“E allora le Foibe?”

Almeno una volta nella vita ciascuno di noi ha sentito pronunciare questa frase, un luogo comune, una verità o un falso storico?

Proviamo a ripercorrere quel periodo, una pagina di storia che una parte politica troppo spesso decontestualizza usandola come un manganello, strumentalizzando quei tragici fatti che invece meriterebbero rispetto e dignità.

Di certo, la Storia della prima metà del novecento, ci racconta della creazione nella Sirtica di quindici lager mortiferi per debellare la resistenza di Omar el-Mukhtàr in Cirenaica; l’impiego in Etiopia dell’iprite e di altre armi chimiche proibite per accellerare la resa delle armate del Negus; lo sterminio di duemila monaci e diaconi nella città conventuale di Debrà Libanòs; l’incendio del Narodni dom (casa della nazione) a Trieste il 12 Luglio 1920, da parte del movimento fascista che diede l’avvio alla “bonifica etnica” delle minoranze slave; la consegna ai nazisti, da parte delle autorità fasciste di Salò, di migliaia di ebrei, votati a sicura morte; la repressione nazionalista fascista che portò 100 mila Sloveni, fra cui molti bambini, reclusi nei campi di concentramento di Arbe/isola di Rab (in Dalmazia) dove persero la vita 1435 civili o di Gonars (nel Friuli) e Renicci (Arezzo), e anche la Liguria non ne fu esente (vedi la mappa digitale).

Ciò avvenne con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione dei beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi.

I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti.
Furono concepiti pure disegni di deportazione di massa degli sloveni residenti nella provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell’offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia di Lubiana.
Improntando la propria politica al motto “divide et impera”, le autorità italiane sostennero le forze politiche slovene anticomuniste, specie d’ispirazione cattolica, le quali, paventando la rivoluzione comunista, avevano in quel modo individuato nel movimento partigiano il pericolo maggiore, e si erano rese perciò disponibili alla collaborazione. Esse avevano così creato delle formazioni di autodifesa che i comandi italiani, pur diffidandone, organizzarono nella Milizia volontaria anticomunista, impiegandole con successo nella lotta antipartigiana (fonte relazione della commissione Italo-Slovena).

La morte nei campi italiani sopraggiungeva per malattia ma soprattutto per fame, le calorie giornaliere che potevano assumere gli internati erano circa 800 al giorno, praticamente un terzo di quelle minime necessarie alla sopravvivenza.

Questo, nell’autunno del 1942, portò il tasso di mortalità nei campi di concentramento al 19%, un valore superiore a quello dei lager nazisti (stimata in circa 16 mila vittime).

Cimitero campo di concentramento di ARBE (fonte www.ilconfinepiulungo.it)

La politica di snazionalizzazione operata dal fascismo partì già dagli anni ’20, così nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate rinnovate dopo la prima guerra mondiale.

Le scuole furono tutte italianizzate, gli insegnanti in gran parte pensionati, trasferiti all’interno del regno, licenziati o costretti ad emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nel pubblico impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali, case popolari, biblioteche, partiti politici e stampa vennero posti fuori legge. Fu eliminata qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali e proibito l’uso della lingua. Le minoranze slovena e croata cessarono così di esistere come forza politica.

Furono migliaia le vittime della politica di snazionalizzazione e repressione del regime fascista in terra slava, sotto la guida dei generali Roatta e Robotti, che il 4 Agosto 1942 sentenziò: “Si ammazza troppo poco”.

Il generale Robotti fu sempre al comando dell’XI Corpo d’Armata e funse da capo militare nella provincia annessa di Lubiana, occupata dall’esercito regio; in tale veste fece rispettare scrupolosamente le istruzioni del generale Mario Roatta riguardanti i metodi di repressione ed istruì egli stesso le truppe a procedere con durezza contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani.

Il numero delle persone, ad oggi, estratte dalle foibe non è superiore a 600 e non sono tutti italiani, così Scrive Predrag Matvejević nel 2005:

In Istria e a Kras dalle foibe sono stati esumati fino ad ora 570 corpi (lo storico triestino Galliano Fogar ne riporta persino un numero minore, notando che nelle fosse furono gettati anche alcuni soldati uccisi sui campi di battaglia, non solo Italiani). A tal proposito non è raro sentire la propaganda che su svariati media italiani fa riferimento a “decine di migliaia di infoibati”.

Bisogna invece imparare a rispettare le vittime, non gettare sulle loro ossa altre ossa e non bisogna dimenticare (a questo serve il ricordo) che dagli anni 20 il fascismo eseguì in quella regione una enorme strage di slavi. Non bisogna nemmeno dimenticare che ad “inventare” il riutilizzo delle foibe (furono usate anche in passato allo stesso scopo) fu, purtroppo, proprio il fascismo.

Il ministro fascista dei lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si attribuì l’appellativo vittorioso di “Giulio Italico”, scrisse nel 1927:

“La musa istriana ha chiamato con il nome di foibe quel luogo degno per la sepoltura di quelli che nella provincia dell’Istria danneggiano le caratteristiche nazionali (italiane) dell’Istria” (“Gerarchia”, IX, 1927).

Lo zelante ministro aggiungerà a ciò anche dei versi di minacciose poesie, in dialetto cantate dai gerarchi:

“A Pola xe arena, Foiba xe a Pizin” (“A Pola c’è l’arena, a Pazina le foibe”) butaremo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime:

… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

Decine di migliaia di slavi furono fucilati dai fascisti, furono 105.000 gli sloveni ed i croati che emigrarono dalle loro terre, furono coinvolti soprattutto giovani ed intellettuali e il collegamento diretto con le persecuzioni politiche del fascismo è ben evidente. Spesso i loro beni venivano confiscati e dati ad italiani (molti anche del sud) che colonizzarono la zona. Quello che poi successe agli italiani nelle foibe fu un’atroce vendetta.

La vendetta va sempre stigmatizzata, ma non deve farci dimenticare ciò da cui è scaturita, soprattutto se un crimine come questo deriva da un crimine ancor più grande.

Le foibe quindi furono senza dubbio un episodio orrendo da parte slava, da condannare “senza se e senza ma”. Un episodio tremendo che si colloca nel contesto storico di 20 anni di violenze, deportazioni ed abusi per mano dei fascisti italiani.

Un episodio nel quale le fonti ufficiali ci indicano tra le 3 e le 5 mila vittime il numero totale di chi fu trucidato, corpi che raggiunsero quelli slavi spinti nel periodo di occupazione dai nazi-fascisti in fondo alla “fossa del cane nero”.

Gli Italiani, oggi, condannano quei crimini perpetrati prima per mano fascista e poi per quelli subiti dal nazionalismo dell’esercito Jugoslavo. Questo sentimento ha trovato conferma il 13 luglio 2020, nelle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della firma del protocollo d’intesa riguardante la restituzione del Narodni Dom alla minoranza linguistica slovena in italia:

La storia non si cancella e le esperienze dolorose, sofferte dalle popolazioni di queste terre, non si dimenticano. Proprio per questa ragione il tempo presente e l’avvenire chiamano al senso di responsabilità, a compiere una scelta tra fare di quelle sofferenze patite, da una parte e dall’altra, l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimento e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro.

Al di qua e al di là della frontiera – il cui significato di separazione è ormai, per fortuna, superato per effetto della comune scelta di integrazione nell’Unione Europea – sloveni e italiani sono decisamente per la seconda strada, rivolta al futuro, in nome dei valori oggi comuni: libertà, democrazia, pace.  Oggi, qui a Trieste – con la presenza dell’amico Presidente Borut Pahor -segniamo una tappa importante nel dialogo tra le culture che contrassegnano queste aree di confine e che rendono queste aree di confine preziose per la vita dell’Europa.

(Nella foto di copertina la stretta di mano tra i due Capi di Stato d’Italia e Slovenia a Basovizza).

Facendo un passo indietro, durante la seconda guerra mondiale, nell’aprile 1941 Germania, Italia e Ungheria invasero la Jugoslavia, la sconfissero e la smembrarono.

L’Italia annesse la provincia di Lubiana e la Dalmazia ed occupò militarmente il Montenegro e parte della Croazia. Le autorità italiane avviarono subito la fascistizzazione della provincia di Lubiana e l’italianizzazione forzata di tutta la Dalmazia.

Contro gli occupatori ebbe presto inizio la ribellione promossa dal movimento partigiano a guida comunista, il cui leader fu Josip Broz, detto Tito. La lotta di liberazione si fondò con una guerra civile che vide gli stessi partigiani jugoslavi battersi contro i domobranci (domobranzi) sloveni, gli ustaša (ustascia) croati (entrambi alleati di tedeschi e italiani) e i četnici (cetnizi) serbi (alleati degli inglesi, ma sostenuti dagli italiani contro i partigiani).

Ciò determinò una terribile ondata di violenza, che coinvolse le forze armate italiane. Queste tennero comportamenti contraddittori: protessero alcune componenti della popolazione, come gli ebrei e molti civili serbi, mentre ne reprimerono duramente altre.

Guerriglia e lotta antipartigiana videro una recrudescenza di episodi di atrocità.

Da parte italiana largo uso venne fatto di rastrellamenti, devastazioni, rappresaglie sanguinose e deportazioni di massa della popolazione dalle zone in cui più forte fu la presenza partigiana.

Dal 1942 nella Venezia Giulia operò il movimento di liberazione jugoslavo, dall’autunno 1943 quello italiano.

CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) si crearono a Gorizia e Trieste, ma non a Pola: in Istria gli antifascisti italiani non riuscirono a dar vita ad una resistenza autonoma. I due gruppi collaborarono nella lotta contro nazisti e fascisti, ma tra loro le differenze strutturali erano evidenti e per questo non riuscirono a dare vita ad una resistenza autonoma.

La resistenza italiana fu pluripartitica, quella jugoslava a guida comunista. Anche gli obbiettivi erano differenti, i partigiani italiani vollero cacciare i tedeschi per costituire uno Stato liberal-democratico e mantenere una sovranità italiana su parte della Venezia Giulia, mentre per i partigiani jugoslavi, si batterono per instaurare un regime comunista.

Dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 Settembre 1943, per circa un mese le parti interne della Venezia Giulia vennero occupate dai partigiani jugoslavi che proclamarono l’annessione della regione alla Jugoslavia ed avviarono l’epurazione dei “nemici del popolo”. Vennero colpiti gerarchi fascisti e loro familiari, rappresentanti dello Stato a tutti i livelli (podestà, segretari comunali, maestri, bidelli, postini), possidenti terrieri e dirigenti industriali, e più in generale figure rappresentative delle comunità italiane.

L’apice di questa epurazione lo si raggiunse nel maggio del 1945, quando per 40 giorni la Venezia Giulia fu sottoposta ad un’amministrazione jugoslava. A sostenere questa repressione la componente slovena, quella croata e la classe operaia di lingua italiana, particolarmente attiva a Trieste.

In quei giorni vennero arrestati più di 10 mila persone, non solo rappresentanti dello stato fascista ma anche esponenti partigiani del CLN italiano e tutti gli antifascisti che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia.

Archivio IRSREC (fonte www.ilconfinepiulungo.it)

In un clima di rivolta contadina in cui si mescolano rancori nazionali, sociali e personali, si sviluppò una repressione organizzata che voleva distruggere ogni traccia di potere italiano. Nella sola provincia di Pola scomparvero più di 500 persone.

Sottoposte a giudizi sommari, vennero fucilati e gettati in cavità minerarie o naturali, note col nome di foibe.

Le foibe quindi furono un orrore e l’esodo un dramma collettivo, e non fu una pulizia etnica ma un’epurazione politica, all’interno di una guerra di proporzioni mondiali, che vide gli Alleati bombardare le città italiane e gli Stati Uniti lanciare le prime bombe atomiche sulla popolazione civile inerme, provocando centinaia di migliaia di vittime, eppure per questo nessuno ha mai pensato di condannare gli Stati Uniti d’America come qualcuno, per beceri interessi politici e mistificatori, prova a fare oggi con le popolazioni comuniste, senza la necessaria distinzione tra i regimi totalitari e, ad esempio, il ruolo centrale che ebbe il PCI nella nascita della Repubblica democratica italiana, prima con la guerra di liberazione e poi nell’assemblea costituente. Come non ricordare a tal proposito Umberto Terracini padre costituente e firmatario della Carta Costituzionale?Come non ricordare i 30 mila partigiani italiani, che combatterono il nazi-fascismo con i partigiani slavi, e di questi ben 10 mila furono i caduti?

⚫️ Nell’invitarvi ad un approfondimento sul tema, grazie ai documenti ed al contributo messo a disposizione dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, tramite la mostra virtuale www.ilconfinepiulungo.it , dal quale abbiamo tratto alcuni passaggi, di seguito vengono riportate frasi e scritti dei protagonisti dell’epoca:

So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori.”
Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia, 1943

Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani
Benito Mussolini 1920

« Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore. »
Lettera di un soldato italiano inviata dalla Slovenia a casa nel luglio 1942
E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.

« Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente. »
Lettera di un soldato italiano inviata a casa dalla Slovenia nel luglio 1942
E. Collotti, L’occupazione nazista in Europa, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 543.

« ….Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario….. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30 000 persone. »
Generale Mario Roatta Fiume 23 maggio 1942

« …Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori
Temistocle Testa Prefetto di Fiume Proclama n° 2798
30 luglio 1942
Boris Gombač, Atlante storico dell’Adriatico orientale, Pontedera, Bandecchi & Vivaldi, 2007

« Il giorno 4/6/1942/XX alle ore 13:30 furono incendiati da parte degli squadristi del II° Battaglione di stanza a Cosale le case delle seguenti frazioni del Comune di Primano: Bittigne di Sotto…,Bittigne di Sopra…, Monte Chilovi…, Rattecievo in Monte… […] Durante le operazioni di distruzione … è stata fatta una esecuzione in massa di n. 24 persone appartenenti alle frazioni di Monte Chilovi e Rattecevo in Monte. […] poiché è da temersi una immediata rappresaglia, si prega vivamente di voler inviare con tutta sollecitudine dei rinforzi. »
(IL COMMISSARIO PREFETTIZIO Attilio Orsarri, 5 giugno 1942)
Alojz Zidar, Il popolo sloveno ricorda e accusa, Capodistria, Založba Lipa, 2001

« Le forze armate del Partito fascista repubblicano nell’Adriatesches Küstenland-Litorale Adriatico, dipendenti operativamente dai tedeschi […] svolsero un ruolo mostruoso: quello di consegnare ai tedeschi i loro concittadini; qui più che altrove, essi svolsero opera di fiancheggiamento nelle operazioni di rastrellamento e di fucilazione delle popolazioni civili […] Svolsero questi ruoli, almeno inizialmente, senza nemmeno essere riconosciuti come alleati dai tedeschi, che solo in seguito li considerarono parte integrante delle loro formazioni. »
(da “Dossier Foibe“ di Giacomo Scotti)

« ….. purtroppo non mancarono episodi di brutalità da parte di singoli nostri soldati. In località Pjesivci, alcuni militari della Taro stuprarono due ragazze – Milka Nikcevic e Djuka Stirkovic – per poi ammazzarle sparando loro al seno. Un’altra donna, Petraia Radojcic, fu bruciata viva nella sua casa. A Dolovi Stubicki furono massacrati dieci anziani, uomini e donne. Per aver dato ausilio ai ribelli le popolazioni dei villaggi della Pjesivica furono punite con la requisizione di oltre 1 000 pecore e capre e di 50 bovini.»
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 271.

«….I condannati vengono condotti sull’altura che domina la cittadina, ed io che li vedo passare mentre salgono al luogo del loro supplizio sono addirittura impietrito! Penso che poteva toccare a me l’ingrato compito di comandare il plotone di esecuzione che li ha falciati a dieci per volta: una scena terribilmente squallida che non dimenticherò mai, vivessi mille anni. »
Generale Giovanni Esposto Regio Esercito
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 338.

« Si procede ad arresti, ad incendi, […] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere […] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi. »
Umberto Rosin Commissario Civile del Distretto di Logatec (Slovenia) 30 luglio 1942

« Le brutali rappresaglie degli italiani (l’incendio di 23 case e l’uccisione di circa 120 abitanti di Vlaka, Jabuka, Babina e Mihailovici e altri villaggi sulla sponda del Lim, nonché le successive commesse a Drenavo) suscitarono in noi e nei nostri combattenti un cupo furore. »
Josip Tito Memorie
G. Scotti e L. Viazzi, L’inutile vittoria: la tragica esperienza delle truppe italiane in Montenegro, Milano, Mursia, 1998, p. 33.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: