Dopo 7 mesi di notti insonni, perché è stato un lavoro sviluppato alla sera e nei ritagli di tempo, finalmente il libro che parla della nostra mappa digitale:
Questa pubblicazione avviene dopo tre anni dalla creazione della mappa digitale.
Oggi i luoghi geolocalizzati sono più di 250, non solo nel Tigullio, e non avrei mai pensato di suscitare tanto interesse arrivando ad ottenere oltre 60 mila visualizzazioni.
Interesse che ha visto coinvolte molte persone, con le quali condividiamo le informazioni, sia per itinerari turistico culturali, ma anche per il recupero di percorsi e strutture utilizzate durante la lotta di Liberazione dal nazi-fascismo.
All’interno del quale sono stati pubblicati oltre 40 articoli di approfondimento.
Il sito ha già 19 mila visualizzazioni e 12 mila singoli visitatori.
In occasione del centenario della nascita del Comandante partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”, le sezioni A.N.P.I. del Tigullio e del Golfo Paradiso hanno ristampato una vecchia mappa cartacea, apponendo sulla stessa il QR code che richiama appunto quella digitale, questi ultimi sono stati posizionati, con adesivi, in prossimità dei cippi più significativi.
“Mantenere la memoria del passato quale monito per il futuro” è il motto che fin dall’inizio ha accompagnato questa iniziativa che penso sia la perfetta sintesi dello spirito che anima tutte le persone che si sono avvicinate ed hanno contribuito al progetto.
Qui troverete una raccolta dei brevi racconti pubblicati sul sito ed alcuni inediti, sarà un percorso a metà tra il fisico, le pagine del libro, e il virtuale, con i QR code che permettono l’approfondimento attraverso i contenuti digitali della mappa.
Nato a Licata (Agrigento) nel 1923, fucilato a Borzonasca (Genova) il 21 maggio 1944.
Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, il ragazzo combatté col 241° Reggimento Fanteria “Imperia”.
Ferito in Grecia nel giugno del 1943, Saverino fu rimpatriato e, quando si fu ristabilito, assegnato ad una compagnia del reggimento, di stanza alla caserma “Piave” di Genova. All’annuncio dell’armistizio, si portò sulle alture di Genova.
Raggiunti i primi partigiani della brigata «Cichero», che si andava costituendo al comando di Giovanni Battista Canepa (“Marzo”), e che sarebbe in seguito diventata la III Divisione Garibaldi, il ragazzo, assunto il nome di battaglia di «Severino», si distinse subito per il suo coraggio.
Catturato una prima volta dai tedeschi durante un rastrellamento, riuscì a fuggire e a tornare alla sua formazione. Il 21 maggio del ’44 “Severino” cadde di nuovo nelle mani dei nazisti, che lo catturarono sui monti della Rondanara (Valle dell’Aveto). Torturato e invano interrogato perché desse ai tedeschi informazioni sulla Resistenza ligure, fu caricato su un camion e portato sulla piazza principale di Borzonasca. La sua fu una tragica e violenta morte, per mano delle brigate nere guidate dal vessatore Vito Spiotta.
Prima della fucilazione fu preso a sputi e a calci, legato ad una sedia presa dalla chiesa in piazza a Borzonasca (il monumento nell’immagine lo ricorda). Cominciarono a sparargli dai piedi e sempre più su per dargli il maggior dolore, fino a quando la sedia non si rovesciò e lui morì col viso riverso nel suo stesso sangue. Il cadavere rimase tre giorni sulla piazza a scopo intimidatorio. Questo fu l’evento che diede il via alle operazioni di Resistenza armata della Brigata Cichero al grido di “Sutt’a chi tucca“, che poi divenne Divisione sotto la guida di Aldo Gastaldi “Bisagno”.
In sua memoria, i partigiani liguri crearono la «Volante Severino», che avrebbe valorosamente combattuto sino alla liberazione di Genova.
Oggi a Borzonasca la piazza è stata dedicata a Raimondo Saverino ed un monumento lo ricorda sulla facciata del Municipio (vedi foto sinistra in copertina).
Anche a Licata, suo paese natale, un monumento a lui dedicato ricorda quel tragico epilogo (vedi foto destra in copertina).
Nei primi tempi del conflitto le incursioni aeree sono rare e di lieve entità, ma dall’autunno del 1942 gli anglo-americani intensificano i bombardamenti strategici sulle città Italiane, non solo per distruggere impianti industriali, nodi ferroviari, attrezzature portuali e altri obbiettivi militari, ma anche per indebolire il morale del cosiddetto fronte interno ed esercitare una pressione di tipo terroristico sulla popolazione.
Questa deve essere resa consapevole del fatto che di fronte allo strapotere del potenziale economico e militare Alleato la sconfitta è inevitabile, mentre la conoscenza dei pericoli cui sono esposti i loro cari nelle città deve fiaccare lo spirito combattivo dei soldati al fronte.
Guerra e città, secondo le indicazioni del Moral Bombing britannico, divengono così concetti inseparabili, legati tra loro indissolubilmente dalla necessità di piegare armi e governi nemici deprimendo lo spirito dei cittadini inermi.
E’ indispensabile, afferma la direttiva del Bomber Command britannico del 9 Luglio 1941, abbattere in generale il morale della popolazione civile, soprattutto quello degli operai dell’industria. «Grazie alle vittime del massacro si purifica il morale di chi resta, fino alla redenzione». Non è un caso inoltre che gli attacchi più distruttivi sulle città italiane siano portati nel periodo compreso tra il 25 Luglio e l’8 Settembre 1943, quando, caduti Mussolini ed il regime fascista, si svolgono febbrili trattative segrete tra emissari del nuovo governo italiano ed Alleati, per giungere ad una resa il meno possibile onerosa. I bombardamenti terroristici hanno così anche lo scopo di spingere il governo Badoglio ad una rapida decisione, sulla pelle della popolazione civile.
I bombardieri si accaniscono su Torino, Milano, Genova, Napoli, Palermo e su tutte le città strategicamente importanti, provocando immani distruzioni e un alto numero di morti e feriti, costringendo milioni di persone a sfollare, a lasciare cioè le loro abitazioni in cerca di un nuovo alloggio nelle campagne e nei paesi meno esposti alla minaccia delle bombe.
Qui di seguito pubblichiamo il testo dei report dei bombardamenti Alleati su Chiavari tra i mesi di maggio e luglio 1944:
12/05/44 Twelfth AFAround 730 B-17’s and B-24’s (largestHBforceusedbyFifteenth AFonanydaytothistime)attack ………….. marshalling yard and railroad bridge at Chiavari …. 11/07/44 Twelfth AFWeather again hampers operations. MBsattackM/YatAlessandria,hit approach to railroad bridge at Chiavari, and score near misses on other bridges.
15/07/44 Twelfth AF………….. raids which struck bridges at Chiavari …………. HQ 321st BG War Diary: Four more missions in the Mallory Plan totaled 87 sorties this date. ………………. for the afternoon mission so they turned around and smothered the Chiavari Rail Bridge—alternate target. 321st BG Mission No 441 Date: 15 Jul44 No A/C completing mission: 25 Squadrons: 445- 7 446- 6 447- 6 448- 6Target: ……………….. bombed alt. Chiavari Rd BridgeTime OFF: 1711 T.O.T.: 1900 Time Down:2010
445thBSMissionSummary(OpsOrder 441/mission441)Group Mission # 441: Squadron Mission: 309TARGET: ………………… bombed alt. ChiavariRdBridge Inthesecondmission,7planeswere sent from the squadron on the mission sent to attack the same target this time with a bombing accuracy of 58-%.
447th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Six of our ships participated in a raid on the Chiavari RR Bridge,Good concentration of bombs on west end and west approach. One Cluster over and cutting road north of target and west of road bridge. Bombing accuracy 100%; Mission efficiency – 100 %.
448th BS Mission Summary (Ops Order 441/mission 441)Group Mission # 441: Mission 292 (441): ………………… 12 planes dropped 48 x 1000 bombs on alternate target of Chiavari RR/B at 19:00 hours from 11,000 feet. no flak at alternate, chaffused.
17 luglio 1944, ore 6,40 – non si contano parecchi danni, solo una bomba inesplosa si conficca ad una profondità di due metri sul terreno antistante l’entrata della Caserma di Caperana; l’ordigno verrà poi fatto brillare in una cava di ardesia di Cicagna.
Come un “grande fratello” che dall’alto controlla ed intimorisce chi sta ai suoi piedi, a Chiavari sulla collina delle Grazie in mezzo alla vegetazione si trovano i resti di un osservatorio affacciato sul mare e sulla città.
Per comprendere appieno cosa questa minaccia rappresentasse per Chiavari e per tutto il golfo del Tigullio è necessario fare un passo indietro di 75 anni.
E’ il 25 aprile 1945, i Partigiani e gli alleati trovano una tenace resistenza prodotta dal fuoco delle batterie tedesche che incessantemente colpiscono dalla zona del Curlo e dalle Grazie.
Sulla sponda chiavarese dell’Entella si apre un fronte di fuoco, sono le postazioni di retroguardia della colonna Pasquali che non permettono alla Brigata Garibaldina “Zelasco” di entrare a Chiavari passando dal ponte, oggi conosciuto come ponte della Libertà. Nel frattempo sul lato lavagnese dell’Entella, si allineano i carri armati alleati che neutralizzano il fuoco di sbarramento nazi-fascista, questo però li espone al tiro dei tedeschi che cannoneggiano dalle Grazie. La colonna di carri è talmente numerosa che giunge oltre l’altro capo di Lavagna.
Il Comando alleato decide cosi’ di prendere possesso della città bombardandola via mare, ma questa scelta trova la forte opposizione del Comandante Eraldo Fico “Virgola” della Brigata “Coduri” (che da li’ a poco sarebbe diventata Divisione).
“Virgola” riesce a convincere gli alti comandi alleati ad attendere ancora qualche ora, offrendosi di impegnare uomini della Resistenza per liberare una volta per tutte dai nazi-fascisti la città di Chiavari.
Questa scelta comportò vittime tra le fila partigiane ma salvò la popolazione civile dalla distruzione e dalla morte.
Fra le vittime partigiane cadute in quei giorni di Aprile del 1945 si ricordano Ottorino Bersini “Basea” (caduto a Chiavari), Rugi Marino detto Ruggi Mario “Otto” , Antonio Minucci “Scorpione” e Fè Luigi “Furio” (caduti a Lavagna), per conoscere le loro storie e visualizzare nella Mappa digitale la posizione delle lapidi, che ne ricordano il luogo di caduta, clicca sopra i loro nomi.
Per dettagliare meglio quei momenti si riporta qui di seguito un interessante estratto Dal libro: “Cosa importa se si muore” di Mario Bertelloni e Federico Canale (Res Editrice, Milano, 1992):
Mercoledì 25 aprile [1945]. (,,,) La signora Westermann, titolare dell’albergo in via Romana, dove tra l’altro i tedeschi sono di casa, si fa portavoce di una mediazione con il comandante della batteria. Questi, un austriaco, si impegna a non sparare purché non attaccato dai Gap o dai partigiani. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi quando, verso le ore 15, il comandante della batteria del Curlo, tale capitano Campanini, ordina di aprire il fuoco contro le truppe alleate dislocate sul lungomare di Cavi. (…).
Gli alleati centrano un bunker sotto il santuario delle Grazie ma è come aver pescato un jolly perché non riescono a comprendere da dove arrivino le cannonate.
Giovedì 26 aprile. (…) Prima della ritirata, pionieri tedeschi minano le postazioni delle Grazie; sotto il Santuario c’è un’autentica santabarbara. Jan Zacher e Jan Wegner, [polacchi] dell’artiglieria germanica, evitano la distruzione della chiesetta; Wegner taglia con un colpo d’ascia il filo della carica prima che salti tutto in aria e con il commilitone corre a nascondersi. (…)Nove anni più tardi (…) quell’ufficiale tornerà a Chiavari per ringraziare del trattamento riservatogli al momento della cattura (…)
Ecco alcune testimonianze anonime di quei ultimi concitati momenti prima della Liberazione:
“La batteria delle Grazie venne approntata per essere distrutta ed abbandonata la mattina del 25 aprile. L’improvviso apparire delle avanguardie americane a Cavi indusse i tedeschi a rioccupare la posizione ed intervenire bombardando l’Aurelia. L’azione rallentò la progressione degli americani permettendo ad un grosso gruppo (la famosa “colonna Pasquali”) di ritirarsi in direzione di Genova lasciando lo squadrone esplorante divisionale (della divisione Monterosa) a condurre un’azione ritardatrice sulla riva dell’Entella. Con l’approssimarsi del combattimento, la batteria non fu più in grado di supportare i bersaglieri battendo bersagli lungo la foce del fiume, cioè presentanti una notevole depressione. Nel pomeriggio i tedeschi abbandonarono definitivamente la posizione rimuovendo i congegni di sparo dei due pezzi sotto l’azione della controbatteria americana (598° FA Bn). I danni ancor oggi visibili sono stati causati dal tiro diretto degli Tank-Sherman e gli M-10 (Tank Destroyers) che appoggiarono l’assalto del 2/473° lo stesso giorno”.
Ciò che tenne sotto scacco la lotta di Liberazione fino al 25 Aprile 1945 fu il cannone binato delle Grazie, posto qualche metro sopra il bunker osservatorio.
Era lo stesso che fu installato sugli incrociatori della “Classe Capitani Romani” (2 x 135/45 mm) Mod.OTO-1937 . Quest’arma era considerata la migliore che sia stata costruita nella Seconda guerra mondiale. Aveva una gittata di 20.000 mt. ed era perciò in grado di colpire qualsiasi bersaglio presente nel golfo Tigullio, da Portofino a Sestri Levante.
Mod.OTO-1937
Oltre alla posizione strategica del luogo, i tedeschi scelgono quella postazione del Golfo del Tigullio perchè non trascurarono neppure l’ipotesi di uno sbarco Alleato sulle spiagge di Chiavari, Lavagna e Cavi di Lavagna, i cui alti fondali ben si prestavano ad una rapida conquista della Via Aurelia e della Ferrovia che transitano, tuttora, a pochi metri dal bagnasciuga.Numerose sono le “tracce” delle difese costiere in cemento armato per contrastare l’eventuale sbarco degli Alleati, comeil muraglione anti-sbarco, visibile ancora oggi lungo tutto il litorale.
Proprio per questo timore, lungo la Riviera orientale la Wehrmacht fece costruire numerose tipologie di così dette “casematte” . Le più note avevano forma cubica o circolare con una feritoia rivolta verso al mare da cui spuntava un cannone da 50 mm pronto a fermare gli Alleati sulle nostre spiagge. Molte altre casematte, che affiorano tuttora tra le sterpaglie lungo le spiagge, furono per lo più costruite con tre o quattro feritoie ed erano armate con nidi di mitragliatrici di vario calibro. Le casematte più comuni erano note con il nome di tobruk e s’ispiravano alle postazioni italiane installate durante la Campagna del Nordafrica. L’efficacia di queste piccole fortificazioni convinse i tedeschi ad adottarle anche per la difesa delle coste liguri costruendole in cemento armato e incassandole a terra con piccole “riservette” per le munizioni. Spesso i tobruk venivano costruiti anche per la difesa delle batterie di maggiori dimensioni, mentre altre particolari costruzioni in cemento armato, contenevano una camera di combattimento circolare, dov’erano presenti almeno quattro feritoie armate di mitragliatrici che sbarravano l’accesso alle principali vie di comunicazione litoranee e funzionavano da posti di blocco costieri.
Le maestranze Tedesche, in collaborazione con specialisti dell’Ansaldo, della Oto Melara e dell’Arsenale di La Spezia, allestirono nuove batterie costiere utilizzando l’abbondante numero di pezzi campali catturati al Regio Esercito dopo l’8 settembre 1943.
La postazione del “Cannone delle Grazie” era rifornita da terra (S.S. Aurelia) e via mare tramite sentieri più o meno nascosti, anche per mezzo di un elevatore ubicato presso una galleria a livello del bagnasciuga. Sono inoltre visibili altri bunker per nidi di mitragliatrici e supporti per apparati di telecomunicazioni. L’osservatorio bunker era munito di telemetro per il calcolo della distanza degli obiettivi.
Qui di seguito alcune immagini recenti del Bunker delle Grazie, dove oltre all’ingresso è ancora ben conservata la piastra del basamento con i perni in acciaio sopra i quali venne posizionato e fissato il telemetro:
La scelta dell’ubicazione del sito fu senza dubbio oculata, poiché i Nazisti tennero conto della vicinanza del Santuario che garantiva l’uso delle varie utenze: luce, gas, acqua e linee telefoniche, oltre alle ben note vie di fuga nelle varie direzioni.
La stato di conservazione di queste costruzioni è di abbandono, l’esterno del bunker risulta essere semi sepolto da terra e detriti anche se il cemento non è deteriorato, il bunker telemetrico ha la facciata rovinata da innumerevoli graffiti.
La Storia d’Italia del ventennio fascista racconta tantissime storie di vessazioni e di efferate violenze da parte di atroci assassini, ma chi erano questi delinquenti che pur di difendere la dittatura del duce hanno massacrato ed ucciso migliaia di civili e militari Italiani? Ma soprattutto perché oggi, per un bieco gioco politico, alcuni tentano di avviare la Storia verso il baratro del revisionismo?
Come ho provato a fare con gli articoli fin qui pubblicati, nelle prossime righe cerco di dettagliare la figura di un personaggio, fra i tanti, che nel Tigullio si è contraddistinto per ferocia e crudeltà, incendiario di paesi, fucilatore di carabinieri e civili.
Si tratta del Maggiore Girolamo Cadelo, comandante del Gruppo Esplorante della divisione alpina “Monterosa” nato il 04/06/1906 a Trapani, morto in un agguato Partigiano della Brigata “Berto” dopo il Passo della Forcella il 27 Settembre 1944.
Cadelo era nato in una famiglia dell’aristocrazia siciliana (i baroni dell’Isola di Salina). Fascista integrale e fanatico, aveva partecipato alla campagna sul fronte russo in qualità di ufficiale dei Lancieri di Novara. Dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla neo costituita Repubblica Sociale e fu inserito nella divisione alpina “Monterosa”, una della quattro divisioni dell’esercito repubblicano addestrate in Germania. Alla fine di Luglio 1944, la Monterosa venne schierata lungo la riviera del levante ligure, da Nervi a Bobbio sul fronte orientale e da Levanto a Borgotaro(PR) sul fronte occidentale, per fronteggiare un paventato sbarco anglo-americano e contrastare le incursioni Partigiane delle provincie di Genova e Parma.
Il comando della “Monterosa” ebbe sede a Terrarossa (Carasco) e trattenne come riserva divisionale il gruppo esplorante con sede a Borzonasca, comandato appunto da Cadelo, e il battaglione pionieri del Maggiore Agamennone, con sede a Carasco.
L’ufficiale Repubblichino Cadelo iniziò ad esercitare le sue funzioni mostrando particolare durezza nei confronti della popolazione civile e dei suoi subordinati. L’accanimento e la spietatezza con le quali si impegnò nella repressione del fenomeno resistenziale, seminarono nelle valli Aveto e Trebbia terrore e sgomento.
Domenica 6 agosto a Caregli (Borzonasca), nel pieno svolgimento della festa patronale, Cadelo irruppe nella piccola frazione. Dopo aver chiesto i documenti d’identità a tutti i presenti, individuò tre giovani renitenti alla leva, li apostrofò a dure parole accusandoli di essere i responsabili dell’aggressione di un fascista locale, quindi, dopo sommari accertamenti, li fece fucilare. Da quel giorno la spirale di violenza subì una tragica accelerazione.
Si “guadagnò” il soprannome di “barone nero” o “caramella” (per il monocolo che usava portare sempre con se).
Alla fine dell’Agosto del 1944 quello in Val d’Aveto fu un mese di sangue (leggi qui l’articolo dedicato), un’operazione di rastrellamento interessò le province di Piacenza, Genova, Alessandria, Pavia e Parma. Alla divisione Monterosa venne assegnato il compito di rastrellare le valli Trebbia ed Aveto per poi congiungersi a Bobbio con gli altri reparti provenienti dall’Oltrepò.
Il 27 agosto i partigiani attaccarono una colonna di alpini ad Allegrezze in Val d’Aveto, causando morti e feriti. In ausilio al reparto attaccato venne inviato uno squadrone al comando del maggiore Cadelo che, appena giunto in loco, fece fucilare per rappresaglia Antonio Brizzolara, nativo di Allegrezze (vedi qui la geolocalizzazione del luogo e della lapide). Fu ordinato quindi un pattugliamento concentrato della zona.
Il 29 Agosto presso il ponte di Boschi furono trucidati due ragazzi che transitavano sul greto del fiume Aveto: Ghirardelli Luigi e Pagliughi Mario, quest’ultimo finito con il calcio del fucile, il corpo venne gettato in una scarpata e coperto di pietre.
Quello stesso giorno, i soldati della Monterosa incendiarono la canonica di Brignole nel comune di Rezzoaglio.
Il maggiore Cadelo, accusando la comunità locale di connivenza con i partigiani e infrangendo la parola d’onore con la popolazione impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, il mattino del 29 Agosto 1944, mentre il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare Allegrezze e appiccava il fuoco a tutte le abitazioni della frazione impedendo ai parrocchiani dalle altre frazioni di accorrere in aiuto per spegnere l’incendio.
Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al becchino del paese, ed al figlio Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del Prof.Dott. Vittorio Podestà, si recarono in località “La Cava” per raccogliere il cadavere del Partigiano Berto (di anni 19) che per ordine del su menzionato Maggiore Cadelo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura, la cassa fu fabbricata gratuitamente dallo stesso Costantino Zaraboldi. Un mese dopo, circa, il Zaraboldi e suo padre, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani. Non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Cadelo (che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.
Il 2 Settembre a Santo Stefano d’Aveto l’ufficiale repubblichino Cadelo condannò alla fucilazione il Carabiniere Albino Badinelli, di anni 24 nato ad Allegrezze (a Badinelli è stata recentemente intitolata la caserma dei Carabinieri della Stazione di Santo Stefano d’Aveto, clicca qui per vedere quei luoghi sulla mappa).
Il giorno 7 Settembre altri due civili furono passati per le armi a Rezzoaglio. Dopo la conclusione del rastrellamento il Gruppo Esplorante restò di presidio tra Rezzoaglio, Santo Stefano e Borgonovo. Cadelo insediò dunque il suo comando presso l’albergo Americano di Rezzoaglio ed iniziò a maturare la personale convinzione che la popolazione dell’alta Val d’Aveto, in particolare la comunità di Santo Stefano, fiancheggiasse i partigiani. Fece così arrestare il parroco del paese Don Casimiro Todeschini ed altri 9 residenti, tra uomini e donne, imprigionandoli a Rezzoaglio. Decise inoltre che Santo Stefano avrebbe subito la stessa sorte di Allegrezze; in questo caso però alcuni ufficiali del suo reparto espressero la loro contrarietà.
Il comando della divisione partigiana “Cichero” venne a conoscenza del pericolo che correva il paese. Non si ha la certezza di chi informò i patrioti anche se, recentemente, il partigiano Costante Lunetti “Caronte”, intervistato per un documentario dedicato al comandante “Bisagno”, ha raccontato che tra gli ufficiali della Monterosa ve ne era uno che informava in anticipo i partigiani su tutte le operazioni della divisione. In ogni caso il comando della “Cichero” stabilì di porre fine al terrore seminato da Cadelo con l’obiettivo di un’imboscata pianificata per il 27 settembre. L’organizzazione dell’agguato fu rocambolesca. Secondo la cronaca di fonte resistenziale e le testimonianze raccolte da Don Michele Tosi, quel giorno tre patrioti della brigata “Berto” fermarono, presso Cabanne d’Aveto, due militi motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana (Palladini Edmondo e De Luca Giuseppe): due partigiani indossarono le divise tolte ai militi, inforcarono le motociclette e recarono al maggiore Cadelo un falso messaggio che lo convocava presso il comando divisionale di Terrarossa. I “militi” rimontarono poi sulle moto e percorsero la strada a ritroso sino all’altezza del Rio Bottazzo dove abbandonarono i mezzi. Cadelo partì da Rezzoaglio con la sua automobile e la scorta. In località Molini incontrò una pattuglia di alpini che gli comunicarono di aver ritrovato le due moto abbandonate. Egli, intuendo il pericolo, fece ritorno a Rezzoaglio.
Convocò l’arciprete Don Luigi Pagliughi e gli ingiunse di ritrovare i due militi scomparsi, altrimenti avrebbe fatto fucilare i dieci ostaggi arrestati a Santo Stefano, compreso Don Todeschini. Successivamente ripartì per Terrarossa, andando incontro al suo destino in poco oltre il Passo della Forcella.
Tre partigiani si erano appostati nel bosco in prossimità di una curva in località Brizzolara. All’apparire dell’auto del Maggiore, il partigiano “Macario” sparò una raffica di mitragliatore che colpi l’ufficiale seduto accanto all’autista. Cadelo fu trasportato precipitosamente a Chiavari presso l’ospedale della Croce Rossa, dove giunse cadavere.
Da fonti neofasciste i resti mortali del maggiore Cadelo sono stati tumulati nella Cripta della R.S.I. nel cimitero di Genova Staglieno. Precedentemente si trovavano nel cimitero di Chiavari, dove erano stati tumulati immediatamente dopo la morte. In quella cripta del capoluogo dove vergognosamente alcuni esponenti della politica genovese, insieme a gruppi dell’estrema destra neofascista, ogni anno si riuniscono per depositare fiori e corone.
Altrettanto vergognosa e grave è la celebrazione ufficiale che alcune amministrazioni comunali operano ogni 4 novembre, in memoria di fucilatori di civili e militari come appunto quella ai danni del giovane Albino Badinelli, che da Carabiniere eroe sacrificò la propria vita per salvare Santo Stefano d’Aveto dalle fiamme e dalla ferocia assassina degli ufficiali della Repubblica Sociale di Salò.
(Fonti di questo articolo sono alcuni documenti storici gentilmente concessi da Giorgio “Getto” Viarengo, testimonianze dirette trascritte sui libri di Storia locale e citati anche all’interno della mappa digitale, cosi’ come alcuni passaggi dell’articolo tratto dal n° 36 del 8/11/2018 del settimanale “La Trebbia”)
In foto gli imputati fascisti alla sbarra nel Tribunale di Chiavari il 16 Agosto 1945 (Vito Spiotta primo a sinistra col pizzo, Pino Righi, Enrico Podestà, condannati poi a morte).
Racconti tratti da il Secolo XIX del 8 febbraio 2020, frutto di testimonianze inedite che Guido Lombardi (regista e scrittore) ha raccolto da un’abitante della Val Graveglia testimone di pestaggi da parte delle camice nere fasciste contro inermi civili:
“Mi chiamo Argentina proprio come il Paese sudamericano. Forse i miei vecchi mi hanno dato il nome di un loro sogno mai avverato, cercare fortuna in Argentina. Sono vissuta qui nella valle, sempre in mezzo ai minatori, ne ho sposato anche uno….omissis….Tante cose brutte della gioventù le ho scordate , invece quel giorno maledetto non lo dimenticherò mai, ce l’ho negli occhi come se fosse adesso.
Voglio strapparmi dal cuore una storia tremenda. Era il 1944, avevo vent’anni. Un pomeriggio un camion militare sbuca dalla curva e si ferma a pochi metri da casa nostra a Piandifieno. Dalla cabina di guida scende un uomo dall’aria altezzosa, un aspetto elegante, indossa un cappotto marrone e un cappello beige. Dal cassone saltano a terra sei giovani in camicia nera, hanno un atteggiamento baldanzoso, impugnano i manganelli. Rivolgono gli sguardi verso la curva e sembrano aspettare qualcuno.
Intuisco che sta per succedere qualcosa di insolito. Sulla strada vedo salire un giovane a piedi, l’hanno superato e si sono fermati ad aspettarlo. Infilo la porta di casa, me la chiudo alle spalle , corro per le scale al primo piano per vedere meglio. Quando da dietro alle persiane butto gli occhi giù, il giovane sta già crollando sotto scariche selvagge di manganellate.
Tutti insieme si avventano su di lui, pestano, pestano, colpi sordi che lo spaccano dentro. Massacrato, sanguinante, ridotto a un fantoccio informe, come una bestia, lo trascinano sul bordo strada e lo lasciano morire. Ancora impietrita e tremante, con il respiro che mi muore dentro, vedo un uomo, lo riconosco è di Statale, viene giù sulla strada in direzione opposta, in una mano regge un sacchetto.Sento la voce arrogante del caporione <<Cos’hai li’?>> e indica il sacchetto <<un po’ di riso, me l’ha dato mio fratello di San Salvatore, là qualcosa da mangiare si trova, a Statale è miseria>> , Dice la verità e certo di parlare con persone che non hanno dimenticato del tutto cos’è la compassione.
I fascisti lo guardano con disprezzo, come avesse commesso la più scontata e peggiore delle colpe di questo mondo, ha solo fame.
Con ghigni di scherno e un’aria divertita , gli prendono il sacchetto e lo riempono di botte. Lo picchiano sulla faccia, lo stomaco, le reni, il sangue schizza, gli cola sul viso, sui vestiti. E pensare che era della loro stessa idea, sapevo che aveva simpatie fasciste.
Poco dopo arriva la corriera da Chiavari e si ferma al capolinea, qui alla posta, scende un vecchio contadino e viene in direzione del camion dei fascisti. Uno di loro gli chiede con fare fare provocatorio e un tono sfrontato <<e tu da dove vieni?>> cerca un pretesto qualsiasi <<Sono andato alla Croce Rossa a Chiavari per sapere come posso scrivere a mio figlio che è prigioniero in Germania>> risponde candido il vecchio, convinto che comprendano la sua preoccupazione di padre.
Ma questi sono bestie, non esseri umani e infieriscono sui poveri malcapitati. Guardano il vecchio come un insetto da schiacciare. Io diventata di ghiaccio vedo tutto dalla finestra. Per la terza volta sfogano la loro brutalità, gli danno un sacco di botte, con tutto il disprezzo e la vigliaccheria di cui sono capaci. In sei contro un povero anziano, sotto lo sguardo impietrito del caporione…non si sporca le mani perchè è vestito come un damerino. Girandole di manganellate da rompergli le ossa e altro sangue che cola sulla strada. Non dimenticherò mai tutte quelle chiazze rosse davanti a casa.
Ma il giorno maledetto non è ancora finito. Mia madre era salita a un campo poco sopra la strada per andare a raccogliere delle cipolline novelle, avverte voci, grida e lamenti. Scende giù verso casa per capire cosa stesse succedendo. Cerca subito di fare da scudo per fermare il pestaggio del vecchio.
Come mia madre si mette in mezzo, una delle camicie nere, rivolto agli altri della squadra, grida e ripete con voce alterata <<Questa è una ribelle! Bisogna fucilarla!>>.
L’afferrano e la spingono contro il camion, imbracciano i fucili pronti a spararle come a un animale. So che secondo l’umore del momento a questa gente basta una parola in più o un gesto sbagliato per ammazzarti. Dalla finestra non distinguo la faccia del fascista che grida ribelle contro mia madre.
Corro in strada per salvarla. Da vicino lo riconosco , è di Nascio, il paese più su e abita a Lavagna. Ci deve settecento lire , se li convince a fucilare mia madre estingue il debito. Mi ci butto ai piedi, in ginocchio lo imploro di non farlo, per pietà, che mia madre è una brava donna, piango. Quell’uomo , il fascista di Nascio, è ormai morto, l’ho mandato all’inferno, nessuno preghi per la sua anima.
Anche per me quel giorno infame sta per concludersi con una tragedia. Ma ecco che dopo tutto quel sangue succede un miracolo. L’autista del camion che durante i pestaggi è rimasto al volante, dal finestrino vede mia madre contro il cassonetto con le armi spianate intorno, scende a terra, svelto la prende per un braccio e dice con voce ferma agli altri <<Questa donna non si tocca>> . Con una parola ti ammazzavano con l’altra di salvavano, in quel tempo non eri mai sicuro della tua vita.
Un giorno, la guerra era finita da un po’, sono entrata in un negozio per comprare una cosa, il proprietario dietro il banco mi ha rivolto uno sguardo sorpreso ed imbarazzato. Ci siamo riconosciuti, lui era l’autista del camion della squadraccia fascista, al momento di pagare l’uomo mi ha fissato negli occhi con uno sguardo turbato, quasi impaurito.
Dopo diversi anni da quel tragico giorno, non si aspettava di rivedermi davanti a lui. Gli ricordavo gli anni nefandi della sua vita, quelli da cancellare per sempre. Ha scosso la testa e mi ha detto <<No, lei non mi deve niente, va bene cosi’. Non ci siamo mai visti e anche se ci dovessimo incontrare ancora noi non ci conosciamo>>. Mi ha accompagnato deciso alla porta. Ho mantenuto la promessa e non ho mai rivelato la sua identità. Quella gente cattiva ormai sarà tutta morta.
Quel giorno hanno sfogato la loro bestialità su un giovane lasciato agonizzante sul bordo della strada, colpevole di non essersi arruolato tra quelli di Salò. Poi su un uomo con il sacchetto di riso per sfamare una famiglia, che era pure fascista. Hanno aggredito un vecchio perchè padre di un figlio prigioniero in Germania, che per questo doveva essere un traditore, un nemico.
Non dimenticherò mai il sangue che ho lavato davanti a casa. A me non mi si parli di fascisti.
Sono parole per la memoria di una storia vera ascoltata dalla voce di Argentina alla fine degli anni Novanta, citata per riservatezza solo con il nome di battesimo.
Fu un Agosto di sangue quello del 1944 in Val d’Aveto (GE).
Siamo nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale e i Nazisti sono in ritirata dietro la linea Gotica dopo un anno dalla caduta del fascismo, con la collaborazione di delatori in camicia nera al servizio di Mussolini e della Repubblica Sociale di Salò si macchieranno di atroci eccidi in tutto il nord Italia.
Una lunga scia di sangue che non risparmierà la popolazione civile ed in particolare i contadini, le figure religiose come i parroci delle frazioni di montagna, le donne prima violentate e poi uccise, una furia omicida che non farà sconti nemmeno ai bambini e ai neonati che in alcune occasioni vengono persino utilizzati come tiro a segno vivente dalle doppiette nazifasciste.
In Val d’Aveto, quello dell’Agosto 1944, fu un mese che rimarrà per sempre nella memoria dei suoi abitanti, i primi a cadere furono i Partigiani che in quell’area operavano a difesa della popolazione che all’improvviso, a seguito dei rastrellamenti nazifascisti, si trova ad essere terreno oggetto di tremende barbarie.
In ordine cronologico il 24 Agosto 1944 la morte del Partigiano Domenico Raggio “Macchia” di Lavagna. La formazione di “Virgola”, in seguito divisione “Coduri”, era stata suddivisa in due distaccamenti dipendenti dalla “Cichero” uno dei quali, comandato dallo stesso “Virgola”, si era attestato al passo dell’Incisa, sulle pendici del Monte Penna.
In quei giorni era infatti iniziato un grande rastrellamento dei nazifascisti, rinforzati da reparti della “Monterosa”, con l’obiettivo di snidare i partigiani dai valichi che controllavano l’accesso alla Riviera Ligure. Il primo tragico fatto accadde proprio nei giorni in cui erano in atto i preparativi di difesa e fu provocato dal tentativo di recuperare l’esplosivo contenuto in alcune bombe rimaste a bordo di un aereo inglese caduto sul Penna. Forse fu l’inesperienza che causò lo scoppio di una bomba che raggiunse in pieno il giovane partigiano “Macchia”, che morì poche ore dopo, mentre Raimondo Giobatta “Piccolo” di Sestri Levante rimase gravemente ferito, tanto che perdette completamente la vista. Rimasero pure feriti “Italo”, “Naccari” e “Billi”.
Il 27 Agosto 1944 la medesima sorte toccò a Brizzolara Andrea di Villanoce colpito a morte da mano sacrilega all’età di 27 anni.
Nella stessa giornata fu la volta del Partigiano Silvio Solimano “Berto” di anni 19, nato a Santa Margherita Ligure ed aggregato alla Brigata Garibaldi “Cichero”, così ne tratteggia l’eroica figura, la motivazione della massima ricompensa al valor militare:
“Già noto alle polizie nazifasciste per i suoi sentimenti contrari e ribelli all’oppressore, fu tra i primi animatori del movimento clandestino. Arrestato, riusciva arditamente ad evadere e passava, sprezzante di ogni pericolo, alla lotta aperta nelle formazioni partigiane. Sabotatore audace, combattente valoroso, compiva leggendarie gesta, degne delle tradizioni della sua gente. Durante un rastrellamento effettuato da soverchianti forze nazi-fasciste, che minacciavano di accerchiamento una Divisione partigiana, alla testa di un gruppo di audaci si lanciava eroicamente contro il nemico, che sorpreso da tanto ardimento, si sbandava lasciando sul terreno morti e feriti ed abbondante materiale bellico. Nell’eroico gesto cadeva, colpito in fronte, facendo olocausto della sua giovane esistenza per la salvezza della grande unità partigiana. Fulgido esempio di strenuo valore, di altruismo e di completa dedizione alla causa“. Al giovanissimo partigiano è stata intitolata una via di Genova.
Il 29 Agosto 1944 le case di Allegrezze vengono date alle fiamme dai Nazifascisti, un accadimento che generò altre morti innocenti e che proviamo brevemente qui a riportare grazie al documento dell’A.N.P.I. di Santa Margherita Ligure, che è stato pubblicato nel libro di Marina Marchetti “Sognando la pace… racconti di guerra: 1943-1945”, edito dal Comune di Santa Margherita Ligure nel 2005:
Il Prof. Vittorio Podestà medico chirurgo radiologo sottoscrisse la seguente testimonianza:
Chiavari, 30 giugno 1946 Il sottoscritto dichiara che la sera del 27 agosto 1944 alle ore 17,00 circa venne prelevato (arma alla mano) da due soldati accompagnati da due borghesi che erano stati prelevati in rastrellamento da una colonna di Nazi-Fascisti (Gruppo Cadòlo di Esplorazione della “MONTE ROSA”) ed invitato a recarsi ad Allegrezze D’Aveto per prestare soccorso medico a feriti nel combattimento in corso con un gruppo di Partigiani che aveva aggredito la colonna stessa. – Il sottoscritto era alla Villa D’Aveto dove aveva la propria famiglia sfollata, e da pochi giorni era venuto a visitarla. – Il sottoscritto si fece accompagnare dal figlio del suo padrone di casa Sig. Zaraboldi Costantino ed insieme ai militari e borghesi suddetti si recò ad Allegrezze che dista circa un Kl.m. : Ferveva sempre il combattimento.- Ivi giunto, trovò il Parroco don Primo Moglia dal quale apprese che lui stesso era stato preso in ostaggio dal Comandante della Colonna di Nazi-Fascisti e che mentre veniva condotto a Santo Stefano con la stessa, aveva inizio un fiero combattimento con i Partigiani, per cui la Colonna stessa era stata decimata ed aveva dovuto retrocedere : Il Parroco don Primo allora aveva disposto il raccoglimento dei feriti e dei morti improvvisando in casa sua (Canonica) l’infermeria.- Infatti io trovai nei vari letti e stanze, una quantità di feriti più gravi. – Pregai il Parroco disporre in modo che mi si aprisse la scuola di fronte alla sua Canonica per poter medicare e curare e ricoverare anche gli altri feriti che via, via affluivano portati dai borghesi.- Posso attestare che la Popolazione di Allegrezze guidata dal Suo Parroco fece miracoli in quella sera ed in tutta la notte successiva, mettendo a disposizione i pagliericci e la biancheria occorrente a medicare e ricoverare ben 37 feriti gravi e portare al cimitero sette morti.- Furono tutti medicati dal sottoscritto con l’aiuto della Popolazione ed in modo speciale del Parroco e di una donna che era stata presa in ostaggio certa Caprini Maria. Nella notte stessa, con l’aiuto dell’interprete Tedesco P. Tomas ROCKERT, il sottoscritto poté ottenere dal tenente Tedesco delle SS che apparteneva al Comando della Colonna stessa, la promessa su Parola d’Onore dello stesso di liberare all’alba gli ostaggi presi e tra questi il Parroco Don Primo Moglia ed il giovane Sacerdote Don Giovanni Barattini di Alpicella : Tutto ciò in premio dell’opera veramente encomiabile prestata da Don Primo e dalla Popolazione della Sua Parrocchia da Lui Guidata.- Infatti, all’alba del giorno dopo, prima di partire (il sottoscritto) per recarsi alla sua abitazione, si accertò personalmente che tale liberazione fosse mantenuta.- Purtroppo, il giorno appresso, venne bruciato il Paese su ordine di un delinquente Italiano che comandava la Colonna : Maggiore Cadèlo, che infrangendo la parola d’onore con il sottoscritto impegnata in proposito dal tenente Tedesco dell S.S. a Lui in sott’ordine, mentre al mattino del 29 Agosto 1944 il Parroco Don Primo Moglia celebrava la Messa per la Festa della Madonna della Guardia presente tutti i suoi Parrocchiani, faceva circondare il Paese e appiccicava il fuoco a tutte le abitazioni della Frazione impedendo ai Parrocchiani dalle altre Frazioni di accorrere in aiuto per spegnere gli incendi. La Chiesa restò salva soltanto perché il Parroco si era adoperato come già detto per i feriti.- Così anche la scuola, la canonica e la stessa sua Vita.- Due giorni dopo assieme al Parroco Don Primo Moglia, al Becchino, ed al Figlio del suo padrone di casa Sig. Costantino Zaraboldi, per iniziativa del sottoscritto, si recano in località “La Cava” per raccogliere il Cadavere del Partigiano Berto che per ordine del su menzionato Maggiore Cadèlo era stato lasciato sulla strada con minaccia per chi lo avesse toccato, e gli diedero onorata sepoltura.- La Cassa fu fabbricata dallo stesso Costante Zaraboldi gratuitamente.- Un mese dopo, circa, tanto il sottoscritto (che aveva rimesso di propria tasca tutta la medicazione dei feriti stessi) che il Zaraboldi e il Padre Suo, furono arrestati assieme al Parroco di S. Stefano d’Aveto ed al Parroco di Pievetta, sotto l’accusa di collaborazione con i Partigiani, e non vennero fucilati assieme ad altri otto disgraziati del Luogo, solo perché nel frattempo il Maggiore Cadelo*(che aveva dato l’ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata dai Partigiani.- In fede di Quanto Sopra sono. F.to: Prof. Dott. VITTORIO PODESTA’
*Maggiore Cadelo Gerolamo della Divisione Monterosa, con sede a Rezzoaglio.
Il 30 Agosto 1944 fu l’ultimo giorno di vita per il Partigiano Giovanni Galloni “Razza” di Setterone (Bedonia).
La staffetta “Razza” era arrivata la sera del 29 agosto portando a “Virgola” l’ordine di resistere sul passo il più a lungo possibile. La mattina dopo iniziò l’attacco nemico e “Razza”, che si preparava a ritornare al comando, venne colpito da una granata che lo uccise sul colpo. Il suo sacrificio non fu vano, “Virgola” e la sua formazione ben posizionata e mimetizzata fra i boschi, oppose una tenace resistenza ai tedeschi e agli alpini della “Monterosa” intenti nel massiccio rastrellamento della vallata lasciando sul terreno morti e feriti, mentre fra i partigiani non ci furono ulteriori perdite.
L’ultima tragedia in ordine cronologico fu quella del 2 Settembre 1944, la storia è quella del giovane Carabiniere Albino Badinelli.
Nacque a Allegrezze, frazione di Santo Stefano d’Aveto, il 6 marzo 1920, figlio di Vittorio e Caterina Ginocchio. Al termine degli studi decise di arruolarsi nell’arma dei Carabinieri, e nel 1939 iniziò a frequentare l’Accademia militare di Torino. Il 1 marzo 1940 viene incorporato, quale carabiniere ausiliario a piedi, presso la Legione Allievi Carabinieri di Roma, con la ferma di leva di 18 mesi. Il 10 giugno, con l’entrata in guerra del Regno d’Italia, diviene carabiniere effettivo, e trasferito alla Legione di Messina il 14 dello stesso mese, viene destinato a prestare servizio a Scicli. Il 2 maggio 1941 è trasferito alla Legione di Napoli ed incorporato nel neocostituito XX Battaglione CC. RR. mobilitato, con cui al termine dell’invasione della Jugoslavia raggiunge Zagabria, in Croazia, territorio dichiarato in stato di guerra, il 21 settembre 1941. Assegnato a prestare servizio nella città di Knin, svolse compiti di vigilanza e polizia militare nella zona occupata dalla 12ª Divisione fanteria “Sassari”, dipendente dal IV Corpo d’armata in forza alla 2ª Armata.
Rientrato in Patria è destinato a prestare servizio presso la Legione di Parma, assegnato alla stazione di Santa Maria del Taro, in omonima provincia. Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si diede alla macchia, ma rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Sociale Italiana. All’inizio del 1944 la sua caserma viene attaccata dai partigiani e rimane isolata e senza poter ricevere ordini. Consigliato a rientrare a casa, raggiunse i suoi genitori a Santo Stefano d’Aveto, che lo nascosero. Nei primi giorni di agosto il territorio dei paesi limitrofi di Casoni, Amborzasco e Alpicella d’Aveto, è oggetto di un rastrellamento da parte dei soldati della RSI, che il 27 dello stesso mese scesero verso Santo Stefano d’Aveto. Il giorno 29 i soldati del comandante del gruppo di esplorazione della 4ª Divisione alpina “Monterosa”, maggiore Cadelo (detto “Caramella”), raggiunsero Allegrezze dandolo alla fiamme, si salvarono solo la chiesa e la canonica. Il 2 settembre il maggiore Cadelo emise un ordine perentorio in cui si diceva che se tutti gli sbandati e i renitenti alle armi non si fossero presentati presso il comando, sito nella Casa del Fascio di Santo Stefano d’Aveto, avrebbe fatto fucilare tutti i 20 ostaggi e incendiato il paese. Raggiunto spontaneamente il comando, fu messo a colloquio con Cadelo, il quale appena seppe che era un carabiniere lo considerò un disertore e lo condannò immediatamente a morte tramite plotone di esecuzione. Chiesto di potersi confessare, cosa che gli fu negata, tuttavia ebbe la possibilità di confidarsi con monsignor Giuseppe Monteverde che, avvertito da un ragazzo, lo aveva raggiunto presso la Casa del Fascio. Il parroco lo confessò e lo benedisse raccomandandolo alla Vergine di Guadalupe e gli consegnò un crocefisso. Accompagnato dal monsignore fu portato nei pressi del cimitero e posto di spalle contro il muro fu immediatamente fucilato. Poco prima di ricevere la scarica mortale esclamò: Dio perdona loro perché non sanno quello che fanno!. Il corpo fu lasciato esposto per ordine di Cadelo, a monito per la popolazione, ma venne trafugato da alcuni paesani guidati da monsignor Casimiro Todeschini, e posto su una scala di legno fu trasportato a spalla fino ad Allegrezze dove venne sepolto dal locale parroco monsignor Primo Moglia nel cimitero, dopo un breve rito funebre. Lasciava la sua famiglia e la fidanzata Albina.
Il 21 Settembre 2019 la Caserma militare dell’Arma dei Carabinieri viene intitolata proprio ad Albino Badinelli.
Sidolo (Parma), 20 luglio 1944. Era un giovedì a Sidolo, piccola e sperduta frazione di Bardi (Parma), quando vennero fucilati Gerolamo, di anni 50 e Giovanni Brugnoli,di anni 40, fratelli di mio nonno Francesco. Insieme a loro morirono il parroco don Giuseppe Beotti, di anni 32; don Francesco Delnevo, borgotarese di anni 57; il chierico Italo Subacchi, di anni 23; i borgotaresi Giuseppe Ruggeri, di anni 44; Bruno Benci, di anni 43 e Francesco Bozzia, di anni 44. Don Riccardo Molinari, allora parroco di Cereseto, “sulla scorta di testimonianze veritiere di persone che assistettero alle scene svoltesi”, così descrive i fatti verificatisi in questo giorno. “Una colonna nazi-fascista, dopo aver stampate orme sanguigne su Strela e dintorni, piombava sul paesetto alle ore 6 del mattino. Anche qui gli uomini si erano dati alla macchia per paura dei tedeschi. Rimanevano in paese alcuni vecchi, le donne e i bambini, e in Canonica due Sacerdoti e un Chierico: l’Arciprete don Giuseppe Beotti, il Prevosto di Porcigatone don Francesco Delnevo e Italo Subacchi, alunno del Seminario di Parma . All’una e mezza circa, un soldato armato fino ai denti, si presentava con aria sospetta alla Canonica per prelevare il Parroco e i due compagni. Don Giuseppe come un agnello mansueto condotto al macello, seguì il soldato, tra i due confratelli sulla strada che conduce al di là del Rio. I tre sacerdoti erano stati allineati lungo il muricciolo che protegge un piccolo appezzamento di proprietà della Chiesa. Su quel Calvario, tra un succedersi continuo di soldati che passavano beffardamente davanti a loro, essi vissero l’ultima ora tragica di vita, in un’angoscia spasmodica attendendo e assaporando la morte goccia a goccia. Qualcuno poté però notare, di lontano, che a un dato momento essi si scambiarono pietosamente l’assoluzione e si diedero l’abbraccio fraterno. Perché quell’agonia prolungata per più di un’ora? Quando gli ordini, impazientemente attesi, arrivarono, l’arma scattò e spense freddamente le tre persone sacre. Tutto ciò senza un giudizio che avesse almeno l’ombra di un processo, senza un’accusa manifestata e senza che i tre imputati potessero avanzare il diritto di una parola in difesa della propria innocenza. Erano le tre pomeridiane di quel triste giovedì 20 luglio. Don Giuseppe e don Delnevo, colpiti in parti vitali, erano immediatamente deceduti. Il Chierico Italo Subacchi invece prolungò per parecchio tempo, tra laceranti contrazioni, la sua fine prematura” e qui riprendiamo noi a raccontare le cose. Il rastrellamento in atto da qualche giorno, ha spinto molti borgotaresi a trovare salvezza sulle alture che circondano il paese. In molti si ritrovano, il giorno 19 a Porcigatone, ritenuta una zona abbastanza sicura. Ma i tedeschi sono impegnati in un’operazione di rastrellamento che dovrebbe interessare ogni vetta, ogni paese, ogni anfratto della valle. Così quel giorno una lunga colonna parte da Borgotaro e s’avvia verso la frazione di Porcigatone. I fuggitivi intuiscono il pericolo, abbandonano le case e si portano ancora più in alto, verso il Passo del Santa Donna, per trovare riparo tra i boschi. Ma i tedeschi li inseguono, li braccano, costringendoli a dividersi in piccoli gruppi e a tentare vie di fuga diverse. Sei di loro, insieme al Parroco, oltrepassano il crinale e scendono a Sidolo. Non sono a conoscenza di quanto, in quello stesso giorno, sta succedendo a Compiano e Strela, altrimenti non avrebbero di certo scelto Sidolo come rifugio. Al loro arrivo nella frazione trovano, infatti, la popolazione in preda al panico e vengono invitati in modo perentorio ad allontanarsi per non creare pericolo. I sei trovano così riparo fuori dall’abitato, in una capanna dove solitamente veniva ospitato il bestiame. E’ il 20 luglio, i sei si risvegliano e sanno di dover affrontare una dura giornata. Stanchi, braccati, respinti anche dai compaesani perché la paura sconfigge la generosità, cosa fare? Dove dirigersi? Ecco la testimonianza dell’unica persona, tra i sei, che riuscirà a sopravvivere. Antonio Brugnoli (si tratta del padre di Franco), allora ventiquattrenne, racconta: “Alle prime luci del nuovo giorno – era il 20 luglio – io convinsi i miei compagni che era meglio avvicinarci al paese giacché eravamo tutti stanchi, sfiduciati e affamati. Giungemmo dunque al centro di Sidolo, quando udimmo all’improvviso le grida della gente che annunciavano la presenza dei tedeschi. Scorgemmo soldati ovunque: non potendo fuggire andammo loro incontro nella convinzione di persuaderli facilmente che noi eravamo dei civili innocenti. Sì, però non capirono le nostre parole e ci ammassarono in un campo recintato presso il paese. Un soldato italiano con il quale parlai mi rassicurò e mi invitò alla calma. All’arrivo di una nuova colonna, un ufficiale tedesco gridò: “Kaput!, Kaput!” e noi comprendemmo che le cose si mettevano male. Infatti ci portarono davanti al cimitero di Sidolo, distante poche decine di metri, per fucilarci.
Io ero davanti alla fila a sinistra. All’intimazione dell’alt seguì il caricamento delle armi. Io allora tentai il tutto per tutto: mi gettati a testa bassa giù per un sentiero fiancheggiante il cimitero che scendeva leggermente. Corsi come mai in vita mia mentre le pallottole sibilavano da tutte le parti. Giunsi in un baleno in fondo al sentiero che trovai sbarrato da un cancello: lì terminava la strada. In un attimo presi la decisione di gettarmi al di là di esso in un precipizio profondo una ventina di metri. Dopo un lungo ruzzolone mi trovai in un canale, malconcio ma integro. Ero pieno di vita e mi pareva quasi di essere invulnerabile, giunsero infatti altre raffiche ma non mi colpirono”.
Minor fortuna tocca ai cinque compagni di Antonio Brugnoli. Per loro non c’è pietà alcuna. La raffica li stende a terra, dove rimangono per ore al fiuto dei cani e all’attacco delle mosche. Valerio e sorelle, Mario e Antonio, Giacomo e sorella, un velo di tristezza resterà per anni nei loro sguardi. Passeranno poche ore e sarà la volta dei tre religiosi dei quali già abbiamo scritto.
Liberamente tratto da: “1944: quel luglio di sangue”, di Giacomo Bernardi – Associazione Ricerche Storiche Valtaresi “A.Emmanueli” (Borgotaro)
Bartolomeo non era un partigiano, inteso come quelli che tradizionalmente abbiamo imparato a conoscere sia dalle testimonianze dirette che quelle riportate nei libri di storia.
Di Bartolomeo Devoto però sappiamo come visse le ultime ore di vita, anche se il trascorrere del tempo ne stava cancellando lentamente la memoria.
E’ un processo che accade quando una società resta concentrata costantemente sul presente e volge occasionalmente lo sguardo su ciò che si è lasciato alle spalle.
Come detto, Bartolomeo non era un partigiano ma sappiamo che aveva un nome di battaglia: “Siberia”, di professione faceva il manovale, che per definizione è un operaio addetto ai lavori più gravosi.
Per molti anni, non si sa esattamente quanti, la memoria di questo uomo è rimasta appesa ad un cartello di carta rosa plastificata, posto alle spalle del palazzo municipale di Carasco (Ge).
Il 4 aprile 2021 vengo contattato via social media da Paola, la quale mi segnala la presenza del cartello, mi chiede di inserirlo nella mappa digitale dei luoghi della Resistenza. Ci lasciamo con la promessa che mi sarei interessato a ricostruirne la storia.
Dopo un anno riusciamo a mettere insieme i pezzi del puzzle grazie alle ricerche condotte su due livelli, le mie tramite l’archivio dell’Associazione Nazionale Partigiani e quelle dello storico locale Giorgio Viarengo, che in quei mesi stava preparando la stesura del suo libro sul processo al vessatore repubblichino Spiotta (2022-Intenòs edizioni).
Di seguito la deposizione del teste Devoto Giuseppe sulla morte di “Siberia”:
“Nel mese di giugno 1944 unitamente ad altri prese nel mio esercizio il Devoto Bartolomeo allo scopo di farlo parlare e fino a farlo svenire dal dolore. I maltrattamenti durarono circa un’ora ed il Devoto fu abbandonato in una pozza di sangue. Si riebbe dopo circa un’ora e fu allora che lo Spiotta diede ordine ai suoi gregari di trasportarlo nei pressi del cimitero e fucilarlo. Questo io intesi senza possibile equivoco, e di dubbio alcuno, con le mie orecchie. So anche che in precedenza e sempre per l’ordine dello Spiotta, venne appiccato il fuoco a tutti gli effetti personali di famiglia del Devoto”.
Dopo di lui depose anche il Sindaco di Carasco dell’epoca.
Nell’aprile 2024, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale, riusciamo finalmente dare degna memoria a questa triste vicenda, con l’inaugurazione della lapide sul luogo della fucilazione.
Ci sono storie che nella vita decidono di seguirti, vuoi la casualità vuoi il destino.
Cinque anni fa raccontai la drammatica vicenda che colpì la famiglia di mio nonno, ne scrissi qui in un articolo dal titolo “1944: quel luglio di sangue” (lo potete leggere cliccando sul link), avvenuta a Sidolo(Pr).
Come ogni estate, durante qualche giorno di vacanza, passo alcune ore nella Biblioteca Manara di Borgotaro.
Salgo le scale che portano all’archivio storico del primo piano, proprio dentro al palazzo comunale, trovo alcuni studenti sono immersi nelle loro ricerche, tra il profumo delle pagine ingiallite dal tempo cerco titoli sulla Resistenza locale.
Una signora inglese chiede a due ragazzi se possono aiutarla a trovare testi sulla lotta partigiana della zona.
Ammetto che la cosa mi incuriosisce non poco, anche se non mi stupisce troppo, perchè d’estate la Valtaro si popola di discendenti che tornano nella terra di origine dei padri e dei nonni, soprattutto francesi, statunitensi ed appunto inglesi.
Alcuni di loro erano talmente legati alla propria terra che durante la Resistenza tornarono in valle per aggregarsi ai gruppi partigiani.
Pare che quel legame si sia trasmesso di generazione in generazione e in tanti hanno mantenuto vivo quel sentimento.
La signora è sulle tracce del padre, o meglio su quelle storie locali della lotta di liberazione che le raccontava quando era piccola.
Provo ad aiutarla suggerendole alcune letture, i due giovani per motivi anagrafici sono in difficoltà e con uno sguardo mi ringraziano per averli tolti dall’impaccio.
Quelle “positive vibes” rimangono nell’aria, sfogliando una pagina dopo l’altra noto in fondo all’ultimo piano un piccolo libretto schiacciato dai pesanti faldoni che lo sovrastano.
Lo prendo per “salvarlo” da quella situazione, e inizio a scorrerne riga dopo riga i racconti, senza nemmeno accorgemene mi ritrovo tra le mani le testimonianze dirette degli eccidi e dei rastrellamenti nazifascisti accaduti in valle.
Capisco così che potrei trovare qualcosa di interessante e di inedito, ma mai avrei pensato di venire a conoscenza di quello che forse nessuno della mia famiglia ha mai letto: le dichiarazioni scritte di chi ha visto trucidare i fratelli di mio nonno Francesco.
I nomi dei testimoni e dei protagonisti dei racconti
La testimonianza di “Staffetta” sugli eccidi di Strela e Sidolo:
“Non avrei mai più creduto che il furore teutonico infierisse tanto contro Strela, Compiano, Sidolo, Cereseto, paeselli pacifici e laboriosi. Hanno messo quelle terre a ferro e fuoco. Le vittime umane abbandonate sulla strada, calpestate dai passanti, profanate dal passaggio dei cariaggi1 e degli affusti di cannone2; minacciati coloro che volevano liberarle o spingerle sui margini della strada. Nei pressi di Strela un giovane nascosto in un pagliaio a cui avevano dato fuoco, saltando fuori, veniva immediatamente ucciso davanti agli occhi dei genitori.”
La testimonianza si sposta sui fatti di Sidolo:
“I sacerdoti don Alessandro Sozzi e il reverendo padre don Umberto Bracchi, che si era portato per lo scambio dei prigionieri, raccolti davanti all’entrata del cimiterovenivano freddati, colpiti alla schiena come traditori; con Delnevo, il chierico Subacchi di 23 anni, don Beotti, parroco di Sidolo con altri 19 civili, tra cui padri di famiglia, venivano barbaramente uccisi a Sidolo. Povera gente! Piange e si dispera vedendo i loro cari essere trucidati così spietatamente, senza poter loro prestare nessun aiuto.”
Ascoltando ciò il capo partigiano “Poe” chiede a “Staffetta” i particolari sulla fucilazione:
“Don Giuseppe Beotti, parroco di Sidolo, accusato d’aver dato del pane a chi affamato, s’era presentato alla sua casa, veniva raccolto con altre diciotto persone. Accortosi delle intenzioni micidiali dei soldati nemici, s’era buttato ai piedi del comandante del plotone d’esecuzione, supplicandolo d’essere immolato lui solo e che fossero salvati gli altri.”
“Il comandante, deridendolo e cacciandolo con il calcio del fucile, lo finiva prima degli altri, atterrati anch’essi con una raffica di mitra. E non mancò il colpo alla nuca. Un giovine però è riuscito a fuggire, tal Brugnoli Tonino. Gli hanno sparato ma è riuscito a salvarsi”
A quel punto il comandante “Dragotto” pronuncia queste parole: “Sono cittadini immolati alla causa partigiana, quindi bisogna vendicarli”.
“Patroclo” chiede che fine avessero fatto quei tedeschi, “Staffetta” risponde:
“Fanno baldoria, dopo tanta strage, per lo scampato pericolo del Führer3. “Heil Hitler, Heil Hitler”, gridano pazzamente. I soldati delle SS si sono nuovamente riversati nelle case ed hanno sottratto quanto hanno trovato per fare la festa. Specialmente hanno rubato del vino”.
“A un oste, Giüseppén de Pecèlu, in due giorni hanno sottratto quasi mille bottiglie di Albana ed una damigiana di Vermouth, quanto aveva ancora in cantina”.
“Ripetevano: “Festa di Hitler, festa di Hitler” e caricandole su una grossa moto, portavano via casse di bottiglie. Neppure il vetro hanno restituito. Tutto il prato di Sozzi è pieno di bottiglie rotte, perchè non le aprivano, ma spaccavano il loro collo a colpi di baionetta. In chiesa hanno preso i candelieri per illuminare la mensa che si protaeva nella notte. Questa notte balleranno; hanno requisito anche il pianoforte del seminario”.
“La popolazione di Bedonia è stata risparmiata dall’eccidio, perchè furon ben trattati i loro feriti, altrimenti il paese doveva essere raso al suolo. Per tre giorni i soldati si sono abbandonati al saccheggio, rubando quanto potevano.”
“Poe” risponde a “Staffetta”:
“Sono gli ultimi atti prepotenza; hanno più poco da gozzovigliare”.
Il partigiano “Lagardeur”:
“S’è saputo che alcune donne fasciste hanno fatto la spia, segnalando alle SS tedesche la presenza di alcuni partigiani che vennero uccisi. Si son potute identificare”.
Gli risponde “Poe”: “Questo mi addolora. Vuol dire che se sarà necessaria qualche umiliazione la subiranno”.
Fonte: “I partigiani dell’alta Val Taro e dell’alta Val Ceno” di Francesco Serpagli (scuola tipografica benedettina Parma)
Note a piè di pagina:
“Cariaggi” era utilizzato per indicare il complesso di carri, vettovaglie e bagagli di un esercito. ↩︎
L’affusto di un cannone è la struttura di sostegno che regge la bocca da fuoco, consentendo di puntare e sparare comodamente e rapidamente. ↩︎
L’evento a cui si fa riferimento è il più famoso attentato fallito contro di Hitler, l’Operazione Valchiria, che avvenne proprio il 20 luglio 1944. L’attentato fu pianificato da un gruppo di ufficiali e il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg che posizionò una bomba nel quartier generale del Führer, ma Hitler ne uscì quasi illeso. Data: L’attentato avvenne il 20 luglio 1944. Luogo: Il tentativo di assassinio si svolse nel quartier generale di Hitler a Rastenburg, nella Prussia orientale, noto come la “Tana del Lupo”. Dettagli: L’attentatore, il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, pose una bomba sotto un tavolo durante un incontro. L’esplosione uccise quattro ufficiali e una stenografa, ma Hitler rimase illeso e si congratulò per essere scampato al pericolo. Conseguenze: A seguito dell’attentato, ci fu una vasta repressione e migliaia di persone furono eliminate, inclusa una condanna a suicidarsi per il feldmaresciallo Erwin Rommel, che era a conoscenza della congiura. ↩︎
La Sig.ra VASSALLE VERA di Eugenio e di Benedetti Ester (Rosa) nata a Viareggio il 01/01/1920 e domiciliata a Viareggio Via Montello, 4. Aggregata all’OSS [servizio segreto americano], su volontaria richiesta il 28/09/1943 ed assunta dal Cap. Bourgoin il 02/11/1943.
“Subito dopo l’armistizio ero a Viareggio, impiegata. Il 14 settembre 1943, partita da Viareggio per richiedere aiuti agli alleati in favore dei patrioti delle Apuane, riuscii a passare le linee presso Montella [Avellino] il 27 settembre. Presentatami al Col. Huntington e fattagli la mia richiesta, seguii il medesimo fino a Napoli. Di qui fui inviata a Capri, in attesa dell’imbarco, ed ivi restai fino al 2/11/1943, giorno in cui il Cap. Bourgoin venne a rilevarmi. Dopo un periodo d’istruzioni, presso quest’ultimo ed a Taranto, in data 17 gennaio 1944 partii per la mia missione da Bastia [Corsica], su motosilurante. Ero incaricata di fornire informazioni militari agli alleati e di preparare campi di lancio per materiali ed uomini, nella zona compresa fra Livorno e Genova.
Mi venne, a tal uopo, affidata una radio (radio Livorno), che io avrei dovuto consegnare a Berta, al quale avrei dovuto fornire le informazioni. Sbarcai a Pescia Romana (tra Orbetello e Civitavecchia) [VT] senza alcun incidente degno di rilievo. Dopo aver pernottato nella tenuta del P. Buoncompagni il mattino successivo partii per Grosseto, via Orbetello. Dopo aver evitato una perquisizione ai bagagli, in Cecina [LI], nella notte, raggiunsi Viareggio [LU] la mattinata del 20. Dopo qualche giorno potetti entrare in contatto con Berta, cui consegnai la radio affidatami (che, però, per mancanza di una chiusura di sicurezza, mi si aprì per istrada).” Questo documento è conservato nell’Archivio dell’istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Provincia di Lucca. Si è trascritto, poiché l’originale di Vera Vassalle (“Medaglia d’Oro al Valore Militare”) risulta poco leggibile in alcune parti. Per approfondire l’argomento si può consultare Liborio Guccione. Missioni “Rosa” – “Balilla”. Resistenza e alleati. Vangelista ed.. Milano 1987. N. B.: Le aggiunte tra parentesi quadra sono della Redazione.
“Assunte immediatamente le prime informazioni, recatami da Berta per farle trasmettere alla base ed appreso da questi che radio Livorno non funzionava (a causa della perdita del piano di trasmissione da pane del R.T. Renatino, in dipendenza dell’arresto del medesimo per mancanza di documenti di riconoscimento), mi recai personalmente a Milano, presso Como, per far trasmettere le mie informazioni e per spiegare l’inattività di radio Livorno, chiedendo, perciò, l’invio di altro piano, di altre frequenze e, possibilmente di altro R.T. essendosi Renatino rivelatosi incompetente. Dalla base ci fu assicurato che, entro qualche tempo, nei pressi di Genova ci sarebbe stato sbarcato quanto richiesto, ma tale sbarco non è più avvenuto, pare, per ragioni tecniche. Ritornata a Viareggio, appresi che in mia assenza Radio Nada aveva potuto prendere contatto con la base, ma solo per tre trasmissioni. Continuai il mio servizio di informazioni, trasmettendo questo a Berta. Ignoro se esse, però, siano state regolarmente trasmesse alla base. Per la sollecitazione di Renato ho insistito moltissimo per l’invio del nuovo piano e delle frequenze per radio Livorno che, solo per questa mancanza, era inattiva. Di fatto, poi, ai primi di aprile fui avvisata che dalla base avrebbe lanciato quanto si richiedeva e dopo la quindicina di aprile, infatti, ci fu paracadutata (in zona di Tre Potenze) l’R.T. Santa. Ma purtroppo, a costui non era stata consegnato né il piano ripetutamente richiesto, né le frequenze, né altro che giovasse ad attivare radio Livorno.
Dopo l’arrivo del Santa finalmente mi fu possibile prender contatto con la base ed inviare tutte le informazioni che mi si erano venute accumulando per lo spazio di un mese e mezzo circa. Naturalmente trasmisi solo le notizie che avevano ancora qualche valore militare, essendo quelle immediate ed urgenti rimaste paralizzate dalla mancanza di comunicazioni. In queste trasmissioni, operate da Santa, io mi valsi del nostro apparecchio e delle frequenze e del piano di Fabbri (il quale, frattanto, per l’estrema sua leggerezza e facilità nel parlare, aveva costretto Berta a privarlo di questi ultimi ed ad inviarlo presso un gruppo di patrioti, per la comune sicurezza e il buon andamento del servizio).
Iniziate le trasmissioni a fine aprile ed intensificando il lavoro riuscimmo ad aggiornarci con le informazioni alla base, nonché a trasmetterle, oltre le nostre, anche quelle che, di man in mano, ci venivano affidate da Renato. Da Berta e da Pino per precisare, di quest’ultimo, abbiamo trasmesso il messaggio con cui egli chiedeva alla base di assumere la direzione del servizio nella zona toscana e altro con cui riferiva (poco esattamente) sull’operato di Riccardo e di Renato.
Intanto veniva organizzato a Viareggio un vero e proprio centro di raccolta delle informazioni, che mi venivano trasmesse da vari agenti che era riuscito di trovare sul posto. Mi valsi anche dell’opera di tecnici e di ufficiali per ottenere grafici relativi ad opere di fortificazione, depositi e concentramenti di truppe. Tali documenti affidai al corriere Maber, che avrebbe dovuto portarli alla base. Tali grafici riguardavano la zona di Viareggio, Marina di Carrara, l’intera costa fra quest’ultima località e Spezia compresa, nonché la zona dell’Appennino toscano e della zona Firenze – Pistoia. Questi ultimi (molto precisi) mi erano stati fomiti dal Centro Regionale di Firenze del Partito di Azione, insieme a dettagliate relazioni sulla situazione politica e militare. Sfortunatamente tali documenti andranno distrutti in seguito all’arresto (per il servizio obbligatorio del lavoro), del corriere, che avrebbe dovuto (come poi ha fatto) riferire anche verbalmente sull’attività partigiana. Provvidi ad avere copie dei detti documenti e, di fatti, avutole le consegnai all’R.T. “Aurelio”, perché, nel frattempo la nostra radio era caduta.
Il 2 luglio, intanto, nella zona di Camaiore [LU] (ove io avevo fatto trasportare la radio da circa otto giorni) tre donne, amiche di ufficiali tedeschi, denunziarono il mio R.T. Santa come prigioniero evaso e il comando Camaiore concentrò sulla zona tutti i radio-goniometri, riuscendo ad individuare l’apparecchio nella stessa casa in cui era il Santa ed a conoscere le ore di trasmissione. In quella stessa mattina, alle ore 11 circa, mentre Santa era intento alla trasmissione, due vetture della S. S. tedesca, da diverse direzioni, si avvicinarono alla casa e ne scesero una decina di S. S. comandate da un maggiore, che circondarono la casa.
Santa ebbe subito la percezione del pericolo e, dopo aver lanciato 5 bombe a mano (con le quali riuscì a colpire il maggiore ed altri quattro agenti tedeschi) si lanciò, armato di mitra, per le scale, riuscendo ad uscire incolume dal portone ed a raggiungere i campi. Di tale scena io sono stata testimone oculare, trovandomi alla finestra di una vicina. I tedeschi, credendo che un capo stazione pensionato, che per caso si trovava nei pressi del portone, fosse un altro agente, lo uccisero con una raffica di mitra.
Operarono pure numerosi arresti, fra i quali quello di una mia cugina (che ospitava Santa con la radio) a nome di Emilia Bonuccelli, che fu sottoposta ad un lungo interrogatorio e poi, con gli altri condotta a Bologna ed, in un secondo tempo, rilasciata. Io, intanto ero riuscita a fuggire, portando con me tutta la documentazione inerente al servizio. Riparai a Monsagrati [Pescaglia,LU], ove il giorno successivo ebbi notizia della salvezza di Santa. Ma, ricercata dalla S. S., dovetti ancora una volta fuggire e trovar ricovero altrove: precisamente presso la formazione di patrioti, ora intitolata a Marcello Garosi, di stanza presso il monte Pania. Qui fui raggiunta da Santa. Il 10 corrente, dopo aver attraversato le linee, insieme a Santa ed a mio fratello, mi presentai al C. I. C. di Lucca, il quale si fece accompagnare al comando tattico locale, cui fornii tutte le più recenti informazioni e consegnai i documenti che avevo meco. Sono poi rientrata alla base il giorno successivo.”
OSSERVAZIONI “COLLABORATORI che, nei limiti consentiti, ma con volontà e diligenza, hanno contribuito allo svolgimento del mio lavoro, sono“: 1. Manfredi Berlino (Maber) 2. Renato Parenti (Renato) 3. On. Benedetti [Tullio] (Berta) 4. Dott. Beltramini Alessandro (Como) e signora. 5. Bianca Dini (Via Marco Polo – Viareggio) 6. Palmerini Stella (Cateratte – Viareggio) 283 7. Vassalle Antonio ( Villa Ghiaglia, presso Monsagrati) 8. Vassalle Carlo (Via Montello 4 – Viareggio) 9. Gualtiero Bolgioni (gruppo patrioti “ ”) 10. Taccola Aldo (gruppo patrioti “Garosi”) 11. Guardia Marina Papi Ario (id. id.) 12. “Aldo” (esponente del partito comunista di Firenze) 13. Malfatti Francesco (presso sez. partito comunista di Viareggio)
“Superiore ad ogni elogio, sotto ogni rapporto, ritengo il comportamento R.T. Santa. Mi sono anche appoggiata ai comitati di Liberazione di Apuania, nonché al centro regionale di Firenze, che mi ha fornito preziose informazioni e documentazione.”
MOVIMENTO PARTIGIANO: “Non appena iniziate la trasmissione con la base, con Manfredi mi sono preoccupata di prendere contatto con le locali formazioni di patrioti, allo scopo di organizzare zone di ricezione sicure. Tali zone, preventivamente esplorate da nostre persone fidate e tenute sotto controllo dalle formazioni stesse, in numero di circa quattordici, han tutte funzionato regolarmente, con risultato soddisfacentissimo senza alcun incidente, né relative alla ricezione dei paracadutaggi, né a molestie da parte dei nazi-fascisti, né ad eventuali mancanze di materiali o di denaro, che sono sempre stati recuperati e regolarmente consegnati. A suo tempo, per via radio, ho dato sufficiente informazioni sull’attività dei patrioti, non privi di organizzazione seria, di spirito patriottico e di sacrificio e dotate di gran buona volontà e decisione, cui, purtroppo non fa riscontro un adeguato armamento e munizionamento. Mancanza questa, gravissima, che incide sulla loro attività e sulle ampie possibilità di collaborazione efficacissima con le armate alleate. Gli alloggiamenti e il vettovagliamento sono discreti (specialmente in questi ultimi tempi), così pure può dirsi per i collegamenti ed i mezzi di trasporto, per cui si ricorre a muli (nei limiti consentiti dalle requisizioni tedesche). Si lamenta soprattutto la mancanza di armi semi-pesanti, pesanti, relativo munizionamento e dotazione sanitaria.” Siena, 14 settembre 1944 Vassalle Vera
Un vecchio manuale della CIA per sabotare i regimi fascisti, rimasto secretato fino al 2008, è ritornato virale nel 2025 entrando nella Top 5 della libreria gratuitaProject Gutemberg.
Si chiama “Simple sabotage field manual” ed è stato scritto dall’Office of Strategic Services, antenato della CIA, nel 1944.
Il suo obbiettivo era quello di fornire a spie alleate ma anche ai cittadini comuni, oppositori, membri della resistenza al nazifascismo, tecniche di resistenza e boicotaggio ai regimi occupanti.
Dallo scorso 20 gennaio, data dell’insediamento del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, ci sono stati oltre 200 mila download e la cifra sembra destinata a lievitare.
Un fenomeno chiaramente connesso al ritorno del “tycoon” a Washington e alla profonda frustrazione di quella parte di America che lo teme e lo detesta. Quel che colpisce è che in mancanza di sponde e di un pensiero politico alternativo ci si affidi a metodi e concezioni marginali.
Siamo nella Seconda Guerra Mondiale questo manuale era destinato ad agenti segreti e ai civili delle Nazioni occupate per ostacolare l’asse tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco senza usare le armi.
Sembra una storia da romanzo di spionaggio ma a guardare bene sembra anche una commedia, più ci addentriamo e più si capisce perché è tornato alla ribalta questo manuale del giovane sabotatore, un elenco di azioni per fiaccare il nemico.
Nessuno pensa che ci sia una nuova generazione di sabotatori ma che piuttosto questo manuale sembra il ritratto di diverse inefficienze burocratiche moderne, perché suggeriva l’autore di questo breviario, il generale dell’intelligence USA William Donovan, erano cose del tutto illegali tra le quali, ad esempio, agli operai delle fabbriche veniva suggerito di intasare i sistemi fognari facendo cadere interi rotoli di carta igienica nei gabinetti o di allagare i magazzini.
Agli impiegati delle ferrovie veniva chiesto di stampare biglietti in eccesso sui treni utilizzati dai soldati tedeschi per ritardare le partenze, ai custodi degli immobili e alle donne delle pulizie si domanda di appiccare incendi nei seminterrati tramite candele, sigarette e fogli di carta arrotolata imbevuti di alcol. Si raccomanda in tal senso di tenere le fabbriche sporche di rifiuti infiammabili come i cumuli di spazzatura.
A tal proposito viene in mente il film “Achtung! Banditi!” del 1951 girato a Genova, dove ha sede una fabbrica di armi che in quel momento scarseggiano e i partigiani pensano di prelevarle con un’azione. Quando però i tedeschi hanno deciso di smantellare i macchinari per requisirli e avviarli in Germania gli operai si oppongono e mettono in atto un serrato ostruzionismo mentre i partigiani trafugano ciò che serviva. Si arriva così allo scontro diretto con i soldati tedeschi, che hanno scoperto il furto. Operai e partigiani combattono fianco a fianco mentre l’ingegnere che dirige la fabbrica preferisce farsi impiccare piuttosto che collaborare con il nemico.
Tra le altre attività di sabotaggio suggerite nel manuale c’era il forare gli pneumatici di militari e collaborazionisti con gocce di soda caustica, ritardare la trasmissione delle telefonate nei centralini degli uffici e degli hotel, arrugginire gli strumenti di lavoro, spezzare le punte dei trapani, inserire limature di metallo, sabbia fine o polvere di vetro nei sistemi di lubrificazione dei motori per provocare grippaggi, introdurre riso o cereali duri nei dispositivi di raffreddamento, sporcare la benzina dei serbatoi con segatura, zucchero o briciole di gomma naturale come quella in cima alle matite.
Suggeriva la trascuratezza in tutta la manutenzione possibile, ma la cosa divertente di questo sabotaggio era quella che suggeriva di fingersi un po’ ottusi, un disturbo a bassa intensità che usava la stupidità come arma.
In generale «lavorare lentamente», aumentare il numero di movimenti necessari per svolgere un compito, utilizzare un martello leggero invece di uno pesante, far finta di non comprendere le istruzioni e farsele ripetere più volte, simulare malori, non trasmettere le proprie abilità a lavoratori più inesperti, scrivere moduli con calligrafia illeggibile. Viene inoltre suggerito di ostentare rispetto e compiacenza verso gli occupanti, riempire i commissariati della Gestapo con false segnalazioni di resistenti od oppositori politici.
Il manuale del sabotatore suggeriva di dare risposte lunghe e incomprensibili a qualsiasi domanda, oppure denunciare immaginari atti di spionaggio o allarmi ingiustificati alla polizia.
Il bravo sabotatore doveva essere in grado di diventare quanto più possibile pigro e negligente, trascurare le attività quotidiane commettere, errori a ripetizione, nel manuale si chiarisce che la strategia mira in sostanza a danneggiare il nemico facendo in modo che il comportamento non collaborativo passi per stupidità.
Ogni lavoratore, anche il più basso in grado, svolgeva un ruolo cruciale in questa guerra psicologica a bassa intensità: «Tutti sono utili e tutti devono sentirsi, utili, parte di una comunità invisibile».
L’obiettivo era chiaro: rallentare lo sviluppo economico nei territori occupati e creare un fastidio diffuso ma non direttamente percepibile «come una pulce sul naso di un cane».
Il gruppo diretto da Donovan era composto da elementi molto immaginativi e particolarmente attenti alle sfumature della vita quotidiana sotto l’occupazione tedesca, esperti di psicologia e operazioni non convenzionali come il travestimento e l’infiltrazione dietro le linee nemiche.
Robert Dover, specialista di intelligence all’Università britannica di Hull, associa chiaramente la rinnovata popolarità del Simple Sabotage Field Manual alla rielezione di “The Donald” e alla polarizzazione estrema dello scontro politico negli Stati Uniti, anche ad alti livelli: «Basta andare sul forum di alcuni funzionari sul portale Reddit per trovare migliaia di appelli alla resistenza e al sabotaggio contro Trump ed Elon Musk, questo non significa che ognuno di loro applicherà i suggerimenti di un manuale scritto oltre ottant’anni fa, ma il clima è quello».
Quindi può addirittura essere divertente pensare che i lettori di oggi, che lo stanno scaricando, traccino parallelismi con le cose che non vanno nelle ordinarie burocrazie, per esempio nel manuale si suggerisce ai centralinisti di uffici e hotel di ritardare le chiamate dei nemici e fornire numeri errati, interrompere accidentalmente le chiamate dimenticarsi di scollegarle impedendo l’utilizzo della linea agli impiegati postali.
Viene consigliato di ritardare le consegne della posta infilando le lettere nei sacchi sbagliati per i trasporti, si ricorda che i tassisti possono far perdere tempo al nemico e anche guadagnare anche qualcosa di più.
Insomma nelle riunioni aziendali può capitare di seguire rigorosamente le burocrazie del manuale, come fare dei gruppi e sottogruppi di lavoro per rendere le cose macchinose e lente, in modo ironico sembrano ancora applicabili alle cose che non vanno nella burocrazia di oggi.
Questo è il racconto della vita di Francesco Molfino, nato a Ruta di Camogli il 10 marzo 1922 e deceduto in località “Piandeipreti” a Tribogna esattamente 23 anni dopo la sua nascita.
Partiamo per gradi, questa storia riemerge dal passato e mi raggiunge tramite un messaggio:
“Buonasera! Intanto volevo ringraziarla per il lavoro che sta facendo per la memoria della resistenza….ho trovato un po’ per caso la mappa digitale ed essa mi ha permesso di unire due mie passioni: girare per boschi e riprendere in mano i libri di storia” … “Sicuramente ci siamo incrociati a Portofino perchè faccio il Vigile lì ed ho l’onore di portare il gonfalone ai Martiri dell’Olivetta“.
Il mittente è Giorgio Padovani, il quale mi confida testualmente: “…mi ha fatto venire voglia di fare qualche ricerca riguardante mio padre morto nel ’79. Conosco molto poco della sua vita da giovane”.
Alessandro Padovani, padre di Giorgio, era un alpino della Monterosa che nel 1944 viene ritratto in una foto con un certo Franco Molfino, questo riporta la grafia del padre su quello scatto, ma probabilmente si tratta di un caso di omonimia, perchè raffrontando le immagini in bianco e nero non sembra esserci somiglianza.
Ciò però è sufficiente perchè Giorgio, da sincero antifascista, si metta in moto per ricostruire la storia del partigiano “Franco”.
Questo è il momento in cui entriamo in contatto attraverso un messaggio sui social media, che mi stimola a ricostruirne la vicenda:
Francesco Molfino, nacque a Ruta di Camogli (Ge) il 10 marzo 1922, titolo di studio 3° avviamento professionale – portiere d’albergo.
L’otto settembre 1943 è marinaio, militare a Rodi. Riuscì a salvarsi e a raggiungere Camogli, quindi le forze partigiane in montagna.
Non vi sono notizie certe sulle vicende che lo riportarono a casa; quei mesi videro intrecciarsi molti destini anche in maniera inaspettata e qualche volta casuale.
Sappiamo solo che in un momento imprecisato di quella fine d’anno, egli, che vista l’età avrebbe dovuto essere arruolato nell’esercito repubblichino, decise di ripercorrere le strade del fratello minore Giuseppe (detto Pino) e venne inquadrato proprio nello stesso distaccamento, la Brigata Cichero.
Come racconta nel suo diario Eraldo Olivari (Il diario di Romeo, Tipografia Nuova ATA, 2002), compagno in questa rischiosa avventura di Giuseppe Molfino, questo centro di smistamento vedeva un continuo avvicendarsi di persone, alcune delle quali, le più motivate, prendevano poi altri sentieri verso le zone dell’entroterra per unirsi alle formazioni di montagna. I rappresentanti del comando partigiano della Cichero che nel Giugno 1944 era diventata Brigata , si recavano spesso in zona per reclutare combattenti, promettendo come fece “Toscano” ai due rutesi:
“né ricompense né utili, ma solo fame, disagi, difficoltà di ogni genere”.
Giuseppe ed Eraldo, decisero quindi di seguire i sentieri indicati dai partigiani, e giunsero a Pannesi, che era una delle basi operative del distaccamento “Peter”, al comando di Scrivia.
Il distaccamento, dislocato tra Pannesi , il monte Cornua e Neirone, inizialmente conosciuto come “Lupo”, prese il nome “Peter” da un soldato cecoslovacco della Wehrmacht, fatto prigioniero e passato nelle file dei partigiani, ucciso il 25 giugno 1944 mentre cercava di far disertare altri suoi commilitoni.
Nei documenti di smobilitazione della Cichero, la data di inizio dell’attività partigiana di Francesco Molfino risale all’otto dicembre 1944, il nome di battaglia “Franco” compare per la prima volta durante un’azione che si svolse tra i paesi di Pobbio, Daglio e Cartasegna, in Alta Val Borbera, dove si incrociano i tre confini regionali di Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, erano i giorni fra il 17 ed il 19 Dicembre.
Dopo questa data, Franco partecipò ad alcune azioni, fra le quali in particolare quella che lo vede protagonista con altri 7 partigiani, tra cui anche Drago e Romeo, di una cattura di prigionieri a Ruta di Camogli.
Franco, di ritorno da un’azione non precisata, si sarebbe fermato a Tribogna in quanto malato, da quell’evento fece richiesta di trasferimento alla Brigata Berto. Nei giorni successivi, e fino al 26 Febbraio 1945, Barba chiede più volte ai superiori quale sia la situazione di Franco, ed in un rapporto sull’organico della formazione non datato ma databile fra il 24 ed il 25 Febbraio, compare come “assente”.
Dopo questa data non vi sono più notizie di Franco.
(Ricostruzione storica di Giorgio Padovani, bibliografia a piè di pagina)
Sabato 10 Marzo 1945:
Due ragazzi stanno risalendo a piedi i ripidi pendii vicino alla Chiesa di Piandeipreti, poco sopra Gattorna.
Uno dei due si chiama Angelo, e compirà 24 anni la settimana successiva, è nato a Roccatagliata di Neirone il 18 Marzo 1921; di cognome fa Gardella e si fa chiamare “Pipetta”, proprio per quella caratteristica pipa che lo accompagnava nelle giornate sui monti, come potete vedere in questa foto che lo ritrae:
Angelo Gardella “Pipetta”
Per il suo compagno oggi invece è una giornata particolare, ricorre il suo ventitresimo compleanno, difatti è nato il 10 Marzo 1922 a Ruta di Camogli e si chiama Francesco Molfino, nome di battaglia “Franco”.
Francesco Molfino “Franco”
Chissà se mentre camminava “Franco” pensava alla sua famiglia; sicuramente avrebbe voluto essere là con loro a festeggiare, tanto più che a dividerli in quel momento c’erano solamente non più di una decina di chilometri in linea d’aria ed un crinale montuoso: quello che sovrasta Uscio.
Ma proprio lì a Piandeipreti, una raffica di armi tedesche pose fine alla giovane vita di “Franco”.
I due giovani non stavano facendo una gita, ma erano in pattuglia. Una pattuglia partigiana.
In quel luogo si imbatterono nei nemici che ebbero la meglio nello scontro.
Pipetta fu ferito al ginocchio sinistro, ma riuscì a fuggire verso la parte bassa del paese ed a nascondersi presso il “Giro della Stretta” grazie all’aiuto di una donna che stava lavorando nei campi.
Franco invece fu colpito a morte, raccolto dai tedeschi e portato con un carro fino a Colle Caprile, dove il suo corpo venne lasciato in esposizione per alcuni giorni a monito della popolazione.
Le spoglie infine vennero sepolte a poca distanza dall’abitato, in un bosco vicino al sentiero che portava a Sottocolle, verso Lumarzo.
Qualche tempo dopo alcuni militi della Brigata Nera di Camogli, con il loro comandante Luigi De Martino, disseppellirono il corpo e lo trasportarono a Ruta di Camogli, dove ebbe degna sepoltura (Il Comandante della Brigata Nera di Camogli Luigi De Martino, in più di un’occasione passò informazioni a partigiani, renitenti e ricercati al fine di evitare la loro cattura).
Non è dato sapere quale fosse l’obbiettivo dell’azione partigiana.
Franco e Pipetta facevano parte della Brigata Berto, Distaccamento Fuoco, che in quel periodo aveva le sue basi operative in un’ampia zona che comprendeva le pendici sud del Monte Caucaso (Favale, Corsiglia, Roccatagliata, dove era nato Pipetta), e si allargava a nord verso Barbagelata, Costa Finale, ed oltre, sulla sponda sinistra del Trebbia.
Certamente Franco Molfino era pratico della zona di Pian dei Preti, perché aveva già percorso quei sentieri.
Non vi è dubbio infatti che egli abbia ripercorso i passi che già aveva fatto suo fratello Giuseppe (Pino), di poco più giovane di lui in quanto nato nel 1924.
Pino, nel Giugno 1944 aveva lasciato Ruta di Camogli per darsi alla macchia, e ben presto era approdato, attraverso i sentieri del Monte Esoli ed il Passo della Spinarola, alla “Casetta delle Stelle” (clicca per vedere la posizione sulla mappa), sul crinale sovrastante Uscio, che si era trasformata da cascinale a ricovero per i ragazzi che, provenienti dalla riviera, cercavano nascondiglio per evitare l’arruolamento forzato nelle truppe della R.S.I. o per ideale.
Casetta delle stelle
Decido di approfondire la vicenda e forse qualcuno che ne conosce dei dettagli c’è, la prima persona che mi viene in mente di contattare è lo storico locale Bruno Garaventa, profondo conoscitore della Resistenza ed in particolare delle vicende che hanno interessato la popolazione del Golfo Paradiso e dell’entroterra, su Francesco Molfino mi scrive così:
“Se leggi la storia lasciata da Romeo (Olivari Eraldo) erano partiti assieme da Camogli. Lo ha visto quando da Piandeipreti lo hanno portato a Colle Caprile, era su un carretto a due ruote, trainato da un signore di Piandeipreti, il cadavere era sporco di fango e di sangue, aveva una calza bianca su di un piede e indossava un giubbotto blu da marinaio, tutto sgualcito, ed era una parte sotto la testa, probabilmente era stato trascinato per le gambe.
I primi giorni fu lasciato dentro un pollaio della signora Luigina Garaventa, il pollaio si trovava vicino alla casa “du Ballin del Colle” sul sentiero che andava a Sottocolle.
Dopo alcuni giorni, il cadavere emetteva un forte odore di fermentazione e quindi fu sepolto nel boschetto sottostante, ma in una buca poco profonda.
A distanza di diversi giorni, un camion militare proveniente da Camogli con sopra una decina di soldati presero il cadavere che fu portato proprio a Camogli dove fu sepolto.
Il Partigiano Cabona Giuseppe di Uscioe detto “Tarzan”, mi ha confermato recentemente che quei soldati erano militi della Brigata Nera di Camogli.
Il motivo del perché i militi della Brigata Nera vennero a prendere il cadavere non lo so, ma ho saputo che il comandante della stessa collaborava con la Brigata GL di Camogli e con alcuni rappresentanti del CLN del Paese.
Tanto è vero, che durante la fuga della Brigata Nera di S. Margherita Ligure questa si mise assieme alla colonna nazifascista in ritirata dalla Garfagnana e dal Levante Ligure; arrivati a Ruta volevano andare a colpire i loro camerati di Camogli perché erano passati con i partigiani.
Io sono nato a Colle Caprile e a quel tempo i miei genitori avevano la mucca Sottocolle. Saluti Bruno“.
Chi fosse Francesco Molfino lo si può scoprire sfogliando le carte che Padovani legge e recupera dagli archivi della sezione ANPI di Recco, intitolata al partigiano “Ruby Bonfiglioli”, e dalla lettura di testi che parlano di lui.
L’inaugurazione della lapide a Piandeipreti avvenne in data 28 giugno 1959 a cura dell’ANPI e con il contributo delle amministrazioni locali.
L’inizio della strada che parte dalla piazza di Ruta verso San Rocco.
Costruita attorno al 1930 sul tracciato della precedente mulattiera chiamata Via Lagno e terminata l’anno dopo, inizialmente venne chiamata Via Arnaldo Mussolini, dal nome del fratello del Duce, morto lo stesso anno 1931.
Al termine della guerra verrà definitivamente chiamata Via Franco Molfino, dal nome di un giovane partigiano rutese morto per mano della Wehrmacht a Pian dei Preti (Comune di Tribogna) il 10 marzo 1945 all’età di 23 anni.
Una storia incredibile che riemerge dal passato e ai più sconosciuta, che racconta uno spaccato perfetto dei giorni immediatamente successivi alla firma dell’Armistizio di Cassibile, una descrizione del clima drammatico che si viveva nel Tigullio nell’autunno del 1943:
“Il comandante del campo 52, annunciandoci la conclusione dell’Armistizio l’8 settembre ’43, disse che lui, i suoi ufficiali ed i suoi uomini ci avrebbero difeso dai tedeschi. A mezzogiorno del 9 settembre, invece, tre camion di truppe tedesche ben equipaggiate presero possesso del campo senza che gli italiani offrissero alcuna resistenza. Mentre i tedeschi entravano nel campo, alcuni di noi tentarono di uscire dal lato opposto, ma furono fermati dalle sentinelle italiane. I tedeschi erano molto nervosi e sembravano aspettarsi che un commando [di paracadutisti] sarebbe venuto a liberarci. Durante le prime tre o quattro notti i tedeschi continuarono a sparare con i mitra e sventagliarono il campo parecchie volte. […] sei prigionieri (non so i nomi) rimasero feriti mentre erano stesi nelle loro brande.“
Cantle, che non ha mai tentato la fuga in precedenza, sembra ora motivato a farlo, forse preoccupato di poter essere portato in Germania. Due giorni dopo l’annuncio dell’Armistizio, infatti:
“Nella notte del 10 settembre tentai la fuga per la prima volta. Mi calai da una finestra e strisciai lungo un avvallamento nell’erba finché non raggiunsi la recinzione. Siccome dovetti rompere la rete a mani nude, impiegai del tempo per passare i tre strati della recinzione. Proprio quando ero riuscito a rompere l’ultimo, fui avvistato da una pattuglia tedesca.“
La situazione per Cantle sembra aggravarsi notevolmente. Portato davanti al comandante tedesco, questi «disse che non avevo scusanti e sarei stato fucilato al mattino». Tuttavia, «le guardie tedesche [della cella] cambiavano ogni giorno e, alla fine del mio terzo giorno in cella, non sapevano perché fossi lì. Fui fatto uscire dalla cella alle 6:00 del 13 settembre». Cantle viene quindi aggregato ad un gruppo di prigionieri in partenza per la Germania. La colonna si mette in marcia verso Chiavari il giorno stesso. Arrivati ad un punto della strada, la colonna incrocia un autobus e Cantle tenta nuovamente la fortuna.
“I tedeschi fecero accostare il bus per farci passare. Mi avvicinai alla guardia di fronte a me e, coperto dal sergente maggiore William Ward […], svoltai sul retro del bus e ci salii sopra. Il bus era pieno di passeggeri, i quali mi sembrarono spaventati ma volenterosi di nascondermi. Mi sedetti sul pavimento, dove rimasi finché la colonna di prigionieri non fu passata.“
Cantle è ora in fuga e, fortunatamente, sembra essere salito proprio sull’autobus giusto:
“Sul bus c’era un’italiana, moglie di uno svizzero, la quale aveva vissuto negli Stati Uniti e parlava inglese. Mi diede la giacca ed il berretto del suo figlio quattordicenne, anche lui sul bus, e io mi tolsi la mia uniforme, al di sotto della quale indossavo dei pantaloncini kaki e una camicia militare italiana. La donna mi invitò alla sua casa a Isolona, dove arrivammo circa alle 13:00, passando, lungo la strada, vicino al campo [di prigionia].“
Una volta arrivati a Isolona, la donna offre a Cantle un pasto ed altri vestiti. «Mi disse che le campagne erano in subbuglio e piene di soldati italiani che stavano tornando a casa e sarebbe stato facile per me spostarmi». La donna suggerisce che Cantle vada a Roma, ma il fuggiasco preferisce aspettare nel borgo, sperando di essere salvato dalle truppe Alleate in avanzata. La sosta, però, si rivela ben più lunga: «quella notte andai a vivere nei boschi vicino ad Isolona e rimasi lì per le successive cinque settimane».
Nel frattempo, la donna raccoglie un altro prigioniero fuggiasco, il sergente maggiore John Langdon, anche lui un ex-detenuto del PG 52. Inoltre, mette in contatto Cantle con un membro della Resistenza locale, un medico, il quale «mi disse che avrei potuto trovare rifugio presso una banda partigiana italiana». Cantle e Langdon accettano questa offerta e si mettono in viaggio.
“Il gruppo di resistenti ci mandò delle guide con delle biciclette perché ci portassero al loro quartier generale al monte Capenardo. Ci accompagnò anche la figlia del medico, la quale si sedette sulla barra di una delle bici e flirtò con noi mentre passavamo vicino al campo [di prigionia]. Al quartier generale della banda, incontrammo il soldato semplice Kennard Davis, il quale era stato avvicinato da due nipoti del medico la sera della sua fuga.“
I tre restano per circa un mese con i partigiani ma vengono a sapere che «i carabinieri ed i fascisti avevano scoperto l’esistenza di una banda [partigiana] nella zona del monte Capenardo». Temendo un attacco nemico, Cantle ed i suoi compagni decidono di dirigersi verso il confine francese e lasciare quindi il territorio italiano. Cantle torna quindi a Chiavari dalla sua ospite per consultarla, recandosi all’indirizzo della madre di quest’ultima.
“Arrivai a Chiavari prima di Langdon e Kennard Davis e andai alla casa della madre della donna svizzera. Quando gli altri due giunsero a Chiavari furono visti sulla strada da uno dei carabinieri del campo [di prigionia]. Dopo averlo seminato, si incontrarono con la donna […] la quale li condusse alla casa di sua madre. Rimasero lì fino a sera, quando io e la donna li scortammo fino al bus. Io e la donna quindi tornammo a casa di sua madre, dove lei rimase solo per un po’, prima di tornare al suo appartamento in città, dove vivevano i suoi figli.“
Tuttavia, la fortuna di Cantle a questo punto sembra esaurirsi. Nella notte, infatti la polizia italiana arriva alla casa, «e arrestò la signora, una donna di circa 80 anni, un uomo che viveva lì in affitto e me». Tutti vengono portati al carcere e Cantle è costretto ad ammettere di essere un prigioniero fuggiasco. Non vuole però dire altro.
“Quando non riuscirono a farsi dire davo fossi stato dopo la mia fuga, chiamarono i tedeschi […]. L’ufficiale tedesco provò ad interrogarmi ma con scarsi risultati, poiché lui non parlava una parola di italiano e gli italiani non parlavano tedesco e nessuno di loro parlava inglese. I tedeschi volevano sapere dove era stato e chi mi aveva dato da mangiare e io dissi in modo vago che ero rimasto sui monti. La donna svizzera fu portata [nel carcere] poiché la polizia ottenne il suo indirizzo dalla madre, ma lei ed io dicemmo di non conoscerci. Alla fine, però, la vecchia signora ammise ai tedeschi e agli italiani che la figlia era stata a casa sua mentre anche io ero lì. La svizzera allora disse loro le circostanze in cui ci eravamo incontrati ma ricordò che era cittadina svizzera e che aveva diritto di incontrare chi voleva a casa sua.“
Soddisfatti, i tedeschi lasciano le due donne nelle mani degli italiani e conducono Cantle nella loro caserma di Chiavari. A questo punto, però, Cantle è un esperto di fughe, indurito da mesi di vita alla macchia e si rivela un prigioniero tutt’altro che facile da tenere a bada.
“I tedeschi mi misero isolamento nella loro caserma […]. C’era una guardia fuori dalla mia cella ma io studiai i suoi movimenti e, attorno alle 10:00 la udii lasciare il corridoio di fronte alla cella e camminare fino agli alloggi dei [soldati] tedeschi, i quali si trovavano dall’altro lato dell’atrio rispetto alle celle. Dalla mia cella potevo sentire perfettamente tutto quello che succedeva. Divelsi la stampella che sosteneva la mia branda quando era chiusa, con questa ruppi il cavo all’interno della grata per le ispezioni della porta e spezzai la fibbia che assicurava il lembo esterno della griglia [alla porta]. Feci passare quindi il braccio attraverso la griglia e tolsi il catenaccio alla porta. Non era stato assicurato con un lucchetto. Quando uscii richiusi la porta e riavvitai la griglia.“
Cantle attraversa l’atrio deserto e quindi il cortile della caserma. Si impossessa di uno sgabello e con questo riesce a scavalcare il muro di cinta, finendo in un giardino sul retro. Ormai conosce la zona e quindi arriva con facilità a Cavi, dove si rimette in contatto con alcuni partigiani che aveva conosciuto sul monte Capenardo, i quali lo riportano al sicuro al loro campo. In tutto, Cantle ha trascorso tre notti da prigioniero nelle mani dei tedeschi.
Nel periodo successivo, Cantle resta con i partigiani, muovendosi tra il monte Capenardo ed il monte Domenico. Incontra inoltre tre altri fuggiaschi, John Edwards, anche lui dell’equipaggio della Bedouin, Arthur Everett, ed il sudafricano Rice. Nella zona inoltre vivono altri due fuggiaschi, il granatiere Unger ed il marinaio scelto Briard. Unger, in particolare, tenta di organizzare la fuga del gruppo verso il sud Italia nel novembre 1943, ma senza successo. «Il giorno in cui Unger riapparve [in novembre] ci trasferimmo al Monte Domenico», poiché si era sparsa la voce che i tedeschi stavano per rastrellare la zona. Il piccolo gruppo di Cantle quindi si disperde. Questi si reca effettivamente al Monte Domenico con Edwards, Everett e Rice, Unger si sposta a Pisa, mentre Briard tenta la via della Francia.
“Unger riapparve nel distretto durante la prima settimana di dicembre, accompagnato dal caporale John Vivier, South African Forces.
Era ormai frequente il panico nella zona, poiché i tedeschi ed i fascisti italiani lo rastrellavano di tanto in tanto, e noi ci dovevamo muovere da una baracca all’altra sul monte Domenico. Vista la situazione, Unger ed io decidemmo che era tanto pericoloso quanto scomodo rimanere. Inoltre, non eravamo più di alcuna utilità per i partigiani, in precedenza avevo aiutato la banda pulendo e distribuendo le armi nei nascondigli, ma questo lavoro era ormai finito.“
I due decidono quindi di passare in Francia. Il piano è piuttosto semplice: seguire la strada fino al confine lungo la costa.
In giugno 1943, tutti i prigionieri più “riottosi” vengono spostati al PG 52 di Pian di Coneglia (GE). John vi rimane fino a quando viene proclamato l’armistizio.
«Il colonnello italiano promise che ci avrebbe difeso con i suoi 260 uomini contro qualsiasi tentativo tedesco di prendere il campo. Il 9 ottobre sessanta tedeschi arrivarono, disarmarono gli italiani senza incontrare resistenza, e occuparono il campo».
Il 10 settembre, i tedeschi iniziano a spostare i prigionieri in gruppi di mille, inviandoli verso la Germania. John è nell’ultimo gruppo e viene portato alla stazione il 13. John, che ha a disposizione un «cavo robusto», lo lega al tetto del vagone. Intorno a mezzanotte, si cala nel foro di ventilazione (che non ha una grata a coprirlo) e, mentre il treno prende una curva, il sergente Knowles salta dal vagone insieme a lui. Un altro prigioniero, il soldato semplice Smith, salta dopo di loro e li raggiunge. Il gruppo è a circa tre Km da Cremona (cliccare sul link per conoscere come proseguì la storia).
A fine guerra dichiarò: “Un giorno andai all’ex-campo e contattai il quartiermastro italiano. Mi diede degli abiti civili dalle scorte che erano rimaste lì, e anche del cibo e delle sigarette. Feci visita al colonnello che era stato comandante del campo e gli dissi senza peli sulla lingua cosa pensavo del comportamento che aveva tenuto quando erano arrivati i tedeschi e avevano occupato il campo.“
Foto: Distribuzione del rancio al campo di concentramento n. 52 di Pian di Coreglia (GE) – Archivio AUSSME, Fototeca 2 Guerra Mondiale Italia 507/640
Il campo attendato di Piani di Coreglia fu costruito dal Genio militare della caserma Caperana di Chiavari in un terreno vicino al torrente Entella. Nell’ottobre 1941 entrerà ufficialmente in funzione. Nel corso del conflitto si procederà gradualmente a trasformarlo in un campo baraccato. In una relazione del 4 luglio 1942 della Prefettura di Genova alla Direzione Generale di Sanità Pubblica del Ministero dell’Interno, il campo veniva così descritto:
1) Il campo è costituito da n° 42 baracche, a uno o due piani, adibite a dormitorio, i cui letti sono a castelletti in legno biposto. Lo stato delle baracche è ottimo. 2) Il numero dei prigionieri, attualmente presenti nel campo, è di 2.742, tra inglesi, australiani, neozelandesi e Sud Africani. 3) I prigionieri sono forniti di vestiario e di indumenti personali, in discrete condizioni. 4) La razione alimentare è uguale a quella distribuita al nostro soldato in guarnigione, e il rancio è confezionato dai prigionieri stessi. Ogni prigioniero riceve inoltre regolarmente due pacchi alla settimana, dalla Croce Rossa Internazionale contenenti scatole di sostanze alimentari in conserva. 5) La cucina, situata al lato sud del campo è in muratura ed è dotata di numerosi ed ampi fornelli, dove vengono applicate le grosse marmitte per la cottura degli alimenti. Il refettorio è coperto da tettoia abbastanza ampia per ospitare tutti i prigionieri e dotato di tavole e sgabelli in quantità sufficienti. 6) L’approvvigionamento idrico del campo è dato da uno dei tre pozzi costruiti tempo addietro nella zona, i quali dovevano fornire acqua al Comune di S. Margherita Ligure. L’acqua sottoposta ad esame chimico batteriologico è risultata potabile. L’acqua mediante pompe azionate da motori elettrici, viene spinta in serbatoi sopra elevati, da dove viene distribuita con condutture ai vari servizi nella quantità sufficiente al bisogno. 7) Le latrine, in numero di due sono situate a un lato del campo in vicinanza del torrente, e sono costruite in muratura con copertura in Eternit, muri perimetrali alti cent. 160 e vari ingressi frontali. Esse hanno un totale complessivo di novanta posti, con paratie di separazione per ciascun posto e poggiapiedi in ardesia. Sono state costruite recentemente anche alcune latrine notturne fisse, in vicinanza di detti gruppi di baracche. 8) I lavatoi sono situati a monte delle latrine e sono provvisti di acqua che è erogata da tubi a pioggia, e che cade sulla base dei lavatoi stessi costruiti in cemento e pietrame. 9) L’infermeria è situata in una vecchia casa di campagna sita a circa 300 metri dal campo. Al pian terreno di essa vi sono i locali per le visite di ambulatorio e per le sale di aspetto, al piano superiore vi sono 9 camere per ricovero ammalati con 35 posti letto (brande di casermaggio), e inoltre un piccolo reparto di isolamento composto di due camere e provvisto di acqua corrente e di latrina separata. Tutti gli ambienti sono imbiancati a calce. 10) In altri locali a pianterreno annessi all’infermeria è impiantato il servizio di bonifica personale, con numero adeguato di bagni a doccia, una camera per spogliatoio, una camera per vestizione, una camera per la solforazione e cianidrizzazione. Con una stufa Giannolli si provvede alla disinfezione e disinfestazione degli indumenti personali e letterecci e una caldaia fornisce acqua calda ai bagni. Lo stato di pulizia personale dei prigionieri è buono. Lo stato di salute dei prigionieri è ottimo. Infatti i ricoverati all’infermeria alla data odierna, essendo dieci (forme reumatiche, bronchiali, lievi lesioni chirurgiche, nessuna malattia infettiva) ne risulta una percentuale di morbilità di appena 0,37%. Il numero dei prigionieri che chiede visite in ambulatorio è di circa 20 o 30 al giorno. Lo stato di pulizia generale del campo è buono.
Che le condizioni igienico sanitarie del campo fossero discrete veniva confermato anche dalle relazioni del medico provinciale e dalla direzione di sanità militare che lo visitò più volte. Mentre meno entusiastiche erano le considerazioni dei delegati della potenza protettrice che segnalarono alcune deficienze sull’organizzazione e delle carenze strutturali: mancava un sistema di drenaggio delle acque, lo spazio esterno per le attività ricreative era insufficiente e i dormitori non erano riscaldati. Nonostante queste mancanze, le condizioni di vita dei prigionieri furono buone. La gestione della corrispondenza era ben organizzata, le cucine funzionavano ottimamente, la quantità di cibo era adeguata, vi si svolgevano corsi di istruzione (“dalla matematica elementare alla filosofia e alla metallurgia”) e vi erano una compagnia teatrale, un gruppo concertistico e tre bande musicali. Lo spaccio del campo era gestito dagli italiani e i profitti erano destinati al benessere dei prigionieri. A partire dall’autunno 1942, alcuni prigionieri furono destinati ai lavori agricoli in alcune aziende della zona. Nella primavera successiva parte dei prigionieri saranno inviati in diversi campi di lavoro. A Rivarolo (oggi quartiere di Genova) un gruppo di prigionieri dipendenti dal campo n.52 furono impiegati in diversi lavori: nella costruzione di un ponte, nel montaggio di impalcature, nella preparazione di materiali da costruzioni e nello scavo delle fondamenta di un fiume (probabilmente del Polcevera). Il 12 giugno 1943, un distaccamento di lavoro, composto da 50 sudafricani, fu attivato presso l’azienda agricola S.I.A.C. di Mignago (GE). Il campo di Pian di Coreglia continuerà a ricevere prigionieri provenienti dai campi dismessi dell’Italia meridionale e a distribuirli nei distaccamenti di lavoro fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. Nei giorni seguenti gran parte di essi riusciranno a fuggire e alcuni a raggiungere la Svizzera. Dopo la fuga dei prigionieri la struttura rimarrà vuota fino al dicembre 1943 quando sarà riutilizzata dalla Rsi come campo provinciale per l’internamento degli ebrei. Il 20 gennaio 1944 partirà l’ultimo gruppo dei 29 ebrei che vi furono reclusi in quel periodo. Risulta che tutti siano stati sterminati ad Auschwitz. Tra il giugno e il luglio 1944, dopo l’irruzione dei partigiani della zona, il campo fu definitivamente chiuso. Nel dopoguerra le baracche furono distrutte. Il 21 gennaio 2002, nell’area dove sorgeva il campo, è stata messa una lapide in ricordo delle vittime.
Dati sul campo
Comune: Coreglia Ligure
Provincia: Genova
Regione: Liguria
Ubicazione: Pian di Coreglia – Coreglia Ligure
Tipologia campo: concentramento
Numero convenzionale: 52
Numero di posta militare: 3100
Campo per: sottufficiali – truppa
Giuristizione territoriale: Difesa Territoriale di Genova
Scalo ferroviario: Chiavari
Sistemazione: attendamento, baraccamento
Capacità: 3000
In funzione: da 10/1941 al 08/09/1943
Comando/gestione del campo: Colonnello Oreste Celsi (ottobre 1941 – aprile 1942); Colonnello Dino Castelli Taddei (maggio 1942 – settembre 1943)
Cronologia: Ottobre 1941 viene aperto ufficialmente il campo di Pian di Coreglia 4 dicembre 1941 arrivano 476 prigionieri britannici dal campo di Capua (NA) 11 dicembre 1941 arrivano da Torre Tresca (BA) 63 prigionieri inglesi di cui 52 di truppa e 9 ufficiali I9 gennaio 1942 arrivano 38 prigionieri indiani e sudafricani dal campo n. 85 di Tuturano (BR) 21 gennaio 1942 arrivano dal campo n. 85 di Tuturano (BR) 23 prigionieri (australiani, neozelandesi e indiani) 31 gennaio 1942 arrivano dal campo 98 di Castelvetrano (TP) un sottufficiale e 17 militari di truppa di nazionalità australiana 1º febbraio 1942 arrivano dal campo n.66 di Capua (NA) 438 prigionieri di cui 436 neozelandesi e 2 australiani 4 febbraio 1942 provenienti dal campo n.66 di Capua (NA) arrivano 334 prigionieri sudafricani 10 marzo 1942 arrivano 136 prigionieri dei quali 17 sudafricani, 44 neozelandesi, 3 australiani, 71 prigionieri inglesi e un polacco provenienti dal campo n.66 di Capua (NA) 19 giugno 1942 sono scoperte delle gallerie sotto alcune baracche Maggio 1943 viene istituito un distaccamento di lavoro a Rivarolo (GE) 12 giugno 1943 viene istituito un distaccamento di lavoro presso l’azienda agricola S.I.A.C. di Mignago (GE)
Crediti: Autore/i della scheda: Costantino Di Sante
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Aeronautica, Gabinetto, b. 70, Verbali e Notiziari della Commissione Interministeriale per i Prigionieri di Guerra
Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, A5G, II GM, bb. 116, 117, 118 e 140, Verbali e Notiziari della Commissione Interministeriale per i Prigionieri di Guerra
La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Promulga
la seguente legge:
Art. 1
1. La Repubblica riconosce il 20 settembre di ciascun anno, giorno nel quale nel 1943 Hitler modifico’ la condizione dei prigionieri di guerra italiani catturati dopo l’armistizio dell’8 settembre in quella di internati militari, quale «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale», al fine di conservare la memoria dei cittadini italiani, militari e civili, internati nei campi di concentramento, ove subirono violenze fisiche e morali e furono destinati al lavoro coatto, a causa del proprio rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
La Giornata ha anche lo scopo di onorare la memoria di tutti i militari italiani uccisi a causa del rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana, dopo l’armistizio.
2. Per celebrare la Giornata di cui al comma 1, in ciascuna provincia o ente territoriale di livello equivalente, secondo quanto previsto dalla legge 7 aprile 2014, n. 56, o dagli specifici ordinamenti degli enti locali delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano, gli organi competenti possono promuovere e organizzare iniziative, manifestazioni pubbliche, cerimonie pubbliche per il conferimento della medaglia di cui al comma 4 e per la deposizione di una corona commemorativa presso l’Altare della Patria in Roma, nonche’ incontri, dibattiti,
momenti comuni di ricordo e di riflessione, ricerche e pubblicazioni
per diffondere la conoscenza del valore storico, militare e morale della vicenda degli internati italiani nonche’ il ricordo delle sofferenze ad essi inferte, in violazione di tutte le leggi di guerra e dei diritti inalienabili della persona e quale atto di coercizione, affinche’ si trasformino in un messaggio di pace rivolto soprattutto alle giovani generazioni.
3. Le iniziative di cui al comma 2 sono complementari rispetto a quelle previste per il 27 gennaio, «Giorno della Memoria», e per la festivita’ del 25 aprile, anniversario della liberazione.
4. In occasione della celebrazione della Giornata di cui al comma 1 e’ conferita la medaglia d’onore di cui all’articolo 1, comma 1272,
della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
N O T E
Avvertenza:
Il testo delle note qui pubblicato e’ stato redatto ai sensi dell’art. 10, comma 3, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi,sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana,
approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n. 1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge,
alle quali e’ operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui trascritti.
Note all’art. 1:
– La legge 7 aprile 2014, n. 56, recante: «Disposizioni sulle citta’ metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni.», e’ pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
n. 81 del 7 aprile 2014.
– Si riporta il comma 1272, dell’art. 1 della legge 27
dicembre 2006, n. 296, recante: «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato
(legge finanziaria 2007).», pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 299 del 27 dicembre 2006, Supplemento
ordinario n. 244:
«1272. E’ autorizzata la concessione di una medaglia d’onore ai cittadini italiani militari e civili deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, ai quali, se militari, e’ stato
negato lo status di prigionieri di guerra, secondo la Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra fatta a Ginevra il 27 luglio 1929 dall’allora governo nazista, e ai familiari dei deceduti, che abbiano titolo per presentare l’istanza di riconoscimento dello status di lavoratore coatto.».
Art. 2
Fermo restando quanto previsto dall’articolo 4, i Ministeri dell’istruzione e del merito, dell’universita’ e della ricerca, della cultura, della difesa e dell’interno stabiliscono le direttive per disciplinare l’eventuale coinvolgimento delle pubbliche amministrazioni, delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, nell’ambito della loro autonomia, e delle universita’ nella promozione delle iniziative per celebrare l’alto valore storico, morale ed educativo della Giornata di cui all’articolo 1.
Alla realizzazione delle iniziative di cui al comma 1 partecipano, sulla base di un protocollo d’intesa con i Ministeri di cui al medesimo comma 1, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (ANED), l’Associazione nazionale ex internati nei Lager nazisti (ANEI), l’Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento, dalla guerra di liberazione e loro familiari (ANRP) e il suo centro studi, documentazione e ricerca, quest’ultima con funzioni di coordinamento.
Le associazioni di cui al comma 2, con le medesime modalita’ ivi previste, partecipano altresi’ alla realizzazione e alla promozione delle iniziative di cui all’articolo 1, comma 2.
Aveva due mesi quando suo padre, Brigadiere dei carabinieri, veniva fucilato dai fascisti di Spiotta a La Squazza.
Era il 15 febbraio 1945.
Quella bambina non lo avrebbe mai conosciuto ma lo ha cercato per tutta la vita.
Oggi Maria Pia Berretti ha 81 anni da poco compiuti, ha deciso di venirci a trovare in sezione a Lavagna, perché sapeva che all’ANPI avrebbe trovato qualcuno che sarebbe stato interessato ad ascoltare la sua vita e quella di un padre che non ha mai avuto ma che è sempre stato con lei, nei suoi pensieri, dentro a quel plico di documenti e foto che parlano di lui, che stringe gelosamente tra le mani.
Questo racconto ha inizio in un luogo drammaticamente simbolico della storia d’Italia, la sua famiglia viveva in Toscana e più precisamente a S.Anna di Stazzema.
Dopo l’8 settembre 1943, il Paese era spezzato in due dalla linea gotica, a sud l’esercito alleato di liberazione, a nord i sodali di Mussolini e dello Stato fantoccio chiamato “Repubblica Sociale Italiana” che spalleggiava l’invasore nazista.
Qualcuno suggerì a sua madre di spostarsi nel “genovesato”, perché ritenevano essere più sicura della provincia di Lucca.
Maria Pia non era ancora nata ma sua madre aveva già dato alla luce le due sorelle più grandi.
Seguendo quel consiglio, si trasferirono nell’ entroterra del Tigullio e più precisamente in un piccolo borgo della Val Graveglia, fu così che arrivarono a Statale.
E’ il momento delle scelte e il Brigadiere Armando Berretti decide di combattere per la libertà della nazione, per consegnare alle tre figlie e alla moglie un Paese democratico.
Nel luglio del 1944 Armando entra nella Lotta di Resistenza e assume il nome di battaglia “Quattordici”. Ironia della sorte proprio il giorno 14 del mese di febbraio 1945 accaddero i fatti che portarono poi alla sua morte a Borzonasca in località La Squazza, qui il racconto dell’eccidio .
La brigata scelta da Armando aveva una particolarità, operava molto vicino ai centri abitati, esponendosi così a maggiori rischi, ed era prevalentemente composta da esponenti vicini al Partito Comunista.
La Brigata “Coduri”, che poi divenne Divisione dal 25 aprile 1945, non riceveva aviolanci così frequenti come invece accadeva ad altri gruppi, per questo tutto ciò che avevano dal vestiaro ma soprattutto le armi, erano ottenute sottraendoli al nemico con pericolose azioni militari.
Le camicie nere, sotto il comando del vessatore Vito Spiotta, decisero di incendiare la casa dove viveva la famiglia di Armando.
Il padre Dante si raccomandò con il figlio di non intervenire, ma fu troppo forte la rabbia nel vedere la propria abitazione avvolta dalle fiamme che diede occasione agli uomini di Spiotta di trarlo in arresto proprio mentre si dirigeva verso l’abitazione, nel vano tentativo di salvarla.
Queste ed altre memorie sono state custodite da Maria Pia per Ottant’anni, racconti che le fece sua madre anche per soddisfare la curiosità di quella bambina che ha voluto a tutti i costi conoscere suo padre anche attraverso i racconti di momenti cosìdrammatici.
“Mio padre l’ho cercato per tutta la vita, sono riuscita a portarlo con me quando abbiamo trasferito le sua ossa dal cimitero di Temossi a quello di Lavagna. I suoi resti adesso giacciono vicino al sacrario su cui è impresso il suo nome e quello dei suoi compagnidi lotta”.
Eccidio di Pedagna (San Colombano Certenoli) del 30 ottobre 1944.
Ci sono pagine di storia un po’ meno conosciute se non da chi vive nei territori e da chi per curiosità o passione vuole conoscere meglio cosa raccontano quei luoghi.
Le lapidi aiutano in questo esercizio di memoria, sono lì a ricordare alle future generazioni i segni più dolorosi patiti da chi ci ha preceduto.
La vicenda che proverò a ricostruire, da questa breve pubblicazione, accadde 80 anni fa, si svolge nel primo entroterra e per la precisione a Pedagna, una piccola frazione di San Colombano Certenoli.
Mi affido perciò alla trascrizione di quanto riportato nel libro «Coduri», storia della divisione Garibaldina, di Amato Berti e Marziano Tasso (pagg. 235 e 236):
Il 15 ottobre ’44, a seguito appostamento di alpini della «Monterosa» al Passo del Bocchetto, nelle vicinanze del monte Zenone, furono catturati sei partigiani, tre della «Coduri» e tre della«Centocroci»; essi erano: Gavignazzi Alfredo, «Terribile», di anni 19 da Riva Trigoso (nato a Cavi di Lavagna [n.d.r.]), cognato di «Moschito»; Bucciarelli Ugo, «Terremoto», di anni 22 da Riva Trigoso; Tosi Romualdo, «Campegli», di anni 20 da Campegli; Salvi Severino, «Marinaio», di anni 23 da Sestri Levante; Stagnaro Pietro,«Zena», di anni 22 da Riva Trigoso e Castagnola Rinaldo, «Birillo», di anni 16 da Riva Trigoso. Quest’ultimo, il bravo «Birillo», riuscì a sfuggire dalle mani del nemico e, incolume, raggiunse i ranghi della «Centocroci»; gli altri vennero condotti a Chiavari e incarcerati.
Dopo alcuni giorni lo Stagnaro venne rilasciato per intercessione della di lui nonna, la quale, da quanto emerse dalle testimonianze, dovette pagare una forte somma per il rilascio del nipote. E’ lecito, a questo punto, informare il lettore che i fascisti di Chiavari si erano dati in questo periodo al turpe commercio sulle vite umane, mediante ricatti ed estorsioni di ogni sorta ai famigliari e parenti dei partigiani e degli antifascisti catturati.
Essi giocando sulla pietà e sulla disperazione umana, si facevano versare forti somme e valori di ogni tipo; taluni non disdegnavano, mediante ricatto, di approfittarsi delle mogli, madri e sorelle dei detenuti con la promessa di liberare i loro cari. Questo turpe «commercio» facevacapo al famigerato padre «Illuminato» ed era distribuito ai gerarchi e agli «addetti» mediante una rete bene organizzata in tutta la zona.
Uno di questi aguzzini, come emerge dal processo intentato a suo carico dopo la guerra, fu il famigerato «Padre Illuminato», al secolo Minasso Francesco, cappellano delle carceri di Chiavari e amico intimo di Spiotta. Di costui avremo modo di parlare dettagliatamente in seguito.
Il Tosi Romualdo, staffetta della «Coduri», venne catturato con uno stratagemma: alcuni alpini gli si avvicinarono e gli chiesero dove erano i partigiani, poiché essi erano intenzionati a disertare. Costui ingenuamente (non tanto ingenuamente perché in quel periodo le diserzioni dalla «Monterosa» erano quotidiane) disse loro:
«Venite che vi accompagno io dai partigiani!».
Ma fatti pochi passi egli venne arrestato e condotto alle carceri di Chiavari. Per Gavignazzi e Bucciarelli della «Coduri», la situazione fu ancora più tragica.
Quando vennero catturati al Passo del Bocchetto, mentre erano seduti nella nebbia per fumare una sigaretta, furono trovati in possesso di fucili già in dotazione alla «Monterosa», regolarmente immatricolati, catturati alcuni giorni prima al presidio di alpini di stanza nei bunker di Riva Trigoso, prelevati da «Moschito» la notte del 30 settembre ’44.
Ad aggravare la posizione del Gavignazzi e del Bucciarelli, nonché quella del Tosi e del Salvi, fu un fatto accaduto alla fine d’ottobre del ’44. Infatti, mentre questi ultimi erano sottoposti a continui interrogatori e sevizie nel carcere di Chiavari, il 29-10-44, un gruppo di partigiani (non è stato appurato a quale formazione appartenessero), tesero un’imboscata a un reparto di alpini della sezione trasporti della «Monterosa» mentre stavano transitando sulla statale nei pressi diSan Colombano Certenoli.
Nel conflitto a fuoco cadde il capitano De Kümmerlin, comandante della predetta sezione trasporti. La reazione dei fascisti fu immediata: prelevarono dal carcere di Chiavari sette partigiani catturati, tra cui Gavignazzi, Bucciarelli, Salvi e Tosi, e li fucilarono il 30-10-44 a S. Colombano Certenoli, nel luogo ove era caduto il capitano de Kümmerlin.
Di questo racconto, oltre alla tragedia patita dai protagonisti che traspare nelle righe del libro citato, mi ha colpito la figura del «Padre Illuminato» sul quale c’è una scheda molto dettagliata sul sito “Polo del 900” che trascrivo integralmente:
“Padre Illuminato”, al secolo Minasso Francesco, è stato un frate cappuccino prima membro del convento di Porta San Bernardino di Genova poi nel convento di Sestri Levante (GE), infine cappellano delle Brigate Nere in qualità di capitano nelle carceri di Chiavari (GE) da dopo il 08/09/1943 Famigerato nella zona per le sue crudeli nefandezze compiute nei confronti dei partigiani, è presente il giorno in cui i nazifascisti fucilano sei partigiani locali. Costui, alla richiesta di alcuni condannati di essere confortati spiritualmente prima di morire, non solo nega loro i conforti religiosi ma, secondo la testimonianza del partigiano «Salita» scampato fortunosamente all’eccidio, dove aver espresso la seguente frase: «Dio vi ha dato la vita e io ve la tolgo!» impugna rabbiosamente un mitra e all’ordine dell’ufficiale comandante il plotone di esecuzione, inizia a sparare contro i ribelli.
Il 12/03/1945, sei giorni prima dell’eccidio di Santa Margherita di Fossa Lupara (GE), Padre Illuminato è catturato da una pattuglia della Brigata “Dall’Orco”, Divisione Garibaldi “Coduri”, al comando di Vallerio o Valerio Aldo (Riccio) e di Pellizzetti Bruno (Scoglio) in agguato sull’Aurelia. Purtroppo, il sopraggiungere di un reparto di alpini che attaccano gli uomini di “Riccio” consente la fuga del Minasso. I partigiani fucilati a Santa Margherita di Fossa Lupara sono: Arosio Arturo (Foglia) e Marone Luigi (Dik) della Brigata Garibaldi “Centocroci”, Barletta Giuseppe (Barone) e Giacardi Emanuele (Tarzan) della Divisione “Coduri”, Sigurtà Alessandro (Aquila) e Piana Mario (Salita) della Brigata Garibaldi “Berto”.
“Salita” rimane fortunosamente illeso durante gli spari, e quando il comandante del plotone dell’esecuzione nota il fatto che sia ancora in vita gli spara in volto, colpendolo al naso, come colpo di grazia. L’uomo si salva nuovamente e rimane nascosto per ore sotto i cadaveri dei compagni con un’intensa emorragia. Vagabondando in stato confusionale, viene raccolto qualche tempo dopo dalla squadra di partigiani comandati da “Riccio” che, essendo stata informata delle intenzioni dei fascisti, si era portata in zona nel tentativo di sventare l’esecuzione ma era giunta troppo tardi.
Portato d’urgenza il sopravvissuto all’ospedale di Santo Stefano d’Aveto (GE), vi muore alcuni giorni dopo per l’emorragia causatagli dal colpo al setto nasale. Prima di morire rivela tutte le nefandezze dei fascisti durante l’episodio della fucilazione, della detenzione e del processo. Successivamente, il Minasso è stato trovato in America Latina a svolgere normale attività religiosa. E’ stato imputato di concorso in omicidio: per questo reato la condanna è salita a 30 anni di reclusione, ma un terzo della pena è finito condonato (amnistiato [n.d.r.]).
Per chi volesse ulteriormente approfondire la vicenda dell’eccidio di Pedagna, suggerisco la lettura della ricerca di Claudio Solari, che si può trovare in questo link.
Lo scorso 5 ottobre (2024) la sezione Anpi di Casarza Ligure, Val Petronio e Alta Val di Vara, ha voluto commemorare il sacrificio del Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri in congedo Antonio Enrico Canzio, che pagò con la vita la scelta di parteggiare per la libertà e la democrazia negata dalla dittatura nazifascista.
Furono molti i Carabinieri protagonisti della lotta di Resistenza, in un articolo precedente ne abbiamo ricordati alcuni, qui il link: “I Carabinieri nella Resistenza“
Ottanta anni sono passati da quella fucilazione, fatti che qui abbiamo raccontato in occasione della commemorazione nel 2022, presso la Stazione dei Carabinieri di Lavagna a lui intitolata.
Parteciparono fra gli altri Loredana, pronipote di Canzio, il Colonnello (oggi Generale) dell’Arma Gerardo Petitto e il Presidente provinciale dell’ANPI Massimo Bisca. In questo link potete leggere l’articolo di quella giornata .
Per questo 80mo la sezione Anpi di Lavagna e Valli Aveto Sturla Graveglia ha deposto un mazzo di fiori sotto la lapide all’interno della caserma.
La lapide all’interno della caserma di Lavagna
Gli antifascisti di Casarza e Castiglione Chiavarese hanno voluto ricordare quei tragici giorni inaugurando un pannello dedicato.
Pannello collocato a Castiglione Chiavarese
La commemorazione si è svolta alla presenza dell’amministrazione comunale, dei rappresentanti dell’Arma e delle associazioni combattentistiche e civili.
Molto appassionata e storicamente dettagliata l’orazione curata da Osvaldo Bardelli, iscritto Anpi, che ringraziamo per averci fornito il testo che pubblichiamo integralmente qui di seguito.