Nato a Licata (Agrigento) nel 1923, fucilato a Borzonasca (Genova) il 21 maggio 1944.
Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, il ragazzo combatté col 241° Reggimento Fanteria “Imperia”.
Ferito in Grecia nel giugno del 1943, Saverino fu rimpatriato e, quando si fu ristabilito, assegnato ad una compagnia del reggimento, di stanza alla caserma “Piave” di Genova. All’annuncio dell’armistizio, si portò sulle alture di Genova.
Raggiunti i primi partigiani della brigata «Cichero», che si andava costituendo al comando di Giovanni Battista Canepa (“Marzo”), e che sarebbe in seguito diventata la III Divisione Garibaldi, il ragazzo, assunto il nome di battaglia di «Severino», si distinse subito per il suo coraggio.
Catturato una prima volta dai tedeschi durante un rastrellamento, riuscì a fuggire e a tornare alla sua formazione. Il 21 maggio del ’44 “Severino” cadde di nuovo nelle mani dei nazisti, che lo catturarono sui monti della Rondanara (Valle dell’Aveto). Torturato e invano interrogato perché desse ai tedeschi informazioni sulla Resistenza ligure, fu caricato su un camion e portato sulla piazza principale di Borzonasca. La sua fu una tragica e violenta morte, per mano delle brigate nere guidate dal vessatore Vito Spiotta.
Prima della fucilazione fu preso a sputi e a calci, legato ad una sedia presa dalla chiesa in piazza a Borzonasca (il monumento nell’immagine lo ricorda). Cominciarono a sparargli dai piedi e sempre più su per dargli il maggior dolore, fino a quando la sedia non si rovesciò e lui morì col viso riverso nel suo stesso sangue. Il cadavere rimase tre giorni sulla piazza a scopo intimidatorio. Questo fu l’evento che diede il via alle operazioni di Resistenza armata della Brigata Cichero al grido di “Sutt’a chi tucca“, che poi divenne Divisione sotto la guida di Aldo Gastaldi “Bisagno”.
In sua memoria, i partigiani liguri crearono la «Volante Severino», che avrebbe valorosamente combattuto sino alla liberazione di Genova.
Oggi a Borzonasca la piazza è stata dedicata a Raimondo Saverino ed un monumento lo ricorda sulla facciata del Municipio (vedi foto sinistra in copertina).
Anche a Licata, suo paese natale, un monumento a lui dedicato ricorda quel tragico epilogo (vedi foto destra in copertina).
In questi giorni si celebra la ricorrenza del naufragio della nave Oria. Il naviglio trasportava più di 4.000 soldati IMI (Internati Militari Italiani) che si rifiutavano d’aderire alla Rsi.
Durante il trasferimento in campi tedeschi la nave affonda. Si salveranno solo 48 persone, la tragedia è la più immane della storia del mediterraneo. Tra le vittime tre soldati del Tigullio.
Ricostruzione della cronaca dei fatti di Giorgio Getto Viarengo:
Questa triste pagina del tempo di guerra è davvero poco conosciuta, si tratta della cronaca di una delle navi adibite al trasporto dei militari italiani prigionieri dei tedeschi in Grecia.
Il piroscafo Oria parte dal porto di Rodi l’11 febbraio del 1944, le operazioni di carico prevedono di stipare all’inverosimile le stive della nave, dove sono ammassati i soldati del Campo Raccolta N° 2 di Asguro e di altri quattro Campi dell’Isola di Rodi, per un totale di 4.200 prigionieri.
La rotta programma di raggiungere il porto del Pireo, ma all’altezza di Capo Sounion, durante una furiosa burrasca, il piroscafo naufraga e si inabissa. Qui di seguito il luogo del naufragio da Google Maps:
La carretta del mare si spezza nella zona di prua, da quelle onde e sotto una pioggia battente si salvano 37 soldati italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, tutti i superstiti raggiungono la costa all’altezza dell’isolotto di Patroklos.
Il resto dei deportati perse la vita, tra loro tre soldati della nostra terra:
Bellieni Roberto di Chiavari; Carbone Antonio di Lumarzo e Lombardi Giovanni di Rapallo.
Quella dell’Oria è la più grande tragedia marittima della storia del Mediterraneo, su quella rotta e durante i trasporti dei militari internati italiani si avranno altri naufragi con migliaia di morti.
Il giorno seguente il disastro raggiunge il relitto il rimorchiatore Titan per prestare soccorso e verificare lo stato del disastro. A stendere una prima memoria dei fatti è il macchinista del rimorchiatore Luigi Fiorello, il verbale è compilato a Rodi il 7 giugno del 1944.
Nella ricostruzione puntuale del marittimo si può rivivere il pauroso dramma dell’Oria:”alle sei del mattino del 13 febbraio giunge l’ordine di partire a tutto vapore. Dopo sei ore di navigazione arriviamo sul posto del disastro. Constatiamo che della nave emerge dal mare solo un pezzo di prora e l’albero prodiero. Aggrappato al sartiame scorgiamo un uomo nudo. A causa del mare fortemente agitato può accostare una sola scialuppa, i soccorritori si accertano che nel locale di prora si trovano altri cinque uomini”. La testimonianza continua nella ricerca d’aprire con la fiamma ossidrica un varco, ma le bombole precipitano tra le onde, i soccorritori rientrano al Pireo per tornare il giorno seguente. Con nuovi mezzi si torna sul relitto e si riesce ad aprire un varco che permette l’uscita dei soldati rimasti in vita. Questa testimonianza è ripresa solo nel settembre del 1946 e viene trasmessa alle competenti autorità militari italiane.
Passeranno anni affinché i documenti possano realmente descrivere l’enormità del disastro, le informative alle famiglie giungeranno tardissimo e talvolta incomplete ed errate.
Bellieni Roberto era nato a Chiavari in Via Rivarola, il padre Gaetano era un indoratore, la madre Teresa una maestra. Alla chiamata alle armi, il 10 febbraio del 1939, frequenta la facoltà di chimica industriale a Genova.
Carbone Antonio nasce a Lumarzo il 23 dicembre del 1910, il padre Tommaso e la madre Luigia sono contadini nella frazione Tassorello, Antonio è chiamato alle armi e inviato nella campagna di Grecia.
Lombardi Giovanni nasce a Rapallo il 14 agosto del 1907, il padre Ercole è un muratore residente con la moglie Felicina a San Michele di Pagana, all’età di venticinque anni sposa Giuseppina e si trasferisce a Santa Margherita Ligure dove vivrà sino alla partenza per la campagna di Grecia.
Tutti e tre saranno internati dopo l’otto settembre del 1943 per non aver accettato di combattere con i tedeschi e d’aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dai campi di raccolta in Rodi sono trasferiti col viaggio del Piroscafo Oria e perderanno la vita nel naufragio.
La famiglia di Bellieni non riceverà nessuna notizia del loro figlio Roberto, quando lo stato civile avrà il decreto di morte il padre e la madre erano già deceduti; l’anagrafe di Chiavari riceverà l’atto dalla Commissione Interministeriale per la ricostruzione degli atti di morte il 19 gennaio del 1962, dalla lettura della sentenza leggiamo: “Bellieni Roberto di anni ventiquattro, tenente di complemento appartenente al 18° Gruppo Artiglieri era a bordo del Piroscafo di cui non si conosce il nome, partito da Rodi nel pomeriggio dell’undici febbraio 1944 per trasporto in deportazione di oltre quattromila prigionieri italiani in mano tedesca, detto piroscafo naufragava in prossimità dell’Isola di Goidano Egeo, che il Bellieni non è compreso tra i pochi naufraghi recuperati”.
Le carte che certificavano la morte di Antonio Carbone giungono a Lumarzo il 17 febbraio del 1950, la nota burocratica ci racconta che il soldato era “appartenente al 14° Gruppo 27° Reggimento Artiglieria col grado di Caporale Maggiore, presente sul piroscafo di cui si sconosce il nome, i naufraghirecuperati dai soccorsi e quelli che riuscivano a raggiungere a nuoto la vicina costa non comprendono Antonio Carbone”.
La famiglia di Giovanni Lombardi riceverà notizia il 7 aprile 1947, ancora una nota stringata: “per scomparsa in mare”. Grazie al Gruppo di Ricerca sul naufragio del piroscafo Oria e all’Associazione delle Famiglie è oggi possibile raccontare una verità e restituire alla storia quella drammatica pagina mancante, una pagina dove ritroviamo i nostri Roberto, Giovanni e Antonio, partiti dal Tigullio per morire deportati nel mare Egeo insieme ad altri 4.200 soldati italiani.
Il lavoro di ricerca deve continuare, perché il naufragio dell’Oria non sia una tomba dimenticata e qualcuno dica che non erano partigiani! -Giorgio Getto Viarengo.
Il piroscafo Oria fu inaugurato originariamente presso un cantiere di Oslo nel 1920 col nome di “Norda 4”. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia, la nave passò in mano alla Germania, che dopo essere stata requisita dalle autorità francesi di Vichy, se ne riappropriò nel 1942, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale.
Quando le truppe tedesche, con a capo il generale Wegener, si stabilirono nell’arcipelago del Dodecaneso, in Grecia, riferirono al Reich la loro preoccupazione per il sovrannumero dei prigionieri italiani, (catturati in seguito al loro rifiuto di unirsi al partito nazista tedesco, dopo l’armistizio del 1943) che avrebbero potuto ribellarsi e indebolirle. Iniziò così il trasporto dei prigionieri dalle isole greche a campi di prigionia in Germania, grazie alle navi mercantili italiane requisite dai nazisti.
Una tra queste fu proprio la Oria, che finì per essere uno dei peggiori disastri navali della storia e il peggiore in assoluto nel Mediterraneo. A bordo vi erano anche l’originario equipaggio norvegese, numerosi soldati sorveglianti tedeschi, e un carico di olii minerali e materiale per le motociclette dell’esercito tedesco. I prigionieri, insieme ai materiali, vennero rinchiusi nelle stive del piroscafo, in condizioni disumane e coi portelli chiusi dall’esterno, in modo che non potessero uscire sul ponte e tuffarsi in mare.
Il 14 febbraio 1945 un alpino della Monterosa, certo Mantovani, si trovava in località La Squazza (comune di Borzonasca), diretto verso il passo della Forcella, dove era dislocato un contingente di alpini. Alcuni partigiani lo riconobbero come colui che avevano visto posare il sistema di mine attorno al caposaldo della Forcella.
Decisero allora di catturarlo per farsi rivelare il funzionamento e l’ubicazione esatta del campo minato e organizzarono un agguato. Ma, mentre gli si intimava il “mani in alto!”, apparvero sulla strada un gruppo di militari tedeschi e ne nacque un conflitto a fuoco, nel corso del quale vennero colpiti a morte il Mantovani (probabilmente colpito proprio da un nazista) e un tedesco. I partigiani non accusarono perdite.
La rappresaglia dei nazi-fascisti fu immediata e feroce e il 15 Febbraio dalle carceri di Chiavari vennero presi dieci partigiani che, trasportati su un camion a La Squazza, vennero trucidati.
L’allora vice commissario della “Coduri”, “Miro” racconta che i dieci partigiani fucilati vennero lasciati per ben tre giorni alla vista di tutti, col divieto a chiunque di provvedere alle esequie. La proprietaria dell’albergo de La Squazza tuttavia si era avvicinata ai martiri per cercare di portare loro un qualche, vano, aiuto.
Proprio “Miro”, giunta la notizia, venne incaricato assieme a “Baffo”, inviato dal Comando di Zona, di recarsi sul luogo dell’eccidio per procedere al riconoscimento delle salme.Arrivati in prossimità de La Squazza fortunosamente, dopo essere stati fatti segno dei tiri di mortaio degli alpini della Forcella, i due partigiani usufruirono della guida di un’anziana signora del luogo e la figlia, incontrate sul sentiero, che collaborarono con loro fino a farli avvicinare al luogo della strage.
Queste le parole di “Miro”: «La scena che si presentò ai nostri occhi era veramente straziante: 10 corpi inanimati distesi sulla strada a ridosso del muro, abbandonati. Alcuni erano riversi, altri supini. Rimosse le salme, la prima che attirò la mia attenzione fu quella di “Titti” perché indossava una giacca a vento che gli diedi qualche tempo prima perché privo di indumenti invernali…» Dopo tre giorni le povere salme vennero seppellite sul luogo della fucilazione e, per potere successivamente riconoscerli, si misero nelle casse tante bottigliette di gassosa vuote contenenti un biglietto col nominativo di ciascuno. Queste le dieci vittime:
Acquario Fortunato “Ercole” nato il 15/09/’24 a Carasco, Brigata Zelasco Divisione Garibaldi Coduri
Annuti Vittorio “Califfo” nato il 01/05/’21 a Castiglione Chiavarese, Div. “Coduri”
Beorchia Otello “Venti” nato il 22/11/’14 a Arta (Ud), Div. “Coduri”
Berretti Armando “Quattordici” nato il 21/04/06 a Sant’Anna di Stazzema, Div. “Coduri”
Betti Augusto “Titti” nato il 23/10/’24 a Ponte dell’Olio (Pi), Div. “Coduri”
Colombo Renato “Pesce” nato il 27/02/’25 a Vedano al Lambro (MB), Div “Coduri”
Deambrosis Giovanni “Cian” nato il 06/03/’23 a Sestri Levante, Div “Coduri”
Labbrati Erminio “Spalla” nato il 03/12/’28 a Genova, Div. “Coduri”
Mori Domenico “Lanzi” nato il 23/08/’23 a Sestri Levante, Div. “Coduri”
Noceti Ubaldo “Cobak” nato il 04/12/’22 a Lavagna, Div. “Coduri” –
Almeno una volta nella vita ciascuno di noi ha sentito pronunciare questa frase, un luogo comune, una verità o un falso storico?
Proviamo a ripercorrere quel periodo, una pagina di storia che una parte politica troppo spesso decontestualizza usandola come un manganello, strumentalizzando quei tragici fatti che invece meriterebbero rispetto e dignità.
Di certo, la Storia della prima metà del novecento, ci racconta della creazione nella Sirtica di quindici lager mortiferi per debellare la resistenza di Omar el-Mukhtàr in Cirenaica; l’impiego in Etiopia dell’iprite e di altre armi chimiche proibite per accellerare la resa delle armate del Negus; lo sterminio di duemila monaci e diaconi nella città conventuale di Debrà Libanòs; l’incendio del Narodni dom (casa della nazione) a Trieste il 12 Luglio 1920, da parte del movimento fascista che diede l’avvio alla “bonifica etnica” delle minoranze slave; la consegna ai nazisti, da parte delle autorità fasciste di Salò, di migliaia di ebrei, votati a sicura morte; la repressione nazionalista fascista che portò 100 mila Sloveni, fra cui molti bambini, reclusi nei campi di concentramento di Arbe/isola di Rab (in Dalmazia) dove persero la vita 1435 civili o di Gonars (nel Friuli) e Renicci (Arezzo), e anche la Liguria non ne fu esente (vedi la mappa digitale).
Ciò avvenne con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione dei beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi.
I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione di massa degli sloveni residenti nella provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell’offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia di Lubiana. Improntando la propria politica al motto “divide et impera”, le autorità italiane sostennero le forze politiche slovene anticomuniste, specie d’ispirazione cattolica, le quali, paventando la rivoluzione comunista, avevano in quel modo individuato nel movimento partigiano il pericolo maggiore, e si erano rese perciò disponibili alla collaborazione. Esse avevano così creato delle formazioni di autodifesa che i comandi italiani, pur diffidandone, organizzarono nella Milizia volontaria anticomunista, impiegandole con successo nella lotta antipartigiana. Fonte relazione della commissione Italo-Slovena:
La morte nei campi italiani sopraggiungeva per malattia ma soprattutto per fame, le calorie giornaliere che potevano assumere gli internati erano circa 800 al giorno, praticamente un terzo di quelle minime necessarie alla sopravvivenza.
Questo, nell’autunno del 1942, portò il tasso di mortalità nei campi di concentramento al 19%, un valore superiore a quello dei lager nazisti (stimata in circa 16 mila vittime).
La politica di snazionalizzazione operata dal fascismo partì già dagli anni ’20, così nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate rinnovate dopo la prima guerra mondiale.
Le scuole furono tutte italianizzate, gli insegnanti in gran parte pensionati, trasferiti all’interno del regno, licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nel pubblico impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali, case popolari, biblioteche, partiti politici e stampa vennero posti fuori legge. Fu eliminata qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali e proibito l’uso della lingua. Le minoranze slovena e croata cessarono così di esistere come forza politica.
Furono migliaia le vittime della politica di snazionalizzazione e repressione del regime fascista in terra slava, sotto la guida dei generali Roatta e Robotti, che il 4 Agosto 1942 sentenziò: “Si ammazza troppo poco”.
Il generale Robotti fu sempre al comando dell’XI Corpo d’Armata e funse da capo militare nella provincia annessa di Lubiana, occupata dall’esercito regio; in tale veste fece rispettare scrupolosamente le istruzioni del generale Mario Roatta riguardanti i metodi di repressione ed istruì egli stesso le truppe a procedere con durezza contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani.
Il numero delle persone, ad oggi, estratte dalle foibe non è superiore a 600 e non sono tutti italiani, così Scrive Predrag Matvejević nel 2005:
In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). A tal proposito non è raro sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a “decine di migliaia di infoibati”.
Bisogna invece imparare a rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altre ossa e non bisogna dimenticare (a questo serve il ricordo) che dagli anni 20 il fascismo eseguì in quella regione una enorme strage di slavi. Non bisogna nemmeno dimenticare che ad “inventare” il riutilizzo delle foibe (furono usate anche in passato allo stesso scopo) fu, purtroppo, proprio il fascismo.
Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrisse nel 1927:
E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime:
… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.
Decine di migliaia di slavi furono fucilati dai fascisti, furono 105.000 gli sloveni ed i croati che emigrarono dalle loro terre, furono coinvolti soprattutto giovani ed intellettuali e il collegamento diretto con le persecuzioni politiche del fascismo è ben evidente. Spesso i loro beni venivano confiscati e dati ad italiani (molti anche del sud) che colonizzarono la zona. Quello che poi successe agli italiani nelle foibe fu un’atroce vendetta.
La vendetta va sempre stigmatizzata, ma non deve farci dimenticare ciò da cui è scaturita, soprattutto se un crimine come questo deriva da un crimine ancor più grande.
Le foibe quindi furono senza dubbio un episodio orrendo da parte slava, da condannare “senza se e senza ma”. Un episodio tremendo che si colloca nel contesto storico di 20 anni di violenze, deportazioni ed abusi per mano dei fascisti italiani.
Un episodio nel quale le fonti ufficiali ci indicano tra le 3 e le 5 mila vittime il numero totale di chi fu trucidato, corpi che raggiunsero quelli slavi spinti nel periodo di occupazione dai nazi-fascisti in fondo alla “fossa del cane nero”.
Gli Italiani, oggi, condannano quei crimini perpetrati prima per mano fascista e poi per quelli subiti dal nazionalismo dell’esercito Jugoslavo. Questo sentimento ha trovato conferma il 13 luglio 2020, nelle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della firma del protocollo d’intesa riguardante la restituzione del Narodni Dom alla minoranza linguistica slovena in italia:
“La storia non si cancella e le esperienze dolorose, sofferte dalle popolazioni di queste terre, non si dimenticano. Proprio per questa ragione il tempo presente e l’avvenire chiamano al senso di responsabilità, a compiere una scelta tra fare di quelle sofferenze patite, da una parte e dall’altra, l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimento e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro.
Al di qua e al di là della frontiera – il cui significato di separazione è ormai, per fortuna, superato per effetto della comune scelta di integrazione nell’Unione Europea – sloveni e italiani sono decisamente per la seconda strada, rivolta al futuro, in nome dei valori oggi comuni: libertà, democrazia, pace. Oggi, qui a Trieste – con la presenza dell’amico Presidente Borut Pahor -segniamo una tappa importante nel dialogo tra le culture che contrassegnano queste aree di confine e che rendono queste aree di confine preziose per la vita dell’Europa.“
(Nella foto di copertina la stretta di mano tra i due Capi di Stato d’Italia e Slovenia a Basovizza).
Facendo un passo indietro, durante la seconda guerra mondiale, nell’aprile 1941 Germania, Italia e Ungheria invasero la Jugoslavia, la sconfissero e la smembrarono.
L’Italia annesse la provincia di Lubiana e la Dalmazia ed occupò militarmente il Montenegro e parte della Croazia. Le autorità italiane avviarono subito la fascistizzazione della provincia di Lubiana e l’italianizzazione forzata di tutta la Dalmazia.
Contro gli occupatori ebbe presto inizio la ribellione promossa dal movimento partigiano a guida comunista, il cui leader fu Josip Broz, detto Tito. La lotta di liberazione si fondò con una guerra civile che vide gli stessi partigiani jugoslavi battersi contro i domobranci (domobranzi) sloveni, gli ustaša (ustascia) croati (entrambi alleati di tedeschi e italiani) e i četnici (cetnizi) serbi (alleati degli inglesi, ma sostenuti dagli italiani contro i partigiani).
Ciò determinò una terribile ondata di violenza, che coinvolse le forze armate italiane. Queste tennero comportamenti contraddittori: protessero alcune componenti della popolazione, come gli ebrei e molti civili serbi, mentre ne reprimerono duramente altre.
Guerriglia e lotta antipartigiana videro una recrudescenza di episodi di atrocità.
Da parte italiana largo uso venne fatto di rastrellamenti, devastazioni, rappresaglie sanguinose e deportazioni di massa della popolazione dalle zone in cui più forte fu la presenza partigiana.
Dal 1942 nella Venezia Giulia operò il movimento di liberazione jugoslavo, dall’autunno 1943 quello italiano.
CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) si crearono a Gorizia e Trieste, ma non a Pola: in Istria gli antifascisti italiani non riuscirono a dar vita ad una resistenza autonoma. I due gruppi collaborarono nella lotta contro nazisti e fascisti, ma tra loro le differenze strutturali erano evidenti e per questo non riuscirono a dare vita ad una resistenza autonoma.
La resistenza italiana fu pluripartitica, quella jugoslava a guida comunista. Anche gli obbiettivi erano differenti, i partigiani italiani vollero cacciare i tedeschi per costituire uno Stato liberal-democratico e mantenere una sovranità italiana su parte della Venezia Giulia, mentre per i partigiani jugoslavi, si batterono per instaurare un regime comunista.
Dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 Settembre 1943, per circa un mese le parti interne della Venezia Giulia vennero occupate dai partigiani jugoslavi che proclamarono l’annessione della regione alla Jugoslavia ed avviarono l’epurazione dei “nemici del popolo”. Vennero colpiti gerarchi fascisti e loro familiari, rappresentanti dello Stato a tutti i livelli (podestà, segretari comunali, maestri, bidelli, postini), possidenti terrieri e dirigenti industriali, e più in generale figure rappresentative delle comunità italiane.
L’apice di questa epurazione lo si raggiunse nel maggio del 1945, quando per 40 giorni la Venezia Giulia fu sottoposta ad un’amministrazione jugoslava. A sostenere questa repressione la componente slovena, quella croata e la classe operaia di lingua italiana, particolarmente attiva a Trieste.
In quei giorni vennero arrestati più di 10 mila persone, non solo rappresentanti dello stato fascista ma anche esponenti partigiani del CLN italiano e tutti gli antifascisti che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia.
In un clima di rivolta contadina in cui si mescolano rancori nazionali, sociali e personali, si sviluppò una repressione organizzata che voleva distruggere ogni traccia di potere italiano. Nella sola provincia di Pola scomparvero più di 500 persone.
Sottoposte a giudizi sommari, vennero fucilati e gettati in cavità minerarie o naturali, note col nome di foibe.
Le foibe quindi furono un orrore e l’esodo un dramma collettivo, e non fu una pulizia etnica ma un’epurazione politica, all’interno di una guerra di proporzioni mondiali, che vide gli Alleati bombardare le città italiane e gli Stati Uniti lanciare le prime bombe atomiche sulla popolazione civile inerme, provocando centinaia di migliaia di vittime, eppure per questo nessuno ha mai pensato di condannare gli Stati Uniti d’America come qualcuno, per beceri interessi politici e mistificatori, prova a fare oggi con le popolazioni comuniste, senza la necessaria distinzione tra i regimi totalitari e, ad esempio, il ruolo centrale che ebbe il PCI nella nascita della Repubblica democratica italiana, prima con la guerra di liberazione e poi nell’assemblea costituente. Come non ricordare a tal proposito Umberto Terracini padre costituente e firmatario della Carta Costituzionale?Come non ricordare i 30 mila partigiani italiani, che combatterono il nazi-fascismo con i partigiani slavi, e di questi ben 10 mila furono i caduti?
⚫️ Nell’invitarvi ad un approfondimento sul tema, grazie ai documenti ed al contributo messo a disposizione dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, tramite la mostra virtuale www.confinepiulungo.it , dal quale abbiamo tratto alcuni passaggi, di seguito vengono riportate frasi e scritti dei protagonisti dell’epoca:
“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori.” Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia, 1943
“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani“ Benito Mussolini 1920
« Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore. » Lettera di un soldato italiano inviata dalla Slovenia a casa nel luglio 1942 E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.
« Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente. » Lettera di un soldato italiano inviata a casa dalla Slovenia nel luglio 1942 E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.
« ….Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario….. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30 000 persone. » Generale Mario Roatta Fiume 23 maggio 1942
« …Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori“ Temistocle Testa Prefetto di Fiume Proclama n° 2798 30 luglio 1942 Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale, Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2007
« Il giorno 4/6/1942/XX alle ore 13:30 furono incendiati da parte degli squadristi del II° Battaglione di stanza a Cosale le case delle seguenti frazioni del Comune di Primano: Bittigne di Sotto…,Bittigne di Sopra…, Monte Chilovi…, Rattecievo in Monte… […] Durante le operazioni di distruzione … è stata fatta una esecuzione in massa di n. 24 persone appartenenti alle frazioni di Monte Chilovi e Rattecevo in Monte. […] poiché è da temersi una immediata rappresaglia, si prega vivamente di voler inviare con tutta sollecitudine dei rinforzi. » (IL COMMISSARIO PREFETTIZIO Attilio Orsarri, 5 giugno 1942) Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, Capodistria, Založba Lipa, 2001
« Le forze armate del Partito fascista repubblicano nell’Adriatesches Küstenland-Litorale Adriatico, dipendenti operativamente dai tedeschi […] svolsero un ruolo mostruoso: quello di consegnare ai tedeschi i loro concittadini; qui più che altrove, essi svolsero opera di fiancheggiamento nelle operazioni di rastrellamento e di fucilazione delle popolazioni civili […] Svolsero questi ruoli, almeno inizialmente, senza nemmeno essere riconosciuti come alleati dai tedeschi, che solo in seguito li considerarono parte integrante delle loro formazioni. » (da “Dossier Foibe“ di Giacomo Scotti)
« ….. purtroppo non mancarono episodi di brutalità da parte di singoli nostri soldati. In località Pjesivci, alcuni militari della Taro stuprarono due ragazze – Milka Nikcevic e Djuka Stirkovic – per poi ammazzarle sparando loro al seno. Un’altra donna, Petraia Radojcic, fu bruciata viva nella sua casa. A Dolovi Stubicki furono massacrati dieci anziani, uomini e donne. Per aver dato ausilio ai ribelli le popolazioni dei villaggi della Pjesivica furono punite con la requisizione di oltre 1 000 pecore e capre e di 50 bovini.» G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 271.
«….I condannati vengono condotti sull’altura che domina la cittadina, ed io che li vedo passare mentre salgono al luogo del loro supplizio sono addirittura impietrito! Penso che poteva toccare a me l’ingrato compito di comandare il plotone di esecuzione che li ha falciati a dieci per volta: una scena terribilmente squallida che non dimenticherò mai, vivessi mille anni. » Generale Giovanni Esposto Regio Esercito G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 338.
« Si procede ad arresti, ad incendi, […] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi. » Umberto Rosin Commissario Civile del Distretto di Logatec (Slovenia) 30 luglio 1942
« Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore. » Josip Tito Memorie G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 33.
Nata a Viareggio (Lucca) il 21 gennaio 1920, deceduta a Cavi di Lavagna (Genova) nel novembre del 1985, maestra elementare, Medaglia d’oro al Valor militare.
Conseguito il diploma all’Istituto Magistrale di Pisa, Vera non si era dedicata subito all’insegnamento. Era stata, infatti, assunta come impiegata presso la filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca. Lì lavorava al momento dell’armistizio e, nonostante fosse leggermente claudicante per i postumi della poliomielite che l’aveva colpita poco dopo la nascita, si unì subito al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, che sarebbe poi caduto nel novembre del 1944.
A Vera è affidato il compito di raggiungere gli Alleati nell’Italia liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. La ragazza parte da Viareggio il 14 settembre del 1943 e, dopo due settimane, passa il fronte nei pressi di Montella d’Irpinia. Si mette in contatto con ufficiali americani, non vede subito soddisfatte le richieste dei partigiani versiliesi, ma accetta la missione, nome in codice “Rosa”, di coordinare via radio le azioni alleate con quelle partigiane.
Gli Alleati mandano la Vassalle a Taranto, dove gli esperti dell’Oss (il servizio segreto statunitense), la addestrano per un breve periodo. Quindi la ragazza riparte verso la Versilia, attraversando varie città del Meridione, raggiungendo la Corsica e sbarcando infine, da un sommergibile, nei pressi di Castiglion della Pescaia, insieme con un radiotelegrafista. Ha con sé, dissimulata nel bagaglio, l’apparecchiatura ricetrasmittente. Vera sfugge a perquisizioni, supera imprevisti e il 19 gennaio del 1944 è a Viareggio. Ma per qualche tempo, nonostante Vera sia riuscita a prendere i contatti con il CLN regionale toscano e con le formazioni partigiane locali, “Radio Rosa” non entra in funzione per la negligenza del radiotelegrafista. La Vassalle non si perde d’animo. Riparte da Viareggio per Milano e qui trova un contatto, riesce ad ottenere nuovi piani di trasmissione e, soprattutto, la promessa che le sarà mandato un radiotelegrafista affidabile. Così, a marzo, sull’Alpe delle Tre Potenze, è paracadutato Mario Robello (nome di battaglia “Santa”).
La coppia Vassalle-Robello (si sposeranno nel dopoguerra), darà il via ad un’attività frenetica che, di lì all’estate, significherà oltre trecento messaggi inviati, dai quali deriveranno anche sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri. Il 2 luglio del 1944, anche a seguito di una delazione, la polizia militare tedesca arriva alla postazione della ricetrasmittente. Ma Vera e Mario riescono a mettersi in salvo, dopo aver distrutto i codici e i documenti segreti.
Raggiungono, sulle Apuane, la formazione GL “Marcello Garosi”. Ottenuta un’altra radiotrasmittente, i due continuano la loro preziosissima attività sino alla liberazione di Lucca. Poi Vera Vassalle si sposta a Siena e qui continua la sua opera, sino alla definitiva sconfitta dei nazifascisti, presso il Quartier generale alleato. Nel dopoguerra, ottenuta l’abilitazione, Vera Vassalle insegna alla scuola elementare Edoardo Riboli di Lavagna e successivamente alla scuola elementare di Cavi di Lavagna, che le è stata intitolata dopo la sua morte.
È decorata di Medaglia d’oro al Valor militare, ma deve conoscere anche odiose misure di discriminazione per il suo passato partigiano, per la sua appartenenza al PCI e per la sua attività nelle file dell’ANPI. Il 29 novembre del 2003 a Vera – la cui vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962 – la Regione Toscana ha assegnato, alla memoria, il “Gonfalone d’Argento”, in occasione della festa regionale dedicata ai disabili.
Il distanziamento sociale, la pandemia e il virus renderanno virtuale la presenza in questa giornata delle Memoria.
Le scuole parteciperanno ad eventi in remoto, cosi’ come chi porterà la propria testimonianza o narrazione.
In questo articolo proviamo a ricordare chi furono i deportati nel Tigullio, la fonte principale di questi dati sono il risultato delle ricerche storiche di Giorgio Getto Viarengo, grazie al quale memorie dimenticate hanno rivisto la luce dopo molti anni.
Nella mappa digitale dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”, sono stati ricollocati nei comuni di prelievo e arresto ogni singolo deportato del Tigullio.
Nella mappa potrete vedere anche la posizione geografica e alcune descrizioni sui nove campi di concentramento presenti in Liguria.
Concludiamo riportando qui di seguito alcune riflessioni recentemente condivise sui canali social dei “Luoghi della Resistenza nel Tigullio”:
L’Olocausto è stato per lungo tempo oscurato dalle case editrici, solo molti anni dopo la fine della guerra sono stati pubblicati i primi libri, che hanno permesso di ridare luce alla memoria dei deportati.La stessa giornata della memoria è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005.
Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazi-fascista.
Ancora oggi negli ambienti dell’estrema destra, e in alcune fasce della società, il negazionismo della Shoah è presente e radicato. Ci siamo chiesti quindi se esista un possibile parallelo con l’attualità, considerando il negazionismo dilagante, su un evento così traumatico come la pandemia ancora in corso? Lo abbiamo domandato alla Dottoressa in Psicologia clinica di comunità Erika Castorina, qui di seguito la sua risposta:
“Semplicemente” (per modo di dire) viene messo in atto il meccanismo di difesa più accessibile e concettualmente semplice del mondo, ossia la negazione, da cui appunto deriva anche la dicitura “negazionismo”. L’essere umano ricorre a questo meccanismo in modo abbastanza frequente quando non comprende qualcosa di nuovo o quando bisogna accettare qualcosa di troppo “doloroso” o traumatico, come può essere appunto una pandemia mondiale o un evento storico tragico come la Shoah. Tutto ciò rimane ovviamente ad un livello di soglia subconscia, quindi non è un qualcosa che viene smosso da un pensiero logico-razionale o consapevole. Poi c’è da dire che talvolta questa dinamica viene accentuata da una profonda ignoranza di base.””
In conclusione, aggiungiamo noi, tacere senza replicare non si può, replicare riconoscendo legittimità all’orribile menzogna non si sarebbe dovuto.
Come uscirne quindi da questa situazione? Il filosofo Bertrand Russel, una volta disse che la differenza tra stupidi e intelligenti è che i primi sono sempre sicuri, i secondi sono pieni di dubbi.
OTTANTASETTE i caduti Antifascisti nella sola provincia di Genova nel mese di Dicembre 1944, Trentotto nel mese di Gennaio 1945 e Ventotto nel mese di Febbraio.
Nel Tigullio, le vicende più note furono quelle di:
Rodolfo Zelasco “Barba” della Brigata “Coduri” , caduto il giorno 5 Dicembre presso miniera di Libiola di Montedomenico (Sestri Levante -GE)
Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.
I Dieci caduti nell’eccidio de “La Squazza” (Borzonasca) il 14/02/1945
Acquario Fortunato “Ercole” nato il 25/09/’24 a Carasco, Brigata “Berto” Annuti Vittorio “Califfo” nato il 01/05/’21 a Castiglione Chiavarese, Div. “Coduri” Beorchia Otello “Venti” nato il 22/11/’14 a Arta (Ud), Div. “Coduri” Berretti Armando “Quattordici” nato il 21/04/06 a Sant’Anna di Stazzema, Div. “Coduri” Betti Augusto “Titti” nato il 23/10/’24 a Ponte dell’Olio (Pi), Div. “Coduri” Colombo Renato “Pesce” nato il 27/02/’25 a Vedano al Lambro (MB), Div “Coduri” Deambrosis Giovanni “Cian” nato il 06/03/’23 a Sestri Levante, Div “Coduri” Labbrati Erminio “Spalla” nato il 03/12/’28 a Genova, Div. “Coduri” Mori Domenico “Lanzi” nato il 23/08/’23 a Sestri Levante, Div. “Coduri” Noceti Ubaldo “Cobak” nato il 04/12/’22 a Lavagna, Div. “Coduri”
Il perchè di tanti caduti lo si può spiegare rileggendo la storia di quel periodo, quando gli Alleati per ordine del Generale Alexander emanarono l’omonimo “proclama” di metà novembre 1944, nel quale chiesero ai Partigiani in battaglia dietro la Linea Gotica di abbandonare i monti per la stagione invernale. Questa decisione spalancò le strade alla furia dei rastrellamenti nazi-fascisti che si accanirono sulle popolazioni di montagna, accusate di aver fiancheggiato i Partigiani nella lotta di Resistenza. I presidi dei comandi Partigiani rimasti sui monti dovettero affrontare, oltre al rigido inverno, l’impari lotta in solitudine contro l’invasore nazista spalleggiato dall’azione antipatriottica dei repubblichini fascisti.
Le formazioni di liberazione erano mal armate anche perchè i lanci alleati furono fortemente ridotti o in alcuni casi totalmente annullati, e ciò causò numerose vittime tra civili e Partigiani. Aver ignorato e disatteso il “Proclama Alexander” fu però una delle più grandi vittorie della Resistenza, pur pagandola a caro prezzo.
La scelta degli Alleati, in particolare dei britannici, era quella di bloccare la Resistenza italiana per renderla irrilevante politicamente. Chi combatteva per questo ideale, era di fatto abbandonato a se stesso in nome di interessi geopolitici del dopoguerra, chi invece era “dall’altra parte” e combatteva per un’Italia come era stata, ne approfittò invano per provare a sconfiggere e a spazzar via definitivamente i propri nemici.
Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) venne istituito il 19 giugno 1944 quale evoluzione del preesistente Comando militare per l’Alta Italia. La decisione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) venne presa per almeno tre motivi:
1) Risolvere il problema del coordinamento delle brigate partigiane che facevano capo ai diversi partiti;
2) Fornire loro, in modo unitario e coordinato, un sostegno logistico, economico e organizzativo;
3) Dar vita a un organismo militare che potesse dialogare ai massimi livelli con il governo Bonomi in carica nell’Italia centromeridionale liberata e con gli alleati, piuttosto restii a riconoscere un ruolo alle organizzazioni partigiane.
Del Comando generale facevano parte sei membri: uno per ciascuno dei partiti della Resistenza (Pci, Psiup, Dc, Partito d’Azione, Pli) più il consigliere militare. In caso di parità la questione veniva rinviata al CLNAI. In meno di un anno, il Comando generale del CVL riuscì a svolgere un ruolo rimarchevole nei confronti delle 110 brigate (oltre diecimila uomini), divenne interlocutore autorevole del governo e degli alleati e rappresentò la fonte in assoluto più accreditata di informazioni e comunicazione nell’ultimo anno di guerra. Il 25 aprile il Comando generale organizzò e guidò l’insurrezione finale in tutte le città del Nord e i suoi membri (Parri, Longo, Mattei, Stucchi, Argenton e Cadorna) aprirono la sfilata partigiana del 6 maggio 1945 a Milano.
Lo stesso 6 maggio, la bandiera del Corpo Volontari della Libertà (oggi custodita nel Museo Sacrario delle Bandiere al Vittoriano) venne decorata dal generale americano Crittenberger con la Medaglia d’Oro, conferita con Decreto Luogotenenziale del 15 febbraio 1945.
Il 15 giugno successivo il Comando si sciolse dopo aver ceduto i suoi poteri alle autorità militari alleate.
Tredici anni dopo, con la legge del 21 marzo 1958, n. 285, il CVL ottiene il riconoscimento giuridico di corpo militare regolarmente inquadrato nelle forze armate italiane. La norma sancisce giuridicamente quello che gli storici avevano già riconosciuto: il fatto, cioè, che la Resistenza italiana è stata un movimento di popolo che riuscì a darsi strutture politiche e militari capaci di essere protagoniste in prima persona, a fianco degli alleati nel processo di Liberazione del Paese.
Al comma 1 della suddetta legge, si recitava: «Il Corpo Volontari della Libertà (CVL) è riconosciuto, ad ogni effetto di legge, come Corpo militare organizzato inquadrato nelle Forze armate dello Stato, per l’attività svolta fin all’insediamento del Governo militare alleato nelle singole località».
L’eredità storica, politica e morale del CVL è stata assunta dall’omonima Fondazione che, costituita a Milano il 18 luglio 1947, aveva il compito di dare sostegno e assistenza ai partigiani in difficoltà e alle famiglie dei caduti e con l’obiettivo di approfondire e perpetuare la storia della Resistenza, la Fondazione ha sempre proseguito e prosegue il suo lavoro.
L’attività della Fondazione riprende oggi, con un nuovo direttivo, il suo cammino di valorizzazione dell’unità militare e politica della Resistenza.
Nel suo editoriale sul sito www.fondazionecvl.it, online da qualche giorno, così scrive il nuovo Presidente della Fondazione, Emilio Ricci:
“Nei primi trent’anni della sua vita, la Fondazione CVL, che ho l’onore di presiedere, si dedicò prima di tutto ad aiutare e sostenere (con iniziative assistenziali, economiche e sociali) i combattenti superstiti e le loro famiglie. Poi, col tempo e col venir meno di gran parte dei partigiani combattenti, la CVL ha voluto e dovuto farsi carico di un compito per certi versi anche più difficile: valorizzare, tramandare e tenere vivo il concetto di una Liberazione ottenuta anche grazie al contributo determinante di un esercito popolare.
Oggi si tratta di continuare quest’opera, di farlo con tutti i mezzi a nostra disposizione, di proseguire nel racconto e nella valorizzazione di quanto accadde negli anni della Resistenza ma anche di scoprire, portare alla luce, smascherare e combattere con determinazione i molti e diversi neofascismi che si annidano nella nostra società. Perché c’è il fascismo di chi nega ancora i fatti, di chi dice che la Resistenza fu una questione “tra fascisti e comunisti” e che di fascismo “non si può neanche più parlare” perché “è finito nel 1945”.
In Foto: Il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.) nella sfilata del 6 maggio 1945. In prima fila, a simboleggiare l’unità della Resistenza, i rappresentanti delle cinque forze politiche che parteciparono alla lotta di Liberazione, da sinistra: Magg. Mario Argenton (Pli e Formazioni autonome); Giovanni Battista Stucchi (Psiup); Ferruccio Parri (Partito d’Azione); Gen. Raffaele Cadorna (Comandante militare del C.V.L.); Luigi Longo (Pci); Enrico Mattei (Dc); l’ultimo a destra non è identificato. In seconda fila sono riconoscibili, sempre da sinistra: Ilio Barontini (Gap e Sap, con l’impermeabile chiaro), al suo fianco Aldo Lampredi, poi Fermo Solari, l’ultimo a destra è Walter Audisio (tutti e tre componenti del C.V.L.)
Don Giovanni Battista Bobbio, Cappellano di Brigata (Comando Divisione Garibaldina “Coduri”) con il grado di Tenente, fucilato al poligono di tiro di Chiavari il 03 Gennaio 1945.
Giovanni Battista Bobbio, da Alessandro e Rachele Zazzoli; nato il 3 luglio 1914 a Bologna. Sacerdote, studiò nei seminari di Bedonia e di Chiavari. Nel 1939 venne nominato parrocco di Valletti (SP), «poverissimo villaggio dell’Appennino Ligure». La zona, nel corso della Resistenza, fu sede del comando della brigata d’assalto Coduri Garibaldi. Divenne attivo collaboratore e cappellano della brigata, favorendo rapporti di reciproca comprensione tra i giovani resistenti e la popolazione. «Diede un grande apporto al lavoro di costruzione di una nuova vita democratica (giunte popolari, vettovagliamento sulla base della solidarietà, scuole). Fece da intermediario per portare reparti della Divisione alpina “Monterosa”, che presidiavano il passo di Velva e il litorale, ad accordarsi con i partigiani» e a passare nelle file della Resistenza, «così come il 4 novembre 1944 potè avvenire, a Torriglia, per il battaglione “Vestone”. Confluivano nei suoi tenaci e sempre più pericolosi tentativi, l’aspirazione cristiana e l’aspirazione patriottica a evitare altro spargimento di sangue tra fratelli e a vedere questi altri figli del popolo ricongiunti dalla parte giusta. Ufficialmente le sue funzioni, nei contatti che senza esito si ripetevano, erano quelle di intermediario: in realtà il nemico sapeva che egli era il cappellano della “Coduri” e al momento della rottura (per l’intervento dei tedeschi e del comando di divisione della “Monterosa”, messi sull’avviso), don Bobbio non nascose il suo sdegno all’ufficiale fascista.
Nel successivo rastrellamento in forze (29-30 dicembre 1944), attuato dai nazifascisti principalmente allo scopo di catturare Don Bobbio, quando fu evidente che Valletti sarebbe stata occupata, il sacerdote non cedette alle insistenze del Comando partigiano di mettersi in salvo: volle restare, sia come estrema difesa per i suoi parrocchiani, sia perché non intendeva ancora rinunciare al suo generoso obiettivo. La canonica fu presa d’assalto come un fortino, devastata, in seguito data alle fiamme come gran parte del paese. Don Bobbio, prima di essere trascinato via, dette ancora la sua assistenza a due giovani poi fucilati dai tedeschi e cercò di tranquillizzare la madre. Il calvario continuò nella notte e durante una sosta lo tennero legato a una palizzata, nel turbine della neve, per i sentieri che attraverso Comuneglia e Cassego portano a Santa Maria del Taro; poi in autocarro fino al carcere di Chiavari e, di lì, dopo due giorni di totale isolamento, al poligono di tiro: fucilato senza processo, il 3 gennaio 1945. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. A Chiavari lo ricorda un busto, in Via Medaglie d’Oro davanti al palazzo Comunale, con la seguente epigrafe: «Quando gli chiesero /al poligono di tiro /se voleva pregare prima di morire /ai nazifascisti rispose /Io sono già a posto con la mia coscienza /ma pregherò per voi /e cadde con le mani in croce /Don Bobbio /parroco di Valletti e della Coduri /a testimoniare /con serena fermezza /cristiana e partigiana /il valore di un’ intesa /salvatrice della patria e dell’umanità». «Alla fine della guerra i 15 parroci della zona – testimoni della sua azione pastorale – sottoscrissero un documento, che ha tutti i caratteri di un processo canonico, per rendere un sincero tributo di ammirazione alle virtù sacerdotali di quest’umile prete, che fu, soprattutto, il prete dei tempi nuovi».
Quando, nell’ottobre del 1945, la notizia della costituzione di una Commissione ministeriale per il riconoscimento delle qualifiche partigiane arriva in Liguria, sono già da tempo in atto diverse misure di iniziativa locale, indirizzate a certificare e censire i combattenti della lotta di Liberazione.
Nel maggio del 1945, lo stesso Cln (Comitato di Liberazione Nazionale), insediato all’Hotel Bristol, in Via XX Settembre n. 35 Genova, sin dai giorni della liberazione, aveva incaricato Farini Carlo Manes, allora Colonnello Vice Comandante del Cmrl, di presiedere una «Commissione per il riconoscimento del grado ai partigiani formata da un rappresentante per ciascuno dei sei partiti» (verbale riunione Cln Liguria del 26 maggio 1945), anticipando così, in larga misura, l’effettiva composizione indicata, nei mesi a venire, dalle circolari ministeriali.
La misura votata dal Cln si inserisce all’interno di quella serie di provvedimenti, voluti dalle singole Brigate e dalle singole Divisioni e volti a definire gli effettivi partecipanti alla guerra partigiana, con l’intento di realizzarne un quadro definitivo e ufficiale, rispetto ai numerosi enti certificatori locali. In previsione di ciò, il Comando Generale del Clnai dirama, nei primi giorni di giugno, una circolare indirizzata a tutti i Comandi Militari regionali del Cvl e ai comandi militari territoriali di Torino, Genova, Milano, Udine e Bologna, che mette in guardia, da coloro i quali, «alla resa dei conti si preoccupano di farsi rilasciare al più presto rapporti informativi e dichiarazioni che documentino la loro attività durante il periodo della resistenza» (lettera del 5 giugno 1945 del Clnai, n. prot. 215/0).
La sensazione, comune a molti, infatti era che l’eccessivo numero di tessere rilasciate dalle singole brigate sembra non essere il solo problema da affrontare, a complicare ulteriormente la faccenda contribuiscono, infatti, numerose formazioni e unità, nate a ridosso della Liberazione, che si adoperano per produrre rapidamente certificati e benemerenze di ogni tipo.
Si tratta di organizzazioni non autorizzate dal Cln e spesso legate ai vecchi nomi del fascismo repubblicano quando, nella peggiore delle ipotesi, non direttamente gestite da questi. A Genova, ad esempio, erano emersi i “Gruppi Cavour”, così descritti dalla stampa partigiana:
“così come la tartaruga che mette fuori la testa dal guscio quando il pericolo è passato così ora che non ci sono più né tedeschi né fascisti escono fuori i Gruppi Cavour” (“Il Partigiano” 30 Giugno 1945)
Assieme a questi, sorta probabilmente con lo stesso intento, era nata la “Brigata Sap Entella” che si occupava di realizzare tessere e benemerenze a presunti partigiani del levante genovese, senza alcuna approvazione o riconoscimento da parte del Comitato di Liberazione.
Per usare le parole con le quali Roberto Battaglia, all’epoca ai vertici del Servizio assistenza ai partigiani del Ministero per l’assistenza post-bellica, si riferisce alle situazioni locali:
«indubbiamente questo è il problema più delicato lasciatoci in eredità dalla guerra di Liberazione che si è svolta con caratteristiche regionali varie, ora con reparti organizzati in disciplina militare ora con gruppi armati quanto mai fluidi e difficilmente controllabili. Il compito affidato alle commissioni è stato in sostanza quello di regolarizzare una guerra che per sua natura è stata irregolare» (Il Ministero dell’Assistenza per i Partigiani, in “Il partigiano”, 5 ottobre 1946).