La Xª Flottiglia MAS e quelle pagine strappate sugli eccidi.

In questi giorni di ferragosto ho dedicato un paio d’ore alla ricerca di letture a tema.

Fra queste mi sono imbattuto in racconti raccolti in un libro trovato presso la Biblioteca Manara del Comune di Borgo Val di Taro (Pr).

Testimonianze dirette dell’autore Adolfo Zinnari, che racconta con i suoi occhi di adolescente il periodo della guerra e poi quello della Resistenza.

Un viaggio nel tempo che parte da Genova, passando per il Tigullio e La Spezia, poi la Versilia, Pisa, fino ad arrivare a Borgo Val di Taro.

Pagine di vita comune, fatta di stenti, fame e miseria, con la paura dei bombardamenti che costringono la sua famiglia a cambiare continuamente città.

Pagine in cui si racconta anche come nacque la Resistenza armata e l’efferatezza degli eccidi nazi fascisti.

Proprio per questo mi ha incuriosito il fatto che le pagine 57 e 58 fossero state strappate dal libro, chissà quale storia riportavano alla memoria quelle righe, così fastidiose da indurre un precedente lettore ad eliminarle.

Così come è stato fatto in alcuni passaggi precedenti, dove qualcuno si è addirittura permesso di aggiungere i suoi personali commenti a penna con tono piuttosto irritato.

Bene, o meglio male, ma torniamo sulle pagine strappate.

Copertina
Le pagine strappate sull’eccidio della XªMas

Da curioso e affamato di verità ho provato a cercare un libro gemello, non facile essendo fuori stampa ma alla fine con un po’ di fortuna ci sono riuscito.

Prima di anticiparvi il contenuto di cui si voleva cancellarne la memoria, vi informo che ho provveduto a fornire una copia delle pagine alla gentile bibliotecaria del paese che ha reintegrato il testo come quello originale. ☺️

Titolo del capitolo:

Il primo eccidio

Li avevano fatti scendere da un camion militare, ed avevano tutti le mani legate con il fil di ferro, che neanche le bestie al mattatoio, perché, se le fai soffrire, le bestie, prima di ammazzarle, poi la carne è cattiva.

Uno soltanto aveva le mani libere, ed era un ex prigioniero russo, che nonostante i due fori di entrata nell’addome ed i due fori di uscita di uscita sul dietro, riusciva a camminare sulle sue gambe, un po’ contratto e reclinato in avanti, ed anche a sorridere spavaldamente ma con dolcezza; aveva capelli biondi molto ondulati, con la discriminatura ed occhi azzurri.

I militari della “decima”, che apostrofavano gli altri infelici con tracotanza, arroganza e disprezzo, con lui scherzavano, preferendo deriderlo, e con gesti rozzi e provocatori mimavano davanti a lui i gesti necessari per suonare la “balalaika”, e lui effettivamente aveva una posizione da suonatore di “balalaika”, a causa delle quattro ferite, e continuava a sorridere loro con dolcezza.

E mi ricordava Gesù Cristo, solo che non aveva di barba.

Li avevano sorpresi tutti e nove in un casolare, nei pressi di Aulla; c’erano due ex-prigionieri russi fuggiti da un campo di prigionia tre mesi prima, e sette ragazzi renitenti alla leva, ma nessuno di loro era armato; non costituivano una “formazione ribelle”, ma un gruppo di sbandati e di fuggitivi che intendevano soltanto sottrarsi ad obblighi che non condividevano. Quello, ad esempio, di combattere a fianco dei nazisti.

Avevamo trovato la nostra scuola, quella mattina, improvvisamente occupata dalle nuove formazioni militari del fascismo ricostituito, ed il Liceo Arcivescovile di Pontremoli si era trasformato in una scuola di preti e di studenti in cui si erano accasermate truppe in attesa del battesimo del fuoco. Sarebbe stato buffo, se non fosse stato tragico, osservare i seminaristi, ragazzini in calzoni corti e militari con il mitra a tracolla coabitare grottescamente come in uno studio cinematografico ove il mirmillone va a prendersi il cappuccino con il cardinale Mazzarino.

Durante il giorno tutto andava apparentemente bene, se si eccettuava il controllo dei documenti esasperatamente provocatorio, fatto dieci, venti volte al giorno, con la canna del mitra che ti appoggiavano alla schiena od alla pancia, il dito sul grilletto, e tu che dovevi in continuazione estrarre la carta di identità, porgerla aperta sempre alla stessa persona, che era poi quella che viveva e dormiva nella classe accanto all’aula dove facevi lezione.

Durante la notte, però, le cose andavano diversamente; ce lo dicevano, a noi studenti semiconvittori, i seminaristi, che non riuscivano a dormire per le urla dei nove carcerati che venivano pestati e torturati. Ce lo confermava l’aspetto dei prigionieri, assolutamente irriconoscibili, con i visi pesti, pieni di ematomi e di lividi, alcuni sanguinolenti, e le membra rattrappite per i colpi ricevuti; li potemmo vedere durante un breve intervallo mattutino di “aria”, e si faticava ad individuare i lineamenti dei ragazzi che erano stati fatti scendere, il giorno prima dal camion militare.

Avevano il colore grigio dell’uomo che sa ormai irrevocabilmente di dover morire, un colore che avrei rivisto in seguito tante altre volte sul viso di disgraziati in procinto di essere scannati, ed è un colore particolare, che trasuda da un corpo in procinto di essere giustiziato, ed è difficile toglierselo dalle narici.

Il prigioniero russo ferito doveva invece essere trascianato , ormai non si reggeva più sulle gambe, ed il sorriso dolce e rassegnato gli era del tutto scomparso; due occhiaie livide, profonde rughe che gli scavavano le guance, solo gli occhi azzurri trasmettevano ancora luce e vitalità.

Le truppe accasermate, che avevano incominciato il loro primo rastrellamento dal sud al nord con la presa dei nove di Aulla, dovevano continuare il loro compito, snidare ribelli e sbandati, e si apprestavano a risalire sui monti attorno a Pontremoli, in direzione di Zeri.

Verosimilmente questa volta non si trattava più di arrestare persone disarmate, ma si prevedeva un vero combattimento, e di fronte, dall’altra parte, c’erano ex-ufficiali ed ex soldati dell’esercito, che avevano fatto Grecia, Albania, Marmarica e Russia, e che quindi ne sapevano di guerra, e di tattica.

Un fremito di nervosismo incominciò a percorrere le truppe aquartierate nella nostra scuola, e a più di uno era scomparsa l’arroganza e la tracotanza dell’atteggiamento, quasi la prossima partenza avesse sostanziosamente ridimensionato la sicurezza di ciascuno.

Quella mattina nella chiesa del Seminario-Liceo, oltre a noi studenti che ne avevamo l’obbligo, c’erano, per la Santa Messa, anche molti soldati della “decima”, a raccomandarsi l’anima al Signore. E qualcuno fece anche la Comunione.

Poi partirono alla volta di Zeri, e quelli che furono destinati a rimanere di guarnigione nella scuola tirarono un profondo sospiro di sollievo, cambiarono colore.

Il racconto continua nelle due pagine successive, per chi vorrà ultimarlo pubblichiamo qui le foto:

Fonte: “Racconti di Borgotaro”, Adolfo Zinnari – Sagep Editrice (1982)

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Chiavari, il Sindaco che si oppose al fascismo.

Dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, che segnava l’inizio del ventennio di dittatura fascista e il periodo più buio della storia del nostro Paese, in tutti i comuni di Italia le squadracce fasciste occupavano i municipi obbligando alle dimissioni i consigli comunali.

Nonostante la violenta repressione delle camice nere, c’era chi si oppose con ostinazione esponendosi alle minacce e al dileggio pubblico.

Nel pomeriggio di mercoledì primo novembre gli uomini del duce, dopo una breve ma violenta colluttazione con i carabinieri in servizio comandati dal Tenente Giusto, riuscirono ad entrare all’interno del palazzo municipale di Chiavari.

Alcuni consiglieri comunali vennero obbligati a rassegnare le dimissioni.

C’è una figura istituzionale che emerge su tutte in quei drammatici momenti ed è il Sindaco Nicola Arata, appartenente al partito Popolare, sarà l’ultimo primo cittadino eletto dai chiavaresi.

Arata non accettò di firmare le dimissioni, reagendo senza alcuna paura alla violenta reazione squadrista.

Nicola Arata, ultimo Sindaco di Chiavari prima della dittatura fascista

Iniziò così contro di lui una vera e propria macchina del fango.

Le testate giornalistiche locali, controllate dal regime, lo accusarono di scarso patriottismo, di essersi sottratto al servizio militare e alla non curanza verso l’assistenza dei reduci  di guerra, fino ad arrivare a paragonarlo ad un “fantoccio che può ancora mettersi trono e vesti di re, ma è costrutto in legno”, “nero uomo dai folti boschi di Orero”, “albero vetusto in mezzo ai virgulti e cui reca troppa inutile ombra”.

Arata risponde senza mai scadere al livello degli accusatori e lo fa inviando alle redazioni lettere dal contenuto civile ma fermo.

Le elezioni politiche dell’aprile 1924 videro il partito Popolare sconfitto.

La vittoria dei fascisti portò a nuove azioni di violenza da parte degli squadristi, in particolare verso gli antifascisti, gli operai scomodi al regime vennero licenziati dalle fabbriche.

Questo momento segna anche la fine della tenace resistenza del Sindaco di Chiavari, le sue dimissioni insieme ai 18 consiglieri di maggioranza, vengono accolte con giubilo dai fascisti.

Storicamente siamo a pochi giorni dal noto discorso di Giacomo Matteotti che il 30 maggio denuncia il clima di violenza e i brogli dei fascisti durante la consultazione elettorale, denuncia che, con una macabra profezia, lui stesso indicò come la sua condanna a morte.

Cliccando sul link di seguito si può vedere l’importante lectio magistralis dello storico Barbero sulla vicenda Matteotti .

Clicca per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Fonte: “Per una storia del fascismo nel circondario di Chiavari” di G.Viarengo (ed. Pane e Vino)

“Villa Parma”, da luogo di morte e torture a luogo di vita e speranza.

Quella che vi stiamo per raccontare è una storia poco conosciuta e che ci siamo promessi di approfondire con una ricerca nei mesi a venire.

I fatti avvengono a Lavagna, più precisamente in Corso Buenos Aires dove oggi sorgono i giardini pubblici intitolati ad Armando Arpe “Italo” (clicca qui per vedere la posizione nella mappa).

Che quel luogo sia dedicato ad un partigiano e che in quell’area vi sia un parco giochi non è affatto un caso, è invece il finale perfetto della storia che proveremo a ricostruire mettendo insieme i puzzle di testimonianze scritte e verbali.

Mercoledì 17 aprile 2024 ci troviamo all’inaugurazione della mostra sulla Resistenza in Liguria, allestita nella Biblioteca Comunale “Giovanni Serbandini Bini” (clicca qui per vedere la mostra anche online), aperta al pubblico fino al 10 maggio. Esposizione curata dal sottoscritto con il patrocinio dell’ANPI.

In quella occasione ci troviamo in piacevole compagnia della professoressa Giulietta Vaio Ricci, storica della città, che visitata la mostra e apprezzandone i contenuti ci racconta che le torture citate nel pannello dedicato alla “Casa dello studente” sono accadute anche a pochi metri da noi.

La professoressa conserva ricordi da bambina, della paura durante i bombardamenti ma anche di un luogo preciso, una casa che sorgeva tra piazza Innocenzo IV e Corso Buenos Aires. Ricorda che quello fu un luogo di torture e di bunker utilizzati dai nazifascisti.

Angelo Daneri, anch’egli cultore di storia locale e noto consigliere comunale del partito comunista italiano, il 24 giugno 2007 viene citato dalla testata giornalistica Patria Indipendente (mensile d’informazione nazionale dell’ANPI), in occasione della cerimonia d’intitolazione dei giardini pubblici Armando Arpe “Italo”:

"Daneri ha ricordato ai presenti che con questa intitolazione l’ANPI di Lavagna ha voluto conseguire anche un secondo obiettivo. Già da tempo questo piccolo giardino è un’oasi di pace dove si incontrano generazioni di bambini, di mamme e di nonni, ma un tempo in questo sito vi era la famigerata “Villa Parma”, per anni sede del comando delle Brigate Nere, un luogo sinistro di tortura e di violenza. L’intitolazione a “Italo” è quindi anche un atto di riparazione".

Fa quasi impressione pensare che a poche decine di metri da lì, nell’autunno del 1943, in via Natale Paggi n.5 dove risiedeva uno dei tanti figli di emigranti il geometra Giovanni Missale, si riunirono Franco Antolini “Furlini” , Giovanni Serbandini “Bini” (Comunista), Umberto Lazagna “Canevari” e Aldo Gastaldi “Bisagno”(Cattolico).

Fu un incontro fondamentale per la nascita dei primi gruppi partigiani che poi divennero noti come Divisione Garibaldina Cichero.

Ci spostiamo ora davanti all’ingresso del parco, dove si trova un cartello che racconta che cosa divenne quel posto dopo la guerra, proprio in quel luogo di torture nasce il “Villaggio del Ragazzo”, era il 10 ottobre 1946.

Il cartello cita:

La guerra è finita da un anno, ma carenza di lavoro, disgregazione familiare, arricchimento illegale e vendette sono macerie che pesano nel cuore di Lavagna.  Nel cuore di un giovane sacerdote nasce e si sviluppa il desiderio di agire a favore dei piccoli che maggiormente hanno sofferto la violenza, la fame, le epidemie e la mancanza di un posto sicuro. Con il soccorso alimentare ricevuto dall’UNRRA, con lo studio, le feste e il gioco, don Nando ricrea a Villa Parma la speranza di un futuro migliore sotto la protezione di Maria, Madonna dei Bambini.

La villa, già occupata dalle truppe tedesche, diviene la prima sede di un grande progetto d’inserimento umano e sociale per i giovani, anche attraverso la formazione professionale. Immerso nel verde, con accesso da Piazza Innocenzo IV, l’edificio è affittato a don Nando Negri dal proprietario Angelo Parma, assieme a pochi arredi, tra cui tavoli su cui maschi e femmine possono godere di un pasto sicuro accompagnato dall’affetto delle prime assistenti volontarie dirette dalla signorina Dina Mastini.

Della villa, ristrutturata e ampliata nel 1949, resta oggi solo parte del giardino. (Francesa Marini).

Abbiamo trovato anche una testimonianza:

«Mi chiamo Mirca Artina. Avevo 12 anni, ultima di otto figli, quando venni a Villa Parma portata dall’amica Miranda. Ci davano la merenda col famoso formaggio giallo, marmellatine e formaggini. Poi mi fermai anche per il pranzo; ci venivano a prelevare a scuola. Nel pomeriggio giochi e compiti. C’erano anche visite sanitarie periodiche. Per le ragazze che abitavano più lontano si offrì la possibilità di alloggiare qui anche la notte. Anch’io mi sono fermata e nel tempo libero facevo le pulizie come volontaria. In estate si andava in colonia allo Zatta. C’ero anch’io prima come utente e poi come assistente, sempre con la signorina Dina e con Olga, la sorella di don Nando.

Nel 1948 arrivò don Roberto Ferraris e iniziò la Formazione Professionale; ricordo che il mio papà ha lavorato alle fondamenta del primo laboratorio. Le ragazze imparavano cucito e maglieria. Anch’io, anni dopo, per un certo periodo ho fatto cucito in cooperativa a San Salvatore.

Il Villaggio era diventato la mia seconda famiglia. A 14 anni avrei dovuto andare a lavorare al cotonificio, ho supplicato la mamma piangendo per restare al Villaggio. Qui mi sentivo al sicuro. Il Villaggio mi ha dato e insegnato davvero tanto. Eravamo tutte desiderose, quasi gelose di poter stare vicino alla signorina Dina Mastini, la direttrice, buona, affettuosa, seconda mamma.

A 15 anni facevo l’assistente ai piccoli dell’asilo. A 17 anni fui assunta regolarmente come assistente dei più grandicelli. Vivevo a Villa Parma. Anche la notte prima del matrimonio ho dormito ancora qui.

Di don Nando avevamo timore perché era severo, lo chiamavamo don Nando tremendo! Però io cantavo benino e c’era una canzoncina che a lui piaceva molto e che mi faceva cantare spesso quando c’era qualche visita importante

In copertina una foto storica di Villa Parma.

Clicca per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Fonti:

Villaggio del Ragazzo

Patria Indipendente

L’eccidio nel bosco delle Paie.

Nel dialetto genovese, con tutte le sue derivazioni, non poteva mancare anche quella fontanina, perciò i locali chiamavano quel bosco di alberi di nocciolo col nome di “Paraia” o “Peraja”.

Era il 2 marzo 1945 e già si avvertiva che da lì a poco la guerra avrebbe avuto una svolta definitiva.

Sarebbe arrivata la liberazione dalla dittatura nazi fascista, lasciando il posto alla nascente Repubblica democratica Italiana.

Abbiamo già raccontato in passato la vicenda che lega quel luogo e quei fatti al più giovane dei caduti, qui trovate la storia di Rinaldo Simonetti “Cucciolo”.

Per conoscere in maniera ancora più dettagliata le vicende di quei giorni, oggi vi lasciamo al racconto di uno dei testimoni, Renato Lagomarsino (Lascito Cuneo):

La sera del 2 marzo del 1945 nel bosco delle Paie, a metà strada fra Calvari e Certenoli, due località a quel tempo collegate con la sola mulattiera, vennero fucilati dieci partigiani.

Io, che allora avevo poco più di tredici anni, e Davi Torre, che ne ha cinque meno di me, siamo rimasti, per ragioni di età,  gli unici testimoni  che conservano memoria di quel tragico avvenimento.

I miei ricordi sono vivi e altrettanto quelli di Davi. In paese, a Calvari, dai primi di agosto del ’44 si erano acquartierati gli alpini della Divisione “Monterosa”;  tre chilometri più a valle, a Chiesanuova di Aveggio, c’era il comando tedesco.  Mio padre aveva pensato bene di trasferirsi con la famiglia a Barbarasco, a mezz’ora di cammino a piedi, sulla collina, nella casa degli zii.

Il 28 febbraio, proprio sotto la casa che avevamo da poco lasciato, a metà di Salita Castello, un alpino, Ado Ronconi, di vent’anni, venne colpito a morte in un agguato che aveva come obiettivo non lui ma il tenente Carlo Kisterman, di cui era attendente. Si seppe poi che l’attentatore fu un giovane di Casareggio d’Orero che intendeva vendicarsi del comportamento violento di Kisterman durante  i rastrellamenti.

La rappresaglia fu immediata. Il giorno dopo dalle carceri di Chiavari vennero prelevati dieci partigiani, di cui otto catturati un paio di settimane prima in un rustico sopra Lorsica, sulle falde del Ramaceto, dove avevano prestato assistenza a “Bisagno” infortunatosi per una caduta su un sentiero ghiacciato.

Portati a Calvari il 1° marzo con un camion,  che sostò davanti all’osteria Torre dove aveva inizio la mulattiera per Certenoli, avrebbero dovuto essere fucilati nel bosco delle Paie ma, in assenza di una sentenza di condanna, l’ufficiale degli alpini destinato a comandare il plotone di esecuzione si rifiutò.

A Chiavari, dove vennero riportati, il giorno dopo, cioè il 2 marzo, venne convocato il cosiddetto “Tribunale di Guerra” che emise la condanna applicando la legge militare del “dieci per uno”. Sul far della sera il camion, con due panche ai lati del cassone, riportò i dieci partigiani a Calvari. Dal bar Torre, sull’altro lato della strada, videro con sorpresa che tra loro c’era anche Rinaldo Simonetti, un ragazzo di diciott’anni di Certenoli, che la sera precedente non c’era. Rinaldo si era arruolato con i partigiani, e per la sua giovane età gli venne assegnato il nome di “Cucciolo”. Anche lui era stato catturato nel casone di Lorsica assieme agli altri, tra cui il comandante Vinicio Rastelli, “Dedo”, che però nella sentenza non figurava tra i condannati a morte. Di chi prese il posto “Cucciolo” ancora oggi è un mistero.

La fucilazione avvenne attorno alle diciotto. Ricordo che, a Barbarasco, sentii un crepitio, ma non erano i tipici colpi di una scarica di mitra. Salii al piano di sopra e mi misi in ascolto. Allora le notizie si conoscevano con ritardo. Non si sapeva nulla dei partigiani portati a Calvari il giorno prima, riportati a Chiavari e la sera dopo nuovamente a Calvari. Si sapeva solamente dell’uccisione dell’alpino, anche perché il mattino presto erano arrivati i tedeschi a fare rastrellamento e controlli.

La mia attesa venne interrotta improvvisamente da un ordine secco che risuonò nel silenzio della campagna in direzione del bosco delle Paie: “Fuoco!”, e subito dopo una scarica di colpi come quella che avevo udito poco prima.  Poi alcuni colpi isolati seguiti da un rumore di scarponi sull’acciottolato come se un gruppo di persone stesse percorrendo di corsa la discesa verso Calvari.

Ma il mattino dopo sapemmo cos’era successo. Da Certenoli era venuto a lavorare in un uliveto accanto alla casa dove eravamo ospitati Paolo Simonetti, il mite “Paolin”, padre di Rinaldo, che disse: “Ieri sera nel bosco hanno fucilato dei partigiani, ma mio figlio per fortuna non era tra loro…. Hanno imposto di lasciarli lì”.

Non passa molto, però, che arrivano due suoi vicini di casa. “Paolin – gli dicono – devi venire con noi…… Anche tuo figlio è tra i fucilati”.  Ricordo che la reazione non fu una sorpresa. Forse aveva un presentimento e per questo era venuto a lavorare nell’uliveto per ritardare la conoscenza della realtà.

Si seppe dopo che i dieci partigiani erano stati fucilati in due tempi, cinque alla volta. Uno di loro da piccolo non era stato battezzato e il povero don Giuseppe Minetti, l’arciprete di Certenoli che era stato chiamato per impartire l’estrema unzione, volle battezzarlo, ma l’acqua benedetta dovette essere prelevata in chiesa. Nell’attesa il comandante del plotone decise di fucilarne cinque e gli altri dovettero assistere a quella che possiamo definire una vera carneficina. I colpi isolati che avevo sentito erano i “colpi di grazia” sparati con la pistola per chi tardava a morire.

“Cucciolo” fu tra i primi cinque. Don  Minetti lo conosceva bene, lo aveva visto crescere e giocare sul sagrato assieme ai ragazzi del catechismo. Prima di morire volle scrivere su un foglietto l’addio ai genitori, alla sorella e al fratello, concludendo con la frase “muoio per la salvezza dell’Italia”.

Sul luogo dell’eccidio l’anno dopo, il 3 marzo del ’46, venne inaugurata la cappelletta dove ogni anno viene ricordato il sacrificio dei dieci partigiani. Una testimonianza molto significativa che purtroppo non c’è più sono le piante di castagno che in alto,  dove iniziavano i primi rami, recavano i segni di numerosi colpi d’arma da fuoco.  Era la dimostrazione che alcuni, pur facendo parte del plotone, non avevano voluto infierire sui loro fratelli. C’è chi dice che fossero giovani di Calvari e dintorni rimasti nascosti per mesi e da poco arruolatisi nella “Monterosa” per non far correre rischi ai loro familiari. La guerra ormai si avviava all’epilogo e infatti poco meno di due mesi dopo aveva termine con la sconfitta dei tedeschi e dei fascisti e il ritorno della Libertà

Fonte: LevanteNews

I caduti fucilati da un plotone d’esecuzione della Divisione alpina Monterosa:
Rinaldo Simonetti
Dino Bertetta
Dino Berisso
Domenico Lacopo
Romeo Nassano
Sergio Piombelli
Quinto Persico
Carlo Zemide
Cesare Calissano
Paolo Motta

Clicca per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Giovanni Sanguineti “Bocci”

Domenica 3 marzo 2024, ricorreranno i 110 anni dalla nascita di uno dei protagonisti della lotta di Resistenza al nazifascismo: Giovanni Sanguineti “Bocci”.

Per ricordarlo la sezione A.N.P.I. di Lavagna e Valli organizzerà una commemorazione a Cavi Borgo, che gli ha dedicato un busto in piazza Nazario Sauro.

Per ricordare una vita intensa come la sua crediamo sia utile riproporre qui il racconto che potete trovare nel blog di Adriano Maini:

[…] Ma tornando indietro, al nostro Bocci: nel 1935, militare di leva nel 1° Regg.to alpini, Btg Pieve di Teco, fu inviato (il 4 aprile) a combattere in Abissinia. Rientrato in Italia il 12 aprile 1937 e posto in congedo illimitato, venne successivamente richiamato più volte per istruzione e alternativamente ricollocato in congedo. Il 6 febbraio 1941, per l’ennesima volta, fu di nuovo richiamato e aggregato al 2° Regg. Alpini. In seguito, il 23 febbraio 1942, imbarcato sul piroscafo Rosandra, fu inviato a Spalato, in territorio di guerra, dove arrivò il 27, quattro giorni dopo. E qui, il 15 aprile 1942 ricevette i gradi di sergente maggiore.
Da Spalato, attraverso Fiume, in data 27 maggio 1942, rientrava in Italia. Ed esattamente a Borgo S. Dalmazzo (CN), presso la 1a Cp. d’Istruzione, quale istruttore di truppa. E qui rimane almeno fino al 24 novembre 1942 (ultima registrazione effettuata sul Foglio Matricolare prima degli eventi dell’Armistizio dell’8 settembre 1943). Poi, sul suo F.M. personale, appaiono alcune variazioni di servizio per arrivare sino alla data del 10 febbraio 1943, quando il Sanguineti, in stessa data, risulta trasferito al Btg. Monte Schiovatore (XXIX Btg. espl. – 725 cp) di stanza a Giussici (Jugoslavia).
Alla data dell’8 di Settembre 1943, sempre sul suo F.M., è annotato come “Sbandato in seguito ad eventi sopravvenuti all’Armistizio”. E in data 25 Aprile 1945, dopo un lungo intervallo di tempo ,appare quest’altra registrazione: “Considerato in servizio dal 9/9/43 al 5/4/45” e in stessa data: “Collocato in congedo illimitato” presso il Distretto di Genova.
Quindi Giovanni (Bocci) all’8 Settembre 1943 verrà colto dagli eventi del fatidico giorno dell’Armistizio tra Italia e Alleati (armistizio che però era stato già firmato il 3 settembre ma mantenuto segreto fino all’8) in pieno territorio jugoslavo. Ed egli, come migliaia di altri soldati italiani, per non essere catturato dai tedeschi e spedito nei lager nazisti, abbandona il suo reparto e la divisa, e se ne torna dritto a casa sua, a Cavi di Lavagna, in Liguria, dove giungerà il giorno 14 mattina.
E qui, ripresi subito i contatti col suo vecchio gruppo di compagni antifascisti, inizia con loro una febbrile raccolta di armi e munizioni abbandonate dai militari italiani in fuga, che disperatamente stavano chiedendo in giro abiti civili, per sottrarsi alla caccia dell’esercito germanico che li voleva arrestare (in quanto divenuti ormai nemici) per inviarli a morire di stenti nei campi di concentramento tedeschi.
Precedentemente, però, in Jugoslavia, nel 1941, a far parte dello stesso reparto alpini di Sanguineti, arrivò anche il sestrese Eraldo Fico, il futuro Virgola. E tra i due, che già in parte si conoscevano – e accomunati anche dalle loro convinzioni antifasciste e idee comunisteggianti – nacque tra loro una forte amicizia che ne fece, oltre che gli iniziatori, due tra i personaggi di maggiore spicco della lotta partigiana nel Tigullio orientale.
Della Coduri, di cui Virgola fu poi il comandante, Bocci non fu solo Capo di Stato Maggiore, ma il principale e più preparato e coraggioso organizzatore, specialmente nei compiti più gravosi e difficili. Per esempio, subito dopo l’armistizio, l’occultamento degli ex prigionieri britannici e dei disertori della Wehrmacht, che in seguito venivano accompagnati da lui stesso al gruppo di Gordon Lett. Ed anche, dall’inizio, mobilitando pure l’intera sua famiglia, provvide al completo vettovagliamento della piccola formazione partigiana che s’era andata via via componendo sul Monte Capenardo, condusse rischiose azioni di sabotaggio e di controspionaggio contro il nemico, ideò piani finalizzati alla diserzione dei militari della R.S.I., soprattutto alpini, e altre cose ancora.
Persona alla mano (“un amicone!” lo definisce Riccio nei suoi scritti) ma altrettanto scaltro e risoluto, fu anche autore competente di rilievi e disegni delle difese costiere liguri fatti pervenire poi al Comando Alleato di Firenze. E nel dicembre 1944, con l’aiuto del maggiore inglese Gordon Lett, poté varcare il Fronte meridionale tedesco per raggiungere il Comando Alleato; e successivamente, a Roma, raggiunse la Direzione del P.C.I. e del C.L.N. per fornir loro notizie certe e dettagliate sulla consistenza numerica e l’organizzazione delle formazioni partigiane della VI Zona e dettagliate informazioni sulla lotta partigiana nel nord Italia. E nel contempo si prodigò a chiedere urgenti aiuti economici e lanci di armi, munizioni, e viveri a lunga conservazione, e vestiario invernale per la Coduri, che ne aveva avuto sempre urgentissimo bisogno.
Di temperamento schivo e riservato, ma bisognoso di avere sempre una certa autonomia e libertà di movimento, quando fu il momento di scegliere il comandante del suo gruppo (che anche Bisagno gli aveva anzitempo caldeggiato), respinse la nomina che i suoi compagni gli stavano proponendo e indicò lui stesso Virgola come persona più adatta a svolgere tale compito, preferendo essergli accanto, a condividerne i rischi, come suo Capo di Stato Maggiore. Finita la guerra tornò a occuparsi del suo lavoro e della sua famiglia, che amò sempre in modo totale ed esclusivo, rimanendo talvolta appartato dai tanti clamori d’una Resistenza fatta, sovente, più di cerimonie inutili e di chiacchiere, che di fatti concreti. Amava in modo particolare ornarsi della “sua” medaglia da garibaldino, che portava sempre appesa al collo e mostrava con orgoglio: unico riconoscimento avuto dalla Resistenza, sia ligure che in campo nazionale.

[…] Mi piace anche come ne parla Paolo Castagnino “Saetta” nel suo libro “Il cammino della Libertà”, pp.148/152, De Ferrari, 2005, Genova; Aldo Vallerio “Riccio” nel suo libro “Ne è valsa la pena?”, pp. 582/84 (ed. ANPI di Sestri Levante, 1983); e Bruno Pellizzetti, “Scoglio” nel suo libro “Dalla montagna vedevamo il mare”, pp. 15/28, ed. Editrice Nuovi Autori, Milano,1995. Dei quali ne voglio riportare tre significativi stralci [n.d.r.: riprodotto con questo articolo, solo uno]:
“Il cammino della Libertà” di P. Castagnino, “Saetta”
“Bocci e Pepe attraversano il fronte”
<<All’inizio di dicembre viene presa un’importante decisione in seno al Comando della Coduri. Innanzitutto si decide, perché i lanci richiesti (e promessi) tardano ad arrivare (mentre altre formazioni delle zone vicine sono già state rifornite di armi e di equipaggiamento), di inviare oltre il fronte, presso il Comando Alleato, il Capo di Stato Maggiore Bocci che, insieme a Mario Pepe ufficiale del Comando, andrà a sostenere le buone ragioni della Coduri, alla luce dei risultati che la brigata, comandata da Virgola, ha ottenuto nella lotta contro i tedeschi e fascisti: Scoglio (Bruno Pellizzetti) sostituirà Bocci nell’incarico durante il periodo della sua assenza. Il compagno di viaggio di Bocci, Mario Alfonso Pepe, è nato a Villaguay, nella Repubblica Argentina, il 13 novembre 1922. Fin dall’infanzia risiedeva in Chiavari dove frequentava le scuole elementari, il ginnasio e il liceo per poi iscriversi all’università di Genova alla facoltà di Medicina.
Dotato di un eccezionale fisico atletico si distingueva in diverse disci­pline sportive; subito dopo l’8 settembre prendeva contatto con i primi organizzatori della Resistenza nel chiavarese. Egli ricorda: “Chiamato alle armi come studente universitario e inviato a Bolzaneto, fui smobilitato qualche mese dopo perché iscritto al 5° anno della Facoltà di Medi­cina. Dopo aver svolto attività cospirativa in città, al principio di marzo del 1944 mi recai a Torriglia con Bruno Solari di Chiavari (in epoca successiva Bruno sarà il primo comandante, per breve periodo, della formazione che diventerà la Divi­sione Coduri), dove fui presentato a Bisagno che mi assegnò all’ospedale partigia­no. Più tardi, recatomi a Colle di Valletti dove era sfollata mia madre, feci conoscenza con il Comandante Virgola, mi fece un’ottima impressione, tanto che de­cisi di restare nella sua formazione. Con Virgola, alla fine di ottobre, partecipai agli incontri con gli ufficiali della Monterosa a Torsa di Maissana, presenti, tra gli altri, Leone, Bocci, il colonnello Turchi, Don Luigi Canessa, Don G.B. Bobbio, nel tentativo di convincere questi ufficiali a venire con i loro reparti con noi. In un incontro con il maggiore Gordon Lett, comandante del reparto Allea­to a Zeri, esposi un mio piano che pensavo potesse evitare la presumibile distru­zione delle nostre zone da parte dei bombardamenti alleati il giorno dell’attacco definitivo. Il Maggiore Lett mi chiese di mettere per iscritto d progetto, cosa che subito feci, facendoglielo pervenire. Il comandante Virgola intanto disponeva per la nostra partenza e con Bocci ci accingemmo all’avventuroso viaggio. Si aggiunsero alla comitiva due paraca­dutisti inglesi, fuggiti da un campo di prigionia, e un pilota americano, Anderson, precipitato con il suo Tunderbolt in territorio controllato dai partigiani. Il mag­giore Lett ci diede una lettera da consegnare al Comando Alleato. Ci fermammo prima al comando di Ricchetto, dove conobbi un colonnello italiano (promosso generale al termine delle ostilità), che ci informò dei rastrellamenti tedeschi e fascisti nella zona (eravamo nei primi giorni del dicembre 1944), e del verdetto di un tribunale partigiano, che aveva condannato a morte un partigiano per essere entrato nella casa di un contadino dove, con la minaccia delle armi, aveva rubato dei salumi. Continuammo poi verso la linea Gotica, incontrammo una sola volta una pattuglia tedesca, che fortunatamente batté in ritirata non appena ci avvistò. Eravamo armati di sole due pistole, Bocci ed io, e non avremmo potuto opporre nessuna resistenza. Dopo alcuni giorni senza cibo e con molto freddo giungemmo alla linea del fronte che sovrastava dall’interno Serravezza. Era il pomeriggio del 14 dicembre e decidemmo di tentare l’attraversamento del fronte con la luce del giorno. Lo facemmo separatamente, a una distanza di una trentina di secondi l’uno dall’al­tro. Il terreno era coperto abbondantemente di neve e non era facile spostarsi. I tedeschi aprirono il fuoco dalle loro postazioni di mitragliatrici, ma erano abba­stanza lontani e fortunatamente ci mancarono. Ci riunimmo in fondo alla valle e nel buio della notte già iniziata ci avviam­mo verso gli alleati. Raggiunto un gruppo di casupole, vedemmo trapelare un po’ di luce da una fessura di una porta, ci avvicinammo e un uomo impaurito ci informò che le truppe americane erano lungo il sentiero che avevamo appena percorso, in una casa colonica. Tornammo indietro, entrammo nel cortile della casa indicata e trovammo forze americane della 92° Divisione Buffalo, al comando di un capitano. Ci rifocillarono, ci medicarono e potemmo dormire comodamente. La mattina successiva fummo scortati a Viareggio e consegnati alla Poli­ta Militare Alleata. Salutammo i due paracadutisti inglesi e il pilota Anderson che ci lasciavano e dormimmo nel posto di polizia. Il mattino seguente, dopo aver consegnato la lettera del maggiore Lett, fummo trasferiti a Firenze e condotti al campo di concentramento installato nell’aeroporto. Ci diedero una coperta, due razioni in scatola e ci dissero di aspettare. Nel campo c’erano molti partigiani che si trovavano lì da mesi, faceva freddo e il locale era basso. Poche ore dopo fummo chiamati e consegnati ad un ufficiale inglese della Special Force che ci portò in un magazzino ad equipaggiarci con divisa militare inglese completa e biancheria intima, poi ci accompagnò al co­lando del 15° Distaccamento della Special Force, in una bella villa, soddisfacente sotto tutti i punti di vista.
Il giorno seguente facemmo conoscenza del maggiore Mac Intosh, che ci interrogo e in seguito ci chiese di preparare una mappa della zona del Tigullio con postazioni tedesche, possibilità di utilizzare strade ed altre notizie. Mise a nostra «posizione abbondante materiale fotografico ottenuto dagli aerei alleati e planimetrie della nostra zona, alcune delle quali redatte dallo stesso Bocci, un esperto in materia, inviate per mezzo della Missione Alleata e riconoscibili da una sigla che abitualmente metteva in un angolo.
Ci trasferirono da Firenze a Roma con un’autoambulanza militare e fummo alloggiati in una villa di via Nomentana, comando della Special Force. Fummo poi interrogati al S.I.M. da tre ufficiali italiani su postazioni, forze e movimenti tedeschi e fascisti nella nostra zona, come anche sull’organizzazione e importan­za delle formazioni partigiane; fu anche convocato il conte Gualino, proprieta­rio dei Castelli di Sestri Levante, il quale tentò in ogni modo di convincere gli ufficiali italiani, Bocci e me, che quello che si vedeva in certe fotografie aeree erano pollai e depositi di attrezzi e non importanti opere realizzate dai tedeschi. Temeva evidentemente un bombardamento alleato che potesse danneggiare le sue proprietà.
Gli ufficiali del S.I.M. rintracciarono l’indirizzo di mio fratello, ufficiale medico nell’esercito italiano; dopo aver salutato l’amico Bocci, con il quale sono rimasto legato da fraterna amicizia, mi recai a Crotone dove finalmente incontrai mio fratello. Dopo un breve periodo di riposo arrivai a Chiavari, mi presen­tai al Comandante Virgola e potei ritornare agli studi per la laurea lasciando l’uniforme. In seguito, mi furono rilasciati tutti i documenti e il certificato di Alexander” […]>>
[…] A questo punto, dopo la doverosa segnalazione dei due interessanti documenti dello stesso Bocci, ivi presenti nel Fasc. 3 – Doc. 7 e 7bis dell’Archivio della Coduri, preferisco chiudere queste poche note – anche se ci sarebbero molte altre cose interessanti da dire sul suo conto con queste sei simpatiche strofe composte da Giomin di Baren (n. 1884 e zio della sig.ra Rosa Sivori, in dialetto sig.ra Rositta, moglie di Bocci) il quale abitava a Barassi in cima a una salita dove spesso vedeva in distanza la nipote e il suo fidanzatino salire in scià muntà:
Lazù, in fundu a muntà,
ghe a Rositta
cu figgiu du campanà,
ma nu ghè da faghe casciu:
perché i l’han ancun
u sbruggio au nasu.
Traduzione: laggiù, in fondo alla salita/ c’è la Rositta / con il figlio del campanaro, / ma non c’è da farci caso / perché hanno ancora / il moccio al naso.
[…] [C’é un] Il cippo, dello scultore lavagnese Francesco Dallorso, dedicato a “Bocci”, eretto nei giardini di Cavi Borgo in Lavagna.
La targa, con dedica di Elena Bono recita: Sanguineti Giovanni “Bocci”, Capo di Stato Maggiore, (Cavi 3.3.1914/23.2.1995).
Dopo l’8 Settembre ’43 fondò coraggiosamente con pochissimi altri la Formazione “Coduri” sopportando la fame e gli stenti, affrontando gli agguati e le insidie con quieta fermezza di capo senza chiedere mai ricompense di sorta. Forse si stupirebbe di un busto di Bronzo da Eroe in questi luoghi dove ritornata la Pace giocava con gli amici lunghe e tranquille partite a bocce, all’ombra di un pergolato.
Elena BonoFascicolo n. 30 – Doc. 1: Ritratto di Giovanni Sanguineti, “Bocci”netpoetry

Fonte: blog “Storia minuta

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Il documento “Top Secret” di Kesselring che sdoganò le stragi nazi-fasciste

Dai documenti sequestrati dagli alleati britannici presso il quartier generale del nazista Kesselring, si è scoperto un vero e proprio sistema di ordini con i quali aveva fondato e incoraggiato la fase più intensa di azioni contro i civili, a seguito delle preoccupazioni tedesche per l’intensificarsi dell’attività partigiana nell’estate del 1944.

Il problema delle competenze fra SS e forze armate era stato risolto con un messaggio telegrafato, datato 1° maggio 1944 inviato dal feldmaresciallo Keitel, capo dell’OKW, Oberkommando der Wehrmacht (comando supremo delle forze armate) proprio a Kesselring, a lui venne attribuito il comando supremo delle operazioni contro i partigiani nell’area italiana.

Il testo dell’ordine di Keitel alle truppe:

Oggetto: Combattimenti di partigiani.

Segretissimo

Al Führer sono stati presentati rapporti secondo i quali singoli membri delle forze armate che partecipavano ai combattimenti contro i partigiani, dovevano successivamente rendere conto delle loro azioni in combattimento.

Il Führer ha quindi ordinato:

  1. Il nemico impiega nella guerra partigiana fanatici di formazione comunista che non esitano a commettere alcuna atrocità. È più che mai una questione di vita o di morte. Questa lotta non ha nulla a che fare con la galanteria militare o con i principi della Convenzione di Ginevra.

Se la lotta contro i partigiani in Oriente come nei Balcani, non sarà condotta con i mezzi più brutali, si arriverà presto al punto in cui le forze disponibili saranno insufficienti per controllare quest’area.

Pertanto non solo è giustificato, ma è dovere delle truppe usare tutti i mezzi. senza restrizioni, anche nei confronti di donne e bambini, purché assicuri il successo.

Ogni considerazione per i partigiani è un crimine contro il popolo tedesco e il soldato al fronte che dovrà sopportare le conseguenze delle congiure partigiane, e che non vede alcun motivo per mostrare alcuna indulgenza ai partigiani e ai suoi seguaci.

I principi devono governare anche l’applicazione delle “Direttive per la lotta ai partigiani in Oriente”

  1. “Nessun tedesco impiegato contro i partigiani sarà ritenuto responsabile delle sue azioni nella lotta contro di loro o contro i loro seguaci, né per azione disciplinare né per corte marziale,

Tutti i Comandanti delle truppe impiegate nel combattimento partigiano sono responsabili che:

Il contenuto di questo ordine è fortemente impresso a tutti gli ufficiali delle unità subordinate.
I loro consulenti legali sono immediatamente informati di questo ordine.
Non sono confermate sentenze contrarie all’ordinanza.

————————-

Qui di seguito il testo, tradotto, di uno degli ordini di Kesselring nell’estate del 1944:

TOP SECRET.  KR WAAJ/ C 00104/ 06 l/ 7 1210
To : Leitkommandantur, Bologna.
SUBJECT : Combatting of Partisans.
SOURCE: Telepring Ia Nr. 12099/ 44 SECRET
(After receipt to be treated as Top Secret) from 20. 6. 44.

Nel mio appello agli italiani ho annunciato che contro i partigiani saranno presi severi provvedimenti.

Questo annuncio non deve rappresentare una minaccia vuota. È dovere di tutte le truppe e polizie sotto il mio comando adottare le misure più severe.

Ogni atto di violenza commesso dai partigiani deve essere punito immediatamente. Le segnalazioni presentate devono anche fornire dettagli sulle contromisure adottate.

Ovunque ci sia evidenza di un numero considerevole di gruppi partigiani, una parte della popolazione maschile della zona sarà arrestata e, in caso di atto di violenza, questi uomini saranno fucilati. La popolazione deve essere informata di questo.

Se truppe ecc. dovessero essere attaccate da qualsiasi villaggio, il villaggio verrà bruciato. Gli autori o i capibanda saranno impiccati in pubblico. I villaggi vicini saranno ritenuti responsabili di eventuali sabotaggi ai cavi e danni inflitti ai pneumatici.

La contromisura più efficace è reclutare pattuglie locali. I membri del partito fascista non saranno inclusi in nessuna delle rappresaglie.

Gli indagati saranno consegnati ai prefetti e mi sarà inviata una relazione.

Ogni soldato si proteggerà fuori dai villaggi portando un’arma da fuoco. I Comandanti di Distretto decideranno in quali città sarà necessario portare anche armi da fuoco.

Ogni tipo di saccheggio è proibito e sarà punito severamente. Tutte le contromisure devono essere dure ma giuste. Lo esige la dignità del soldato tedesco.

-KESSELRING-
Bologna, 14. 7. 44.

————————————-

Da altri documenti emerge chiaramente come la pressione portata dalla lotta di Resistenza Antifascista, abbia messo in grande difficoltà le truppe naziste, così come emerge in questo ordine di Kesselring del 10 maggio 1944:

Nuove misure in relazione alle operazioni contro i partigiani:

  1. La situazione partigiana nel teatro italiano, in particolare nell’Italia centrale, si è recentemente deteriorata a tal punto da costituire un grave pericolo per le truppe combattenti e le loro linee di rifornimento, nonché per l’industria bellica e le potenzialità economiche.

La lotta contro il partigiano deve essere condotta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Proteggerò qualsiasi comandante che ecceda il nostro consueto ritegno nella scelta della severità dei metodi che adotta contro i partigiani. A questo proposito vale il vecchio principio, che un errore nella scelta dei metodi nell’esecuzione dei propri ordini, è meglio del fallimento o della negligenza nell’agire. Solo la gestione più tempestiva e severa è sufficiente come misura punitiva e deterrente per stroncare sul nascere altri oltraggi su scala maggiore. Tutti i civili implicati in operazioni antipartigiane che vengono arrestati nel corso di rappresaglie, devono essere portati nei Campi dell’Assemblea che vengono eretti a questo scopo dal Quartier Generale in Sud-Ovest per l’invio definitivo al Reich come lavoratori.

  1. Il combattimento contro i partigiani consiste nell’operazione passiva e attiva con baricentro su questi ultimi. Il combattimento passivo consiste nella protezione di importanti edifici di valore storico o artistico, ferrovie e strade, nonché di installazioni essenziali come centrali elettriche, fabbriche, ecc.

Anche queste operazioni passive devono essere condotte all’interno dei confini locali, ad esempio, Recce Troops sorveglierà costantemente il primo piano di un’installazione da proteggere.

Le operazioni attive saranno condotte soprattutto nei distretti invasi dai partigiani dove è vitale mantenere la linea di vita delle Forze Armate. Questi partigiani dovranno essere attaccati e spazzati via. La propaganda tra i partigiani (così come l’uso di agenti) è della massima importanza.

Nota: nella foto di copertina Kesselring sul banco degli imputati a Venezia

FONTE: “Report on German reprisals for partisan activity in Italy”

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che – anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento.

A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

 

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

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Dall’italianizzazione forzata dei popoli di lingua slava ai campi di concentramento

Nel 1923, tre anni dopo il Trattato di Rapallo (che ridisegnò i confini dell’Italia nord-orientale annettendo Gorizia, Trieste, Pola e Zara), il regime fascista intraprese una politica di italianizzazione forzata nei confronti della comunità slovena. Politica che, successivamente, fu estesa a tutto lo stivale.

Con la legge n. 2185 del 1/10/1923, fu abolito l’insegnamento della lingua slovena nelle scuole. Non solo, parlare una lingua che non fosse l’Italiano (in questo caso la lingua slava) venne assolutamente vietato in tutti i luoghi pubblici.

Ma non era abbastanza: anche la toponomastica subì l’italianizzazione.

Migliaia di cognomi di origine slava e croata vennero modificati e tradotti in italiano.

Manifesto affisso nella città di Dignano (UD) che vieta l’uso della lingua slava nei luoghi pubblici

Il costume de Il Popolo d’Italia il 10 luglio 1938, scriveva:

«Basta con gli usi e costumi dell’Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi o di Londra o d’America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all’Italia del Rinascimento… basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote»

La politica di snazionalizzazione operata dal fascismo partì già dagli anni ’20, così nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate rinnovate dopo la prima guerra mondiale.

Le scuole furono tutte italianizzate, gli insegnanti in gran parte pensionati, trasferiti all’interno del regno, licenziati o costretti ad emigrare.

Vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nel pubblico impiego, soppresse centinaia di associazioni culturali, sportive, giovanili, sociali, professionali, case popolari, biblioteche, partiti politici e stampa vennero posti fuori legge.

Fu eliminata qualsiasi rappresentanza delle minoranze nazionali e proibito l’uso della lingua, le minoranze slovena e croata cessarono così di esistere come forza politica.

Furono migliaia le vittime della politica di “snazionalizzazione” e repressione del regime fascista in terra slava, sotto la guida dei generali Roatta e Robotti, che il 4 Agosto 1942 sentenziò: “Si ammazza troppo poco”.

Il generale Robotti fu sempre al comando dell’XI Corpo d’Armata e funse da capo militare nella provincia annessa di Lubiana occupata dall’esercito regio, in tale veste fece rispettare scrupolosamente le istruzioni del generale Mario Roatta riguardanti i metodi di repressione ed istruì egli stesso le truppe a procedere con durezza contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani.

L’incendio del Narodni dom (casa della nazione) a Trieste il 12 Luglio 1920, da parte del movimento fascista che diede l’avvio alla “bonifica etnica” delle minoranze slave; la consegna ai nazisti, da parte delle autorità fasciste di Salò, di migliaia di ebrei votati a sicura morte; la repressione nazionalista fascista che portò 100 mila Sloveni, fra cui molti bambini reclusi nei campi di concentramento di Arbe/isola di Rab (in Dalmazia) dove persero la vita 1435 civili o di Gonars (nel Friuli) e Renicci (Arezzo), e anche la Liguria non ne fu esente (vedi la mappa digitale).

Ciò avvenne con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione dei beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, tra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi.

I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini e molti morirono di stenti.
Furono concepiti pure disegni di deportazione di massa degli sloveni residenti nella provincia.

La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell’offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la provincia di Lubiana.
Improntando la propria politica al motto “divide et impera”, le autorità italiane sostennero le forze politiche slovene anticomuniste specie d’ispirazione cattolica le quali, paventando la rivoluzione comunista, avevano in quel modo individuato nel movimento partigiano il pericolo maggiore e si erano rese perciò disponibili alla collaborazione.

Esse avevano così creato delle formazioni di autodifesa che i comandi italiani, pur diffidandone, organizzarono nella Milizia volontaria anticomunista, impiegandole con successo nella lotta antipartigiana (fonte relazione della commissione Italo-Slovena).

La morte nei campi italiani sopraggiungeva per malattia ma soprattutto per fame, le calorie giornaliere che potevano assumere gli internati erano circa 800 al giorno, praticamente un terzo di quelle minime necessarie alla sopravvivenza.

Questo nell’autunno del 1942, portò il tasso di mortalità nei campi di concentramento al 19%, un valore superiore a quello dei lager nazisti (stimata in circa 16 mila vittime).

Cimitero campo di concentramento di ARBE (fonte http://www.confinepiulungo.it)

Solo in Liguria i campi di concentramento per le popolazioni del confine orientale erano quattro (vedi la mappa digitale):

Torriglia (Genova) Campo di concentramento per congiunti di ribelli della provincia del Carnaro. 

Cairo Montennotte (Savona) Campo per prigionieri di guerra Greci e civili Sloveni, il campo viene destinato all’internamento dei civili, in particolare quelli della Venezia Giulia. Il campo si trovava dove oggi sorge lo stadio “Cesare Brin” – una lapide in marmo ricorda “In questo luogo – si legge sulla targa – sorgeva il campo di concentramento nr 95. Da qui, l’8 ottobre 1943 furono deportati nei lagher di Mauthausen 999 prigionieri civili. A loro il nostro ricordo“.

Spotorno (Savona) Internamento di civili Croati. Il 16 luglio 1942 a Spotorno vengono internate 29 persone tutte provenienti dalla cosiddetta provincia del Carnaro (il nome assegnato al territorio jugoslavo annesso all’Italia nel 1942 con al centro la città di Rijeka, cioè Fiume). I locali dove furono alloggiati gli internati croati si trovavano presso il Teatro San Filippo Neri, edificio demolito negli anni ’60 del secolo scorso per fare spazio alla costruzione della nuova caserma dei Carabinieri.

Pieve di Teco (Imperia) Campo d’internamento per civili Jugoslavi.

Tra i numerosi linguisti e intellettuali favorevoli al processo di italianizzazione, non poteva di certo mancare il poeta-“vate”. Termini come tramezzino (al posto di sandwich) ed espressioni come eja eja alalà! (al posto di hip hip hurrà) sono da attribuire proprio a Gabriele D’Annunzio.

Furono più di 500 le parole tradotte in italiano, dai termini della sofisticata cucina francese ai termini inglesi utilizzati per lo sport, passando per i nomi propri di persona (George Washington divenne Giorgio Vosintone, Louis Armstrong fu Luigi Braccioforte) e le città straniere come Buenos Aires, Buonaria. 

Un elenco di alcune parole italianizzate

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Fonte: https://www.archeome.it/approfondimento-le-parole-proibite-dal-fascismo/

QR Code libro “Storie, racconti e una mappa della Resistenza-Prontuario della memoria”

Ecco il libro che parla della mappa

Dopo 7 mesi di notti insonni, perché è stato un lavoro sviluppato alla sera e nei ritagli di tempo, finalmente il libro che parla della nostra mappa digitale:

Storie, racconti e una mappa della Resistenza –

Prontuario della memoria

⬆️ Clicca per acquistarlo ⬆️

Questa pubblicazione avviene dopo tre anni dalla creazione della mappa digitale. 

Oggi i luoghi geolocalizzati sono più di 250, non solo nel Tigullio, e non avrei mai pensato di suscitare tanto interesse arrivando ad ottenere oltre 60 mila visualizzazioni.

Interesse che ha visto coinvolte molte persone, con le quali condividiamo le informazioni, sia per itinerari turistico culturali, ma anche per il recupero di percorsi e strutture utilizzate durante la lotta di Liberazione dal nazi-fascismo.

Parallelamente alla mappa, qualche mese più tardi, ho aperto il sito: https://mapparesistenzatigullio.com/ 

All’interno del quale sono stati pubblicati oltre 40 articoli di approfondimento.

Il sito ha già 19 mila visualizzazioni e 12 mila singoli visitatori.

In occasione del centenario della nascita del Comandante partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”, le sezioni A.N.P.I. del Tigullio e del Golfo Paradiso hanno ristampato una vecchia mappa cartacea, apponendo sulla stessa il QR code che richiama appunto quella digitale, questi ultimi sono stati posizionati, con adesivi, in prossimità dei cippi più significativi.

“Mantenere la memoria del passato quale monito per il futuro” è il motto che fin dall’inizio ha accompagnato questa iniziativa che penso sia la perfetta sintesi dello spirito che anima tutte le persone che si sono avvicinate ed hanno contribuito al progetto.

Qui troverete una raccolta dei brevi racconti pubblicati sul sito ed alcuni inediti, sarà un percorso a metà tra il fisico, le pagine del libro, e il virtuale, con i QR code che permettono l’approfondimento attraverso i contenuti digitali della mappa.

60.000 – SESSANTAMILA.

Non sono “like”, non sono “emoticons”, sono VISUALIZZAZIONI !!!


Per tre anni, dalla prima pubblicazione, c’è stata una media di oltre 50 visualizzazioni giornaliere.
Sessantamila persone sono uno stadio stracolmo, sessantamila persone sono la somma degli abitanti di Chiavari e Rapallo.
Sessantamila visite per una mappa digitale che racconta la storia di un territorio di 100 mila abitanti.
Come sempre l’unica cosa che posso fare e dirvi GRAZIE!!!❤️

Nei prossimi mesi arriverà un ulteriore strumento per l’approfondimento e la conoscenza della Resistenza nel Tigullio, e non solo.

Qui trovate il link alla mappa, al sito e ai canali social media: https://linktr.ee/matteo_brugnoli