muraglione”, si trova presso l’ Istituto Storico della Resistenza, Genova, Fondo Gimelli.
P. Castagnino, Saetta, Milano, 1974.

Casone di Cento Noci: La testimonianza di “Ermes”.

Lettera/Testimonianza di un sopravvissuto all’eccidio al Casone di Cento Noci (Favale di Malvaro), GB Bazurro “Ermes”, inviata nel Dicembre 2001 a:
– Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea
– A.N.P.I. – Provinciale di Genova
– A.N.P.I. – Sezione Struppa (GE)

Il 22 dicembre 2001 “Ermes” partecipa alla cerimonia in ricordo dei cinque partigiani caduti a Cento Noci e, con dolorosa sorpresa, ha constatato che, dopo 57 anni, c’era ancora chi tentava di gettare ombre sulla Lotta di Liberazione, avendo ascoltato che in quell’occasione il Sindaco affermò che i Partigiani furono colti nel sonno, per questo “Ermes” scriverà quanto segue:


…omissis
.

Da parte mia ho contestato al sindaco la sua versione dei fatti, senza però scendere nei particolari.
Poco tempo dopo detta commemorazione, indignato, ho consegnato all’ANPI Provinciale di Genova una sintetica descrizione dei fatti del 22 dicembre 1944.
Ora ritengo (anche perché sono uno dei pochissimi superstiti) sia mio dovere ricostruire l’accaduto dettagliatamente, avendolo vissuto dal suo nascere alla fine.
Precisare quello che è successo credo sia il modo migliore per ricordare, con spirito garibaldino, i nostri compagni caduti in quella tragica giornata per un errore del comandante Banfi. Errore forse originato dalla sua formazione militare che mal si conciliava con la tattica della guerriglia partigiana, fatta di valutazioni e decisioni rapide, come pure di attacchi e di sganciamenti altrettanto rapidi. La tragedia avrebbe assunto proporzioni gigantesche se il colpo di cannoncino che ha colpito la strafia (teleferica) fosse penetrato tra la casa e la roccia retrostante dove ci eravamo rifugiati.


La storia di Centonoci inizia nel momento in cui il nostro distaccamento, accantonato nelle Sciaree, piccola frazione di Roccatagliata, stava controllando la mulattiera che, inizia nelle vicinanze di Torriglia, passa per la Buffalora e arriva al Passo del Portello. Lo scopo era quello di prevenire attacchi a sorpresa da parte dei nazi-fascisti che, da alcuni giorni, stavano preparando il tristemente noto “rastrellamento di dicembre” (1944).
Nella tarda serata del 20 dicembre arrivò dal Comando di Brigata l’ordine di ritirarci appena possibile perché la zona ormai era indifendibile (la storia c’insegna che la difesa non è mai stata, e non lo sarà mai, tattica della guerriglia). Il nostro distaccamento faceva parte della Brigata “Berto”, dal nome del partigiano Berto, caduto nella battaglia di Allegrezze il 27 agosto 1944, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare.
All’alba del giorno dopo partimmo per il paese di Barbagelata e arrivammo a Costafinale verso le ore 10.

Davide, il nostro comandante, che nel frattempo aveva preso contatto con la Brigata, ci comunicò che il Comando aveva deciso che non dovevamo fermarci in zona, ma proseguire, insieme a loro, per Favale. Giulin, il nostro commissario, si portò alla testa del distaccamento e ci avviammo verso la nuova destinazione. Camminammo fino a mezzogiorno e ci fermammo vicino a due casupole, in un bosco di castagni, nella frazione Castello, sopra il paese di Favale. Si preparò e si mangiò un po’ di polenta, fatta con la farina di castagne, la cosiddetta “pattona” (cioè la nostra alimentazione quotidiana). Nel pomeriggio una staffetta portò la notizia che i nazi-fascisti erano arrivati nei pressi di Barbagelata, ma che non si conosceva la loro direzione. Banfi disse che, al calar della notte, si doveva ripartire e che non si dovevano lasciare tracce di sorta al fine di evitare che i nazi-fascisti venissero a conoscenza della nostra direzione di marcia.

A notte fonda scendemmo a Favale e ci fermammo vicino al mulino; il proprietario era un antifascista, ci regalò alcune pagnotte e del formaggio, cibo che ci fu utile il giorno dopo. Da lì si ripartì salendo verso il Casone di Centonoci; si salì in silenzio, per quanto fu possibile, dovendo muoverci di notte e su un sentiero molto scosceso. La nostra speranza era quella di portarci fuori dall’area del rastrellamento, ma le cose non andarono nel modo sperato. Ci attendeva una delle giornate più tristi vissute in montagna.
Il giorno 22 iniziò con i primi colpi di cannoncino sparati da oltre il colle e indirizzati verso i monti che racchiudono la vallata di Favale, con prevalenza verso la Rondanaia dalla quale, seguendo il profilo del monte, si arrivava sopra il Casone, dove ci rifugiammo.
Il martellamento del cannoncino con i suoi colpi che si avvicinavano sempre più al nostro rifugio continuarono fino a colpire la strafia, che si trovava a circa 20 metri dal casone, mentre all’interno dello stesso, fra i partigiani, montava la tensione.

Da una parte ci fu chi ritenne giusto sganciarci subito e ripiegare verso il monte Ramaceto (fra essi, Balin disse ad alta voce e con decisione: «Banfi andiamo via da questo posto perché qui si muore tutti.», dall’altra, invece, ci fu chi ritenne più giusto non muoverci sostenendo che, avendo viaggiato di notte nel più assoluto silenzio e senza lasciare tracce, nessuno poteva sapere che eravamo nel Casone.
Verso le ore 10 dal Passo della Scoglina spuntarono i primi reparti nemici che scendevano verso Favale. La colonna era formata da “repubblichini” del Battaglione Aosta, della Divisione Monterosa e da reparti tedeschi. A questo punto alcuni di noi vennero inviati di pattuglia per accertarsi che non ci fossero altre colonne nemiche convergenti su di noi da altre direzioni: la distanza tra noi e i nazi-fascisti era tale che, muovendoci con cautela, non potevamo essere individuati. Ad agevolare un’eventuale nostro sganciamento c’era un canalone che dal Casone portava alla vetta, che ci avrebbe protetto alla vista di chi si trovava sul versante opposto.
Ma l’idea di non muoverci prevalse e nel Casone subentrarono una certa rassegnazione e una manifesta paura. In quel clima ci si avviò verso la tragedia.
La colonna nemica continuò la sua discesa verso Favale e, arrivati alle due casupole, i nazi-fascisti le dettero alle fiamme. E qui si doveva capire che le cose stavano volgendo al peggio: era ormai chiaro che qualcuno li guidava in modo preciso sui nostri passi.
Banfi però non cambiò idea e continuò a seguire i movimenti da dietro le imposte delle finestre commentando a bassa voce che tutto procedeva bene. Verso le 16, Banfi si allontanò dalla finestra e disse che tutto era finito perché la colonna si era mossa dal paese andando verso Lorsica; a questa notizia si levò un urlo di entusiasmo subito raggelato dalle grida degli assalitori che, arrivati sotto il Casone, urlavano: «Arrendetevi banditi!». Attimi di panico e di smarrimento, poi cinque compagni uscirono di corsa per tentare di conquistare una posizione da cui contrastare gli assalitori, ma vennero falciati dalla prima raffica di mitragliatore. Il primo scontro si svolse nel raggio di 8 – 10 metri e nell’arco di poche decine di secondi: Carlo 3°, uno dei cinque colpiti si rialzò da terra e con un braccio teso e tre dita della mano aperte gridò: «Sono solo tre!», ma una seconda raffica lo colpì in pieno petto scagliandolo contro un albero di rovere. Aveva ragione perché i primi ad arrivare sotto la casa furono due mitraglieri e un sergente.
Franco, commissario della Brigata Berto, ferito alle gambe, rimase a terra immobile e questa decisione gli salvò la vita; Rino, ferito in modo leggero, si gettò lungo il pendio, mentre Milio e Poli, colpiti a morte, rimanevano a terra vicini a Franco.
In quel trambusto infernale, quelli di noi che erano usciti di pattuglia al mattino e conoscevano meglio il terreno circostante si avviarono verso il canalone che portava sulla cresta del monte. Fra questi c’era anche Balin che camminava davanti a me e, arrivato su una piccola roccia, anziché scavalcarla si accasciò a terra gridando: «Mamma, mamma!». Gli urlai: «Balin alzati!», credendo che fosse inciampato; invece era stato colpito alle gambe. Scavalcandolo, mi voltai verso il basso e vidi il sergente “repubblichino” che imbracciava il mitra e gridava come un’ossesso: «Arrendetevi vigliacchi!»; ci scaricò contro un’ultima raffica con la quale colpì a morte il povero Balin. Io, protetto dal suo corpo, mi salvai.
Nel gruppetto uscito dal Casone c’era un partigiano con il fucile mitragliatore e questo per noi fu un provvidenziale punto di forza. Ci posizionammo sulla cresta del monte per bloccare un’eventuale accerchiamento, ma non ci fu alcun movimento in tal senso; si sentiva soltanto il crepitio delle armi automatiche e lo scoppio delle bombe a mano e questo ci dette la speranza che la situazione fosse migliorata.
La fase successiva ci fu raccontata da chi rimase nel Casone, ci fu detto: “che nell’istante successivo all’ultima raffica sparata contro Balin e mentre il Sergente repubblichino ricaricava l’arma, Totò gli scaricò contro una micidiale raffica col suo efficientissimo MAS, stendendolo a terra. Davide con altrettanta rapidità sparò contro i due mitraglieri, riducendo al silenzio quella maledetta mitraglia, imprimendo così una svolta alla drammatica situazione. A quel punto la circostanza si capovolse e l’iniziativa passò nelle mani dei Partigiani.
Tra i primi a portarsi alle finestre, il partigiano Punto che, con il suo “Bren”, decimò il secondo gruppo nemico che si stava avvicinando al casone. La battaglia continuò fino all’imbrunire con lancio di bombe a mano e con tutte le armi disponibili provocando la morte di 12 “repubblichini” e un numero imprecisato di feriti (ciò venimmo a sapere, alcuni giorni dopo il conflitto, dagli abitanti di Favale, che assistettero al trasporto a valle dei nazi-fascisti caduti e di quelli feriti).
Da parte nostra i caduti furono cinque: Balin, Carlo 3°, Milio, Poli e Nino; i feriti quattro, dei quali Franco e Rino furono i più gravi. Di Vino nessuno ha saputo dire quando e dove fu colpito; si seppe solo che il suo corpo fu recuperato nelle vicinanze del casone.

Oltre ai caduti, purtroppo, lasciammo sul terreno anche Franco cui la sorte non fu favorevole in quanto la battaglia finì quando era già buio e i compagni che recuperarono le armi dei nostri caduti, quella di Franco e quelle dei repubblichini, lo fecero nel massimo silenzio. Franco, pensando che fossero i nazi-fascisti, rimase immobile e cosi sfumò la possibilità di portarlo via con noi. Col passare del tempo Franco si rese conto che nel casone e nelle vicinanze non c’era più nessuno e con fatica e dolore, facendosi forza con le sole braccia, dato che le gambe erano ferite, cominciò a salire palmo a palmo il pendio. Trascorsero ore prima che raggiungesse la cresta del monte, ma, quando pensava di essere fuori pericolo, mentre il campanile del paese batteva le 10 di notte, fu investito da un fascio di luce blu e un gruppetto di fascisti lo assalì con calci e pugni ricoprendolo d’ingiurie. Solo l’intervento di un ufficiale tedesco pose fine a quel linciaggio. Fatto prigioniero dai tedeschi venne trasportato all’ospedale di Chiavari in attesa di essere fucilato.
Quanto segue è ciò che successe in paese prima dell’attacco al Casone e che ci fu riferito dalla gente del posto.
Nel momento in cui la colonna nazi-fascista entrava in Favale, un gruppo di bersaglieri travestiti da partigiani raccontò di essere inseguito dai tedeschi e chiese di poter raggiungere i partigiani. Un ragazzo, ingenuamente, disse ai falsi partigiani di aver visto i guerriglieri nei pressi del casone di Centonoci, mentre stava pascolando le pecore, indirizzandoli,involontariamente, verso di noi.

Nel mese di gennaio iniziarono le trattative con i tedeschi per uno scambio di prigionieri. A Borzonasca Franco venne scambiato con un ufficiale tedesco già prigioniero dei partigiani.
Va ricordato che Borzonasca è il paese in cui il 21 maggio dell’anno precedente un gruppo di fascisti locali presenti alla fucilazione del partigiano Severino applaudiva entusiasta al grido di «Viva Spiotta!», boia e torturatore di partigiani e di antifascisti che, con le sue squadracce, terrorizzò le popolazioni dei paesi delle vallate nella zona del Levante.
Non mi spiego perché quanto è accaduto a Centonoci non sia stato riportato nemmeno dal giornale “Il partigiano”, stampato in montagna. Nel giornale si trovò soltanto un cenno di riconoscimento al merito per il Comandante Davide, senza però precisarne la motivazione, mentre della battaglia di Centonoci parlò Radio Londra la sera del 27 dicembre 1944 quando, con il nostro distaccamento, eravamo accantonati nel paese di Magnasco in Val D’Aveto. A quel tempo il mio nome di battaglia era Castagnino .
Nel mese di febbraio lasciai il mio distaccamento, che in quel periodo si trovava nel paese di Castagnello, nelle vicinanze di Paggi, e passai nella Brigata Volante Severino, guidata dal Comandante Gino. La Severino operava alle porte di Genova avendo la sua base tra San Martino di Struppa, Montoggio e Davagna, prevalentemente nei paesi di Campoveneroso, Noci, Canate ecc., poi alla periferia della città stessa: San Siro, Prato, Doria, Ligorna ecc.

Fonti: http://www.comitatoge40.org/Pagine_Ermes.htm

Giovanni Battista Bazurro “Il partigiano racconta” – Testimonianze di vita partigiana (Erga edizioni)

Clicca per visualizzare il casone sulla Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

L’eccidio al Mulino di Gattea, 29-30 Dicembre 1944

Nelle giornate tra il 29 e il 30 dicembre 1944, vi fu un rastrellamento attuato dai nazifascisti, principalmente allo scopo di catturare Don Bobbio, capellano della Brigata Garibaldina “Coduri”, che la notte di Natale del 1944 celebrò messa nella piccola frazione montana di Valletti (Varese Ligure), alla quale parteciparono molti partigiani anche i cosiddetti “mangia preti”.

Fu così che quattro a giorni da quella funzione religiosa, radunarono la popolazione e perquisirono le case. Vennero uccisi, in quanto ritenuti legati ai partigiani, Sanguineti Andrea Enrico, Ghiggeri Vittorio e, secondo le fonti, una terza persona il cui nome non è stato possibile accertare. In seguito i tedeschi si ritirano dal paese.

Un reparto della divisione alpina Monterosa della RSI accerchia e sbaraglia un concentramento partigiano in località mulino di Gattea, uccidendo otto partigiani della “Coduri” e facendone prigionieri una trentina:

I caduti: “Baetta Ettore “Benzina” – Bucciarelli Canzio “Bussola” – Latiro Giuseppe “Rizzo” – Bordone Carlo “Paris” – Merani Giacomo “Ne” – Lucini Raffaele “Foglia” – “Dallorco Cesare “Biella” – Cavallero Pietro “Sciarpa”

Gli alpini occuparono inoltre Valletti compiendo saccheggi, incendiando alcune case e uccidendo Agostino Nicora, che aveva intasca due bossoli.

Quando fu evidente che Valletti sarebbe stata occupata, il sacerdote non cedette alle insistenze del Comando partigiano di mettersi in salvo, volle restare, sia come estrema difesa per i suoi parrocchiani, sia perché non intendeva ancora rinunciare al suo generoso obiettivo.

La canonica fu presa d’assalto come un fortino, devastata, in seguito data alle fiamme come gran parte del paese. Don Bobbio, prima di essere trascinato via, dette ancora la sua assistenza a due giovani poi fucilati dai tedeschi e cercò di tranquillizzare la madre. Il calvario continuò nella notte e durante una sosta lo tennero legato a una palizzata, nel turbine della neve, poi con una corda legata al collo per i sentieri che attraverso Comuneglia e Cassego portano a Santa Maria del Taro; infine in autocarro fino al carcere di Chiavari e, di lì, dopo due giorni di totale isolamento, per ordine di Vito Spiotta fu fucilato senza processo al poligono di tiro il 3 gennaio 1945.

Nei giardini di Chiavari, liberata nel 1945, come le altre città del golfo del Tigullio, dai partigiani della Brigata d’assalto Garibaldi “Coduri”, c’è un busto che raffigura don Bobbio. Un’epigrafe, composta dal partigiano Giovanni Serbandini Bini, ricorda:

Quando gli chiesero – al poligono di tiro – se voleva pregare prima di morire – ai nazifascisti rispose – «Io sono già a posto con la mia coscienza ma pregherò per voi» – e cadde con le mani in croce – Don Bobbio – parroco di Valletti e della Coduri – a testimoniare – con serena fermezza – cristiana e partigiana – il valore di un’intesa – salvatrice della patria e dell’umanità“.

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L’Eccidio dei Martiri dell’Olivetta (Portofino). Il racconto di un testimone.

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1944 furono fucilati sulla spiaggia dell’Olivetta ventidue prigionieri politici prelevati dalla IV sezione del carcere di Marassi. Legati l’uno all’altro con filo di ferro, i corpi delle vittime furono caricati su barche e, zavorrati con pesanti pietre e gettati al largo in mare.

L’eccidio avvenne in segreto, da parte dei tedeschi, coadiuvati dal vessatore repubblichino Vito Spiotta, capo delle Bande Nere di Chiavari. Solo dopo la fine della guerra fu possibile risalire all’identità delle vittime.

In questo articolo vi raccontiamo una testimonianza diretta.

LA STORIA :
21 Partigiani e un detenuto, furono prelevati di notte dal carcere di Marassi dai Nazifascisti e furono trasportati nel Castello di Portofino dove si era insediato un tenente della Marina tedesca, Ernst Reimers, che aveva allestito delle celle nella torre, dove poi sono state trovate varie scritte di prigionieri rimasti sconosciuti, e che aveva fama di torturatore e assassino.

Dopo torture e pestaggi i corpi dei prigionieri vennero legati assieme, con fil di ferro e reti, caricati su un barcone, che fu poi visto insanguinato, e gettati in mare con una zavorra di pietre. Si sa che alle operazioni parteciparono componenti delle Brigate Nere a capo del vessatore del Tigullio Vito Spiotta.
Di seguito la testimonianza diretta di Silicani Giuseppe:

«I tedeschi mi avevano ingaggiato per fare il turno di notte al compressore. Ebbene quella notte non m’ero accorto di nulla perché il compressore faceva un rumore d’inferno. A un tratto mi si avvicinò un fascista che mi ordinò di fare bene attenzione che il motore non s’arrestasse. Fu allora che m’accorsi del cellulare che s’era fermato sulla piazzetta, e dei tedeschi che facevano scendere quei poveretti e li mettevano in fila, schierati davanti al muro antisbarco. Contai ventidue ragazzi, ne ricordo esattamente il numero; e molti di loro s’erano messi a piangere, mentre uno si stava raccomandando a questo, a quel tedesco dicendo ch’era un grosso sbaglio, che lui non c’entrava, non era mai stato partigiano, aveva fatto soltanto il ladro e per questo non potevano ammazzarlo».

S’arrestò per indicarmi una finestra al primo piano della casa che fa angolo sulla strada del Faro: «Lì – mi disse – abitava un’amico mio ch’era falegname. Si chiamava Pirè, ed ora è morto: s’affacciò alla finestra, il poveruomo e gridò: “vieni a prenderti il caffè, Beppe…”. Il fascista s’era allontanato e vicino a me era rimasto il tedesco che conoscevo un poco: gli dissi che andavo su dal Pirè a prendere un caffè e sarei subito ritornato, e lui mi lasciò andare. Restammo lassù, dietro quelle persiane, carichi di paura… Quando i tedeschi ebbero finito di frugare quei poveri ragazzi e gli ebbero tolto tutto quel che avevano indosso – qualche capotto, dei maglioni – il comandante li incolonnò, incatenati l’uno all’altro come bestie che si portano al macello… Proprio così…».

Dopo una pausa, si asciugò la fronte, eppoi riprese: «Stemmo un’ora e forse più, non si sentiva che il rumore di quel compressore. A un certo punto il Pirè parve di sentire delle raffiche di mitra che provenivano dall’Olivetta, ma io dicevo di no, che era il compressore che ogni tanto perdeva colpi; “Vedrai” gli dicevo, “che li hanno portati in torre per interrogarli eppoi li riportano qui…”. Sulla piazzetta c’erano tre o quattro fascisti che stavano chiacchierando col conducente del cellulare: finalmente dalla stradetta del Faro sbucarono di gran corsa tedeschi e fascisti, e uno di loro, forse il comandante, si rivolse al conducente: “Su, partiamo svelti, che la frittata ormai è fatta…”. Proprio queste parole disse: e tutti, in gran confusione, s’imbarcarono e il cellulare se ne partì. Allora scesi a fermare il compressore e per terra trovai un fazzoletto con 37 lire e quel mattino stesso lo consegnai al parroco della chiesa di S. Giorgio…».

Concluse: «Tanto orribile è stato questo massacro che a Portofino nessuno vuole sentirne parlare… come se fosse una vergogna per il paese… Gli scogli dell’Olivetta imbrattati di sangue… le reti sul molo scomparse, e così i rottami di ferro… Tutti lo sanno…».

Per l’elenco dei caduti, apri la mappa digitale della Resistenza sul monte di Portofino ⬇️

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio

Docufilm sull’eccidio di Portofino:

Presentazione della Mappa digitale, i prossimi appuntamenti:

In occasione delle iniziative per il centenario dalla nascita del Comandante Aldo Gastaldi “Bisagno”, è stata presentata la Mappa dei Luoghi della Resistenza nel Tigullio.

Per l’occasione le Sezioni ANPI del Tigullio e del Golfo Paradiso, hanno ristampato la vecchia mappa cartacea integrandola con il QR code, che rimanda alla nuova mappa digitale ed al sito.

Dopo l’evento presso i laboratori di WyLab a Chiavari (clicca qui per il video), e la presentazione di Venerdì 8 ottobre presso lo “Spazio Aperto” di Santa Margherita Ligure (vedi qui le foto), un nuovo incontro è stato organizzato per Venerdì 3 Dicembre dall’attivissima Sezione A.N.P.I. “Solimano Berto” di S.M.L.-Portofino-Rapallo.

Per questa occasione la sede sarà il Teatrino di Portofino, evento patrocinato dal Comune ospitante e dai i Servizi bibliotecari del Comune di Santa Margherita Ligure.

Ricordiamo che la Mappa sarà disponibile presso tutte le sezioni ANPI del Tigullio e del Golfo Paradiso.

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I Carabinieri nella Resistenza. Storie di lotta, deportazione e martirio in nome della libertà e della democrazia.

I Carabinieri combatterono valorosamente nelle formazioni partigiane in Italia e all’estero.

I Carabinieri in assenza nella Capitale di un Governo, organo di riferimento supremo per l’Arma dei Carabinieri, il Comandante Generale, Angelo Cerica, ritenne di dover sciogliere il Comando Generale, inviando a tutti i reparti la consegna di “restare al loro posto”, per continuare a presidiare il territorio. Fu l’occasione per ogni militare dell’Arma di assumere individualmente la responsabilità di assicurare, in ogni angolo del Paese, la protezione della cittadinanza.
E’ in questa chiave che va letto il gesto del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, il quale, il 23 settembre del 1943, si assunse la responsabilità di un pretestuoso attentato ai tedeschi, in località Palidoro, per salvare la vita di ventidue innocenti civili tenuti in ostaggio. I nazisti lo giustiziarono senza esitazione ai piedi della torre da cui prende il nome il piccolo borgo della costa laziale, a pochi chilometri da Roma. Fu l’inizio di una serie di eroici atti di sacrificio di cui si resero protagonisti i Carabinieri per liberare il territorio nazionale dall’occupazione tedesca.

Non dissimile dal gesto di Salvo D’Acquisto fu l’episodio che portò i Carabinieri Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti e Vittorio Marandola a sacrificare la loro giovane vita per salvare quella di dieci ostaggi della comunità di Fiesole, nella cui Stazione dell’Arma prestavano servizio. Alla fine del mese di luglio del 1944 gli Alleati si accingevano a liberare Firenze, nelle cui strade le forze della Resistenza locale già contrastavano con le armi il ripiegamento dei tedeschi. Era il momento per i militari della Stazione di Fiesole, impegnati clandestinamente nella lotta ai nazisti, di unirsi alle formazioni partigiane operanti nel capoluogo toscano per contribuire all’insurrezione popolare (fonte carabinieri.it).

Come non ricordare la tremenda storia dei Duemila Carabinieri deportati nei campi di concentramento.

Il 7 ottobre 1943, a seguito dell’ordine di disarmo firmato dal criminale di guerra Rodolfo Graziani (ministro della difesa della RSI), il colonnello Kappler (noto come il boia di via Tasso) procedeva al rastrellamento ed alla deportazione di 2.000 Carabinieri di Roma.

Gruppi di paracadutisti tedeschi e di SS cominciano a circondare le caserme dei Carabinieri di Roma. I nazisti vogliono catturarli e deportarli in Germania, poiché li ritengono inaffidabili. Non pensano, infatti, che l’Arma sia disposta a esaudire alcuni ordini di Hitler, come la segnalazione e la deportazione degli ebrei.

Anche i fascisti della Repubblica sociale italiana sono felici di sbarazzarsi dei carabinieri. Non hanno infatti dimenticato che sono stati proprio i militari dell’Arma ad arrestare Mussolini. I fedelissimi del Duce non sopportano, inoltre, che molti carabinieri mantengano il giuramento di fedeltà al Re.

Ai loro occhi, tutto ciò che è riconducibile alla monarchia e agli artefici dell’armistizio con gli anglo-americani è macchiato dall’onta del “tradimento”.

L’assalto dei nazisti sorprende il personale di diverse caserme. Chi può si salva nascondendosi nei dintorni e cercando l’aiuto della popolazione, ma circa 2.000/2.500 carabinieri vengono fatti prigionieri e deportati in Germania. Comincia per loro un periodo molto provante: finiscono infatti nei campi di lavoro, dove vengono sfruttati e devono fare i conti con la fame, ma anche con i pericoli dei bombardamenti aerei. Diversi carabinieri non faranno mai rientro in Italia, poiché non sopravviveranno alla deportazione.

Pietra d’inciampo in memoria della deportazione dei carabinieri di Roma, collocata in via Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa 2, nel rione Prati, nei pressi della vecchia sede del Comando legione allievi carabinieri
In quello stesso autunno la Repubblica sociale italiana affida il controllo dell’ordine pubblico prima alla Polizia dell’Africa italiana (PAI) e poi alla Guardia nazionale repubblicana, formata dagli agenti della PAI e dai pochi carabinieri che passano dalla parte dei nazi-fascisti.

I Carabinieri del battaglione “Garibaldi”, invece, combatterono valorosamente in Jugoslavia, si affiancarono ai partigiani slavi combattendo contro i tedeschi. Al comando del Capitano Francesco Elia circa duecento carabinieri combatterono valorosamente in Dalmazia e in Bosnia, concorrevano alla liberazione di Belgrado ed entravano per primi in Zagabria.

L’Ufficiale dell’Arma Fausto Cossu, nel gennaio 1944, nell’appennino Piacentino-Ligure, formò una “Compagnia di Carabinieri Patrioti”, per poi diventare nell’Agosto una delle Divisioni della lotta partigiana.

Il Brigadiere Armando Berretti “Quattordici”, partigiano della Divisione Coduri, fucilato dai fascisti, insieme ad altri nove, alla Squazza (Borzonasca-Ge) il 15 febbraio 1945.

Il Maresciallo Antonio Canzio, partigiano combattente della Divisione Garibaldina “Coduri”, fucilato al poligono di tiro di Chiavari (Ge) il 5 Ottobre 1944. Decorato di Medaglia d’Argento al valor militare alla memoria. (Clicca qui per approfondire la storia)

Il Maresciallo Arnaldo Emigli, fucilato dai nazifascisti il 30 Ottobre 1944 a San Colombano Certenoli (Ge) insieme ad altri sette partigiani.

Il Carabiniere Albino Badinelli, fucilato a Santo Stefano d’Aveto (Ge) dai Nazifascisti (qui la storia di quei giorni: link 1 , link 2).

L’Appuntato Bertolotti G.B. nato a Bolano (La Spezia), partigiano della Divisione GL Matteotti, fucilato dai nazifascisti al poligono di tiro di Chiavari (Ge) il 4 Settembre 1944.

Il Carabiniere Giuseppe Cortellucci il 27 Gennaio 1944 i tedeschi, nell’imperiese, attaccavano la formazione partigiana al comando di Felice Cascione ad Alto, in val Pennavaira. Durante lo scontro a fuoco, Cortellucci catturato e ferocemente torturato affinché rivelasse il nome del comandante della formazione. Cascione, per far cessare il supplizio si alzò da dietro un muretto, ove era nascosto perché gravemente ferito, gridò “il comandante sono io!”, venne cosi’ catturato ed abbattuto da una raffica di mitra.

Per sei mesi Cortellucci venne seviziato dai nazisti, fino poi a riuscire a scappare per tornare nelle formazioni partigiane, precisamente nel distaccamento “Mirko” della 4° Brigata-Divisione “Felice Cascione”. Il 29 dicembre 1944 rimase gravemente ferito in uno scontro a fuoco contro l’invasore, e per non cadere nelle loro mani si suicidava a soli 20 anni. Decorato Medaglia d’Argento al valor militare.

Il 18 dicembre 1943 al Forte di S.Martino, il Tenente Avezzana Comes, con il suo plotone, si rifiutò di sparare sui patrioti condannati dal Tribunale Speciale fascista. Il Tenente Avezzana e i carabinieri del suo plotone pagarono con la deportazione in Germania il loro gesto di coraggio. Furono poi i fascisti a trucidare rabbiosamente gli otto patrioti.

Video racconto della deportazione dei Duemila Carabinieri di Roma

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Presentazione della Mappa digitale, i prossimi appuntamenti:

In occasione delle iniziative per il centenario dalla nascita del Comandante Aldo Gastaldi “Bisagno”, è stata presentata la Mappa dei Luoghi della Resistenza nel Tigullio.

Per l’occasione le Sezioni ANPI del Tigullio e del Golfo Paradiso, hanno ristampato la vecchia mappa cartacea integrandola con il QR code, che rimanda alla nuova mappa digitale ed al sito.

Dopo l’evento presso i laboratori di WyLab a Chiavari (clicca qui per il video), la Mappa verrà presentata Venerdì 8 ottobre alle ore 17 presso lo “Spazio Aperto”, in via dell’Arco n.38 a Santa Margherita Ligure, con la partecipazione di Claudio Solimano, guida ambientale escursionistica.

Introdurrà l’incontro il Presidente Anpi di Santa Margherita Ligure-Portofino Maria Grazia Barbagelata, moderatrice Marina Marchetti.

L’iniziativa è organizzata dall’Anpi in collaborazione con la Biblioteca Comunale.

Per l’occasione verrà consegnata alla locale Sezione, il formato digitale di un itinerario nei Luoghi della Resistenza da Portofino fino al porto di Rapallo, come qui sopra in anteprima.

La Mappa sarà disponibile presso tutte le sezioni ANPI del Tigullio e del Golfo Paradiso.

Per chi vorrà partecipare è gradita la prenotazione al numero: 3334271003

L’ingresso è riservato alle persone con Greenpass o esenzione vaccinale corredata da certificazione sanitaria.

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Donne nella Resistenza

Settantamila presero parte ai gruppi di difesa, 35 mila in azioni di guerra partigiana, 19 decorate di medaglia d’oro.

Le Donne che lottarono insieme agli Uomini, accettarono la guerra come individui che accettano responsabilmente e di persona, accettarono la guerra con la sua violenza e la guerra non risparmiò loro alcuna violenza, di seguito alcuni dati:

20.000 Donne con funzioni di supporto, 512 commissarie di guerra.

Le Donne arrestate, torturate e violentate dai tribunali fascisti furono 4.563, le Donne fucilate o che caddero in azioni armate furono 623, quelle ferite 1.700.

2900 le Donne giustiziate, le Donne deportate in Germania furono 2.750.

Questo il contributo delle Donne alla lotta antifascista di Liberazione.

Di seguito l’elenco delle 19 Donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare (1943-1945) tra cui 15 alla memoria:


Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Reverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari.


Le Donne decorate in vita: Gina Borellini (1924-2007), Carla Capponi (1918-2000), Paola Del Din (1923 – vivente), Vera Vassalle (1920-1985)

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I Caduti della Divisione Garibaldina Coduri

Sono 84 i Partigiani della Divisione Garibaldina Coduri caduti in combattimento o fucilati per rappresaglia. Nella foto Domenico Raggio “Macchia”, primo Partigiano caduto di Lavagna, il 24 Agosto 1944, durante il tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese precipitato sul Monte Penna. Di seguito l’elenco degli 84🇮🇹:

🇻🇳Acquario, Fortunato, nato il 15/09/1924

🇻🇳Annuti, Vittorio, nato il 01/05/1921

🇻🇳Ansaldo, G.B. Tobia, nato il 16/09/1874

🇻🇳Baetta, Ezio, nato il 23/07/1925

🇻🇳Bardelli, Angelo, nato il 13/03/1920

🇻🇳Barletta, Giuseppe, nato il 08/04/1925

🇻🇳Belli, Giovanni, nato il 30/12/1884

🇻🇳Beretti, Armando, nato il 21/04/1906

🇻🇳Berisso, Mario, nato il 10/06/1924

🇻🇳Bersini, Ottorino, nato il 05/11/1925

🇻🇳Bertolone, Enrico, nato il 23/01/1927

🇻🇳Betti, Augusto, nato il 23/10/1924

🇻🇳Bobbio, Giovanni, nato il 03/07/1914

🇻🇳Bordone, Carlo, nato il 27/07/1924

🇻🇳Bordone, Cesare, nato il 13/07/1883

🇻🇳Boschi, Luigi, nato il 17/09/1906

🇻🇳Bucciarelli, Canzio, nato il 30/12/1919

🇻🇳Bucciarelli, Ugo, nato il 09/11/1922

🇻🇳Campodonico, Giacomo, nato il 15/11/1920

🇻🇳Canzio, Antonio, nato il 13/06/1900

🇻🇳Carniglia, Agostino, nato il 03/09/1922

🇻🇳Carniglia, Umberto, nato il 12/09/1915

🇻🇳Cavallero, Lino, nato il 29/10/1921

🇻🇳Cavallero, Pietro, nato il 27/10/1925

🇻🇳Celle, Angelo, nato il 15/04/1924

🇻🇳Ciai, Omero, nato il 07/07/1922

🇻🇳Coduri, Giuseppe (Mario), nato il 17/09/1914

🇻🇳Coduri, Renato, nato il 27/07/1925

🇻🇳Colombo, Renato, nato il 27/02/1925

🇻🇳Corradi, Rosetta, nato il 22/08/1923 (unica Donna caduta)

🇻🇳Dall’Orco, Cesare, nato il 04/01/1924

🇻🇳Daneri, Luigi Giulio, nato il 26/12/1900

🇻🇳De Ambrosis, Giovanni, nato il 06/04/1923

🇻🇳De Lucchi, Primo, nato il 20/04/1926

🇻🇳Fè, Luigi, nato il 07/11/1925

🇻🇳Feci, Francesco, nato il ??/??/1900

🇻🇳Fidanza, Giuseppe, nato il 25/10/1900

🇻🇳Francesconi, Renato, nato il 25/02/1925

🇻🇳Galletti, Savino, nato il 05/12/1917

🇻🇳Galloni, Giovanni, nato il 02/10/1910

🇻🇳Garibotto, Dina, nato il 06/04/1911

🇻🇳Gavignazzi, Alfredo, nato il 07/08/1925

🇻🇳Ghiggeri, Vittorio, nato il 04/11/1918

🇻🇳Giacardi, Emanuele, nato il 07/11/1925

🇻🇳Giovanardi, Edmondo, nato il 18/08/1907

🇻🇳Grillenzoni, Franco, nato il 20/09/1923

🇻🇳Guglielminetti, Primo, nato il 26/10/1899

🇻🇳Labbrati, Erminio, nato il 03/12/1928

🇻🇳Latiro, Giuseppe, nato il 15/10/1921

🇻🇳Lucaccini, Maria, nato il 14/01/1920

🇻🇳Lucini, Raffaele, nato il 20/10/1925

🇻🇳Manzi, Silvio, nato il 24/07/1920

🇻🇳Marselli, Ivo, nato il 29/04/1924

🇻🇳Masi, Giovanni, nato il 04/08/1926

🇻🇳Melechioni, Aldo, nato il 17/06/1909

🇻🇳Merani, Giacomo, nato il 25/03/1924

🇻🇳Milani, Alfonso, nato il 18/09/1924

🇻🇳Minucci, Antonio, nato il 07/11/1924

🇻🇳Moro, Domenico, nato il 23/08/1923

🇻🇳Narciso, Angelo, nato il 05/02/1905

🇻🇳Nicora, Agostino, nato il 23/03/1882

🇻🇳Noceti, Ubaldo, nato il 04/12/1922

🇻🇳Paggi, Agostino, nato il 15/07/1915

🇻🇳Parodi, Luigi, nato il 05/11/1918

🇻🇳Raganti, Giacomo, nato il 28/01/1915

🇻🇳Raganti, Mario Alberto, nato il 17/02/1891

🇻🇳Raggio, Domenico Enrico, nato il 19/01/1920

🇻🇳Renda, Francesco, nato il 16/01/1920

🇻🇳Rescio, Carmine, nato il 25/08/1917

🇻🇳Rezzani, Angelo, nato il ??/??/1925

🇻🇳Rossi, Silvio, nato il 03/03/1924

🇻🇳Rugi, Marino, nato il 24/11/1919

🇻🇳Salino, Pietro, nato il 06/11/1914

🇻🇳Sanguineti, Andrea, nato il 03/05/1897

🇻🇳Sanguineti, Davide, nato il 27/01/1922

🇻🇳Sedini, Dante, nato il 18/01/1905

🇻🇳Sturla, Gino, nato il 14/04/1926

🇻🇳Talassano, Cesare, nato il 31/10/1921

🇻🇳Tasso, Giovanni, nato il 13/01/1892

🇻🇳Terzi, Pietro, nato il 20/11/1883

🇻🇳Vaccaro, Luigi, nato il 10/12/1923

🇻🇳Vascelli, Amedeo, nato il 27/03/1923

🇻🇳Zelasco, Rodolfo Paolo, nato il 02/11/1924

🇻🇳Zolezzi, Evasio, nato il 18/03/1920

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