Il Partigiano che morì il giorno del suo compleanno

Questo è il racconto della vita di Francesco Molfino, nato a Ruta di Camogli il 10 marzo 1922 e deceduto in località “Piandeipreti” a Tribogna esattamente 23 anni dopo la sua nascita.

Partiamo per gradi, questa storia riemerge dal passato e mi raggiunge tramite un messaggio:

Buonasera! Intanto volevo ringraziarla per il lavoro che sta facendo per la memoria della resistenza….ho trovato un po’ per caso la mappa digitale ed essa mi ha permesso di unire due mie passioni: girare per boschi e riprendere in mano i libri di storia… “Sicuramente ci siamo incrociati a Portofino perchè faccio il Vigile lì ed ho l’onore di portare il gonfalone ai Martiri dell’Olivetta“.

Il mittente è Giorgio Padovani, il quale mi confida testualmente: “…mi ha fatto venire voglia di fare qualche ricerca riguardante mio padre morto nel ’79. Conosco molto poco della sua vita da giovane”.

Alessandro Padovani, padre di Giorgio, era un alpino della Monterosa che nel 1944 viene ritratto in una foto con un certo Franco Molfino, questo riporta la grafia del padre su quello scatto, ma probabilmente si tratta di un caso di omonimia, perchè raffrontando le immagini in bianco e nero non sembra esserci somiglianza.

Ciò però è sufficiente perchè Giorgio, da sincero antifascista, si metta in moto per ricostruire la storia del partigiano “Franco”.

Questo è il momento in cui entriamo in contatto attraverso un messaggio sui social media, che mi stimola a ricostruirne la vicenda:

Francesco Molfino, nacque a Ruta di Camogli (Ge) il 10 marzo 1922, titolo di studio 3° avviamento professionale – portiere d’albergo.

L’otto settembre 1943 è marinaio, militare a Rodi. Riuscì a salvarsi e a raggiungere Camogli, quindi le forze partigiane in montagna.

Non vi sono notizie certe sulle vicende che lo riportarono a casa; quei mesi videro intrecciarsi molti destini anche in maniera inaspettata e qualche volta casuale.

Sappiamo solo che in un momento imprecisato di quella fine d’anno, egli, che vista l’età avrebbe dovuto essere arruolato nell’esercito repubblichino, decise di ripercorrere le strade del fratello minore Giuseppe (detto Pino) e venne inquadrato proprio nello stesso distaccamento, la Brigata Cichero.

Come racconta nel suo diario Eraldo Olivari (Il diario di Romeo, Tipografia Nuova ATA, 2002), compagno in questa rischiosa avventura di Giuseppe Molfino, questo centro di smistamento vedeva un continuo avvicendarsi di persone, alcune delle quali, le più motivate, prendevano poi altri sentieri verso le zone dell’entroterra per unirsi alle formazioni di montagna. I rappresentanti del comando partigiano della Cichero che nel Giugno 1944 era diventata Brigata , si recavano spesso in zona per reclutare combattenti, promettendo come fece “Toscano” ai due rutesi:

“né ricompense né utili, ma solo fame, disagi, difficoltà di ogni genere”.

Giuseppe ed Eraldo, decisero quindi di seguire i sentieri indicati dai partigiani, e giunsero a Pannesi, che era una delle basi operative del distaccamento “Peter”, al comando di Scrivia.

Il distaccamento, dislocato tra Pannesi , il monte Cornua e Neirone, inizialmente conosciuto come “Lupo”, prese il nome “Peter”  da un soldato cecoslovacco della Wehrmacht, fatto prigioniero e passato nelle file dei partigiani, ucciso il 25 giugno 1944 mentre cercava di far disertare altri suoi commilitoni.

Nei documenti di smobilitazione della Cichero, la data di inizio dell’attività partigiana di Francesco Molfino risale all’otto dicembre 1944, il nome di battaglia “Franco” compare per la prima volta durante un’azione che si svolse tra i paesi di Pobbio, Daglio e Cartasegna, in Alta Val Borbera, dove si incrociano i tre confini regionali di Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, erano i giorni fra il 17 ed il 19 Dicembre.

Dopo questa data, Franco partecipò ad alcune azioni, fra le quali in particolare quella che lo vede protagonista con altri 7 partigiani, tra cui anche Drago e Romeo, di una cattura di prigionieri a Ruta di Camogli.

Franco, di ritorno da un’azione non precisata, si sarebbe fermato a Tribogna in quanto malato, da quell’evento fece richiesta di trasferimento alla Brigata Berto.
Nei giorni successivi, e fino al 26 Febbraio 1945, Barba chiede più volte ai superiori quale sia la situazione di Franco, ed in un rapporto sull’organico della formazione non datato ma databile fra il 24 ed il 25 Febbraio, compare come “assente”.

Dopo questa data non vi sono più notizie di Franco.

(Ricostruzione storica di Giorgio Padovani, bibliografia a piè di pagina)

Due ragazzi stanno risalendo a piedi i ripidi pendii vicino alla Chiesa di Piandeipreti, poco sopra Gattorna.

Uno dei due si chiama Angelo, e compirà 24 anni la settimana successiva, è nato a Roccatagliata di Neirone il 18 Marzo 1921; di cognome fa Gardella e si fa chiamare “Pipetta”, proprio per quella caratteristica pipa che lo accompagnava nelle giornate sui monti, come potete vedere in questa foto che lo ritrae:

Angelo Gardella “Pipetta”

Per il suo compagno oggi invece è una giornata particolare,  ricorre il suo ventitresimo compleanno, difatti è nato il 10 Marzo 1922 a Ruta di Camogli e si chiama Francesco Molfino, nome di battaglia “Franco”.

Francesco Molfino “Franco”

Chissà se mentre camminava “Franco” pensava alla sua famiglia; sicuramente avrebbe voluto essere là con loro a festeggiare, tanto più che a dividerli in quel momento c’erano solamente non più di una decina di chilometri in linea d’aria ed un crinale montuoso: quello che sovrasta Uscio.

Ma proprio lì a Piandeipreti, una raffica di armi tedesche pose fine alla giovane vita di “Franco”.

I due giovani non stavano facendo una gita, ma erano in pattuglia. Una pattuglia partigiana.

In quel luogo si imbatterono nei nemici che ebbero la meglio nello scontro.

Pipetta fu ferito al ginocchio sinistro, ma riuscì a fuggire verso la parte bassa del paese ed a nascondersi presso il “Giro della Stretta” grazie all’aiuto di una donna che stava lavorando nei campi.

Franco invece fu colpito a morte, raccolto dai tedeschi e portato con un carro fino a Colle Caprile, dove il suo corpo venne lasciato in esposizione per alcuni giorni a monito della popolazione.

Le spoglie infine  vennero sepolte a poca distanza dall’abitato, in un bosco vicino al sentiero che portava a Sottocolle, verso Lumarzo.

Qualche tempo dopo alcuni militi della Brigata Nera di Camogli, con il loro comandante Luigi De Martino, disseppellirono il corpo e lo trasportarono a Ruta di Camogli, dove ebbe degna sepoltura (Il Comandante della Brigata Nera di Camogli Luigi De Martino, in più di un’occasione passò informazioni a partigiani, renitenti e ricercati al fine di evitare la loro cattura).

Non è dato sapere quale fosse l’obbiettivo dell’azione partigiana.

Franco e Pipetta facevano parte della Brigata Berto, Distaccamento Fuoco, che in quel periodo aveva le sue basi operative in un’ampia zona che comprendeva le pendici sud del Monte Caucaso (Favale, Corsiglia, Roccatagliata, dove era nato Pipetta), e si allargava a nord verso Barbagelata, Costa Finale, ed oltre, sulla sponda sinistra del Trebbia.

Certamente Franco Molfino era pratico della zona di Pian dei Preti, perché aveva già percorso quei sentieri.

Non vi è dubbio infatti che egli abbia ripercorso i passi che già aveva fatto suo fratello Giuseppe (Pino), di poco più giovane di lui in quanto nato nel 1924.

Pino, nel Giugno 1944 aveva lasciato Ruta di Camogli per darsi alla macchia, e ben presto era approdato, attraverso i sentieri del Monte Esoli ed il Passo della Spinarola,  alla “Casetta delle Stelle” (clicca per vedere la posizione sulla mappa), sul crinale sovrastante Uscio, che si era trasformata da cascinale a ricovero per i ragazzi che, provenienti dalla riviera, cercavano nascondiglio per evitare l’arruolamento forzato nelle truppe della R.S.I. o per ideale.

Decido di approfondire la vicenda e forse qualcuno che ne conosce dei dettagli c’è, la prima persona che mi viene in mente di contattare è lo storico locale Bruno Garaventa, profondo conoscitore della Resistenza ed in particolare delle vicende che hanno interessato la popolazione del Golfo Paradiso e dell’entroterra, su Francesco Molfino mi scrive così:

Se leggi la storia lasciata da Romeo (Olivari Eraldo) erano partiti assieme da Camogli. Lo ha visto quando da Piandeipreti lo hanno portato a Colle Caprile, era su un carretto a due ruote, trainato da un signore di Piandeipreti, il cadavere era sporco di fango e di sangue, aveva una calza bianca su di un piede e indossava un giubbotto blu da marinaio, tutto sgualcito, ed era una parte sotto la testa, probabilmente era stato trascinato per le gambe.

I primi giorni fu lasciato dentro un pollaio della signora Luigina Garaventa, il pollaio si trovava vicino alla casa “du Ballin del Colle” sul sentiero che andava a Sottocolle.

Dopo alcuni giorni, il cadavere emetteva un forte odore di fermentazione e quindi fu sepolto nel boschetto sottostante, ma in una buca poco profonda.

A distanza di diversi giorni, un camion militare proveniente da Camogli con sopra una decina di soldati presero il cadavere che fu portato proprio a Camogli dove fu sepolto.

Il Partigiano Cabona Giuseppe di Uscio e detto “Tarzan”, mi ha confermato recentemente che quei soldati erano militi della Brigata Nera di Camogli.

Il motivo del perché i militi della Brigata Nera vennero a prendere il cadavere non lo so, ma ho saputo che il comandante della stessa collaborava con la Brigata GL di Camogli e con alcuni rappresentanti del CLN del Paese.

Tanto è vero, che durante la fuga della Brigata Nera di S. Margherita Ligure questa si mise assieme alla colonna nazifascista in ritirata dalla Garfagnana e dal Levante Ligure; arrivati a Ruta volevano andare a colpire i loro camerati di Camogli perché erano passati con i partigiani.

Io sono nato a Colle Caprile e a quel tempo i miei genitori avevano la mucca Sottocolle. Saluti Bruno“.

Chi fosse Francesco Molfino lo si può scoprire sfogliando le carte che Padovani legge e recupera dagli archivi della sezione ANPI di Recco, intitolata al partigiano “Ruby Bonfiglioli”, e dalla lettura di testi che parlano di lui.

L’inaugurazione della lapide a Piandeipreti avvenne in data 28 giugno 1959 a cura dell’ANPI e con il contributo delle amministrazioni locali.

Clicca per visualizzare la lapide sulla mappa digitale

L’inizio della strada che parte dalla piazza di Ruta verso San Rocco.

Costruita attorno al 1930 sul tracciato della precedente mulattiera chiamata Via Lagno e terminata l’anno dopo, inizialmente venne chiamata Via Arnaldo Mussolini, dal nome del fratello del Duce, morto lo stesso anno 1931.

Al termine della guerra verrà definitivamente chiamata Via Franco Molfino, dal nome di un giovane partigiano rutese morto per mano della Wehrmacht a Pian dei Preti (Comune di Tribogna) il 10 marzo 1945 all’età di 23 anni.

Fonte foto: http://www.agenziabozzo.it/camogli_ieri/CAMOGLI_ANTICA_web_2/Camogli_Foto_Antiche_3832_Ruta_Via_Franco_Molfino_all’inizio_1948.htm

Bibliografia:

Il diario di Romeo; Eraldo Olivari, Tipografia Nuova ATA 2002.

Testimonianze partigiane: Divisione Cichero, la Brigata Berto; Claudio Floris e Carla Casagrande, Bruzzone 2005.

Passo del Gabba. Resistenza minore; Cugurra Paolo, De Ferrari 2008 

Partigiani in riviera; Bruno Garaventa  2024

Uscio, la resa nazifascista del 27.4.1945; Bruno Garaventa  2016

Per non dimenticare;  Bruno Garaventa  2025

Memorie e cronaca degli eventi durante la lotta di liberazione, da Pannesi a Lumarzo; Bruno Garaventa  2004

Dizionario della resistenza in Liguria; Franco Gimelli e Paolo Battifora, De Ferrari 2021.

Fonti archivistiche : 

Fondi “Giorgio Gimelli” ed “AM” dell’Istituto Ligure per lo Studio della Resistenza e dell’ Età Contemporanea, Genova.

Testimonianze della Sig.ra Marta Oneto, nipote di Franco e di suo marito Francesco Olivari.

Approfondimenti: https://www.levantenews.it/2016/12/21/ruta-la-morte-del-partigiano-franco-molfino/

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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