Naufragio Oria, le tre vittime del Tigullio

In questi giorni si celebra la ricorrenza del naufragio della nave Oria. Il naviglio trasportava più di 4.000 soldati IMI (Internati Militari Italiani) che si rifiutavano d’aderire alla Rsi.

Durante il trasferimento in campi tedeschi la nave affonda. Si salveranno solo 48 persone, la tragedia è la più immane della storia del mediterraneo. Tra le vittime tre soldati del Tigullio.

Ricostruzione della cronaca dei fatti di Giorgio Getto Viarengo:

Questa triste pagina del tempo di guerra è davvero poco conosciuta, si tratta della cronaca di una delle navi adibite al trasporto dei militari italiani prigionieri dei tedeschi in Grecia.

Il piroscafo Oria parte dal porto di Rodi l’11 febbraio del 1944, le operazioni di carico prevedono di stipare all’inverosimile le stive della nave, dove sono ammassati i soldati del Campo Raccolta N° 2 di Asguro e di altri quattro Campi dell’Isola di Rodi, per un totale di 4.200 prigionieri.

La rotta programma di raggiungere il porto del Pireo, ma all’altezza di Capo Sounion, durante una furiosa burrasca, il piroscafo naufraga e si inabissa. Qui di seguito il luogo del naufragio da Google Maps:

La carretta del mare si spezza nella zona di prua, da quelle onde e sotto una pioggia battente si salvano 37 soldati italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, tutti i superstiti raggiungono la costa all’altezza dell’isolotto di Patroklos.

Il resto dei deportati perse la vita, tra loro tre soldati della nostra terra:

Bellieni Roberto di Chiavari; Carbone Antonio di Lumarzo e Lombardi Giovanni di Rapallo.

Quella dell’Oria è la più grande tragedia marittima della storia del Mediterraneo, su quella rotta e durante i trasporti dei militari internati italiani si avranno altri naufragi con migliaia di morti.

Il giorno seguente il disastro raggiunge il relitto il rimorchiatore Titan per prestare soccorso e verificare lo stato del disastro. A stendere una prima memoria dei fatti è il macchinista del rimorchiatore Luigi Fiorello, il verbale è compilato a Rodi il 7 giugno del 1944.

Nella ricostruzione puntuale del marittimo si può rivivere il pauroso dramma dell’Oria:”alle sei del mattino del 13 febbraio giunge l’ordine di partire a tutto vapore. Dopo sei ore di navigazione arriviamo sul posto del disastro. Constatiamo che della nave emerge dal mare solo un pezzo di prora e l’albero prodiero. Aggrappato al sartiame scorgiamo un uomo nudo. A causa del mare fortemente agitato può accostare una sola scialuppa, i soccorritori si accertano che nel locale di prora si trovano altri cinque uomini”. La testimonianza continua nella ricerca d’aprire con la fiamma ossidrica un varco, ma le bombole precipitano tra le onde, i soccorritori rientrano al Pireo per tornare il giorno seguente. Con nuovi mezzi si torna sul relitto e si riesce ad aprire un varco che permette l’uscita dei soldati rimasti in vita. Questa testimonianza è ripresa solo nel settembre del 1946 e viene trasmessa alle competenti autorità militari italiane.

Passeranno anni affinché i documenti possano realmente descrivere l’enormità del disastro, le informative alle famiglie giungeranno tardissimo e talvolta incomplete ed errate.

Bellieni Roberto era nato a Chiavari in Via Rivarola, il padre Gaetano era un indoratore, la madre Teresa una maestra. Alla chiamata alle armi, il 10 febbraio del 1939, frequenta la facoltà di chimica industriale a Genova.

Carbone Antonio nasce a Lumarzo il 23 dicembre del 1910, il padre Tommaso e la madre Luigia sono contadini nella frazione Tassorello, Antonio è chiamato alle armi e inviato nella campagna di Grecia.

Lombardi Giovanni nasce a Rapallo il 14 agosto del 1907, il padre Ercole è un muratore residente con la moglie Felicina a San Michele di Pagana, all’età di venticinque anni sposa Giuseppina e si trasferisce a Santa Margherita Ligure dove vivrà sino alla partenza per la campagna di Grecia.

Tutti e tre saranno internati dopo l’otto settembre del 1943 per non aver accettato di combattere con i tedeschi e d’aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dai campi di raccolta in Rodi sono trasferiti col viaggio del Piroscafo Oria e perderanno la vita nel naufragio.

La famiglia di Bellieni non riceverà nessuna notizia del loro figlio Roberto, quando lo stato civile avrà il decreto di morte il padre e la madre erano già deceduti; l’anagrafe di Chiavari riceverà l’atto dalla Commissione Interministeriale per la ricostruzione degli atti di morte il 19 gennaio del 1962, dalla lettura della sentenza leggiamo: “Bellieni Roberto di anni ventiquattro, tenente di complemento appartenente al 18° Gruppo Artiglieri era a bordo del Piroscafo di cui non si conosce il nome, partito da Rodi nel pomeriggio dell’undici febbraio 1944 per trasporto in deportazione di oltre quattromila prigionieri italiani in mano tedesca, detto piroscafo naufragava in prossimità dell’Isola di Goidano Egeo, che il Bellieni non è compreso tra i pochi naufraghi recuperati”.

Le carte che certificavano la morte di Antonio Carbone giungono a Lumarzo il 17 febbraio del 1950, la nota burocratica ci racconta che il soldato era “appartenente al 14° Gruppo 27° Reggimento Artiglieria col grado di Caporale Maggiore, presente sul piroscafo di cui si sconosce il nome, i naufraghi recuperati dai soccorsi e quelli che riuscivano a raggiungere a nuoto la vicina costa non comprendono Antonio Carbone”.

La famiglia di Giovanni Lombardi riceverà notizia il 7 aprile 1947, ancora una nota stringata: “per scomparsa in mare”. Grazie al Gruppo di Ricerca sul naufragio del piroscafo Oria e all’Associazione delle Famiglie è oggi possibile raccontare una verità e restituire alla storia quella drammatica pagina mancante, una pagina dove ritroviamo i nostri Roberto, Giovanni e Antonio, partiti dal Tigullio per morire deportati nel mare Egeo insieme ad altri 4.200 soldati italiani.

Il lavoro di ricerca deve continuare, perché il naufragio dell’Oria non sia una tomba dimenticata e qualcuno dica che non erano partigiani!
-Giorgio Getto Viarengo.

Il piroscafo Oria fu inaugurato originariamente presso un cantiere di Oslo nel 1920 col nome di “Norda 4”. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia, la nave passò in mano alla Germania, che dopo essere stata requisita dalle autorità francesi di Vichy, se ne riappropriò nel 1942, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale.

Quando le truppe tedesche, con a capo il generale Wegener, si stabilirono nell’arcipelago del Dodecaneso, in Grecia, riferirono al Reich la loro preoccupazione per il sovrannumero dei prigionieri italiani, (catturati in seguito al loro rifiuto di unirsi al partito nazista tedesco, dopo l’armistizio del 1943) che avrebbero potuto ribellarsi e indebolirle. Iniziò così il trasporto dei prigionieri dalle isole greche a campi di prigionia in Germania, grazie alle navi mercantili italiane requisite dai nazisti.

Una tra queste fu proprio la Oria, che finì per essere uno dei peggiori disastri navali della storia e il peggiore in assoluto nel Mediterraneo. A bordo vi erano anche l’originario equipaggio norvegese, numerosi soldati sorveglianti tedeschi, e un carico di olii minerali e materiale per le motociclette dell’esercito tedesco. I prigionieri, insieme ai materiali, vennero rinchiusi nelle stive del piroscafo, in condizioni disumane e coi portelli chiusi dall’esterno, in modo che non potessero uscire sul ponte e tuffarsi in mare.

Clicca qui per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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