Testimonianze dal Campo n°52, il militare inglese salvato dai partigiani della Coduri

Prima di riportare qui la storia del Campo di concentramento di Coreglia Ligure prima dell’8 settembre 1943, trascrivo di seguito la interessantissima testimonianza dal Campo n.52 di Henry William Cantle, un sottufficiale della Royal Navy

Una storia incredibile che riemerge dal passato e ai più sconosciuta, che racconta uno spaccato perfetto dei giorni immediatamente successivi alla firma dell’Armistizio di Cassibile, una descrizione del clima drammatico che si viveva nel Tigullio nell’autunno del 1943:

Il comandante del campo 52, annunciandoci la conclusione dell’Armistizio l’8 settembre ’43, disse che lui, i suoi ufficiali ed i suoi uomini ci avrebbero difeso dai tedeschi. A mezzogiorno del 9 settembre, invece, tre camion di truppe tedesche ben equipaggiate presero possesso del campo senza che gli italiani offrissero alcuna resistenza. Mentre i tedeschi entravano nel campo, alcuni di noi tentarono di uscire dal lato opposto, ma furono fermati dalle sentinelle italiane. I tedeschi erano molto nervosi e sembravano aspettarsi che un commando [di paracadutisti] sarebbe venuto a liberarci. Durante le prime tre o quattro notti i tedeschi continuarono a sparare con i mitra e sventagliarono il campo parecchie volte. […] sei prigionieri (non so i nomi) rimasero feriti mentre erano stesi nelle loro brande.

Cantle, che non ha mai tentato la fuga in precedenza, sembra ora motivato a farlo, forse preoccupato di poter essere portato in Germania. Due giorni dopo l’annuncio dell’Armistizio, infatti:

Nella notte del 10 settembre tentai la fuga per la prima volta. Mi calai da una finestra e strisciai lungo un avvallamento nell’erba finché non raggiunsi la recinzione. Siccome dovetti rompere la rete a mani nude, impiegai del tempo per passare i tre strati della recinzione. Proprio quando ero riuscito a rompere l’ultimo, fui avvistato da una pattuglia tedesca.

La situazione per Cantle sembra aggravarsi notevolmente. Portato davanti al comandante tedesco, questi «disse che non avevo scusanti e sarei stato fucilato al mattino». Tuttavia, «le guardie tedesche [della cella] cambiavano ogni giorno e, alla fine del mio terzo giorno in cella, non sapevano perché fossi lì. Fui fatto uscire dalla cella alle 6:00 del 13 settembre».
Cantle viene quindi aggregato ad un gruppo di prigionieri in partenza per la Germania. La colonna si mette in marcia verso Chiavari il giorno stesso. Arrivati ad un punto della strada, la colonna incrocia un autobus e Cantle tenta nuovamente la fortuna.

I tedeschi fecero accostare il bus per farci passare. Mi avvicinai alla guardia di fronte a me e, coperto dal sergente maggiore William Ward […], svoltai sul retro del bus e ci salii sopra. Il bus era pieno di passeggeri, i quali mi sembrarono spaventati ma volenterosi di nascondermi. Mi sedetti sul pavimento, dove rimasi finché la colonna di prigionieri non fu passata.

Cantle è ora in fuga e, fortunatamente, sembra essere salito proprio sull’autobus giusto:

Sul bus c’era un’italiana, moglie di uno svizzero, la quale aveva vissuto negli Stati Uniti e parlava inglese. Mi diede la giacca ed il berretto del suo figlio quattordicenne, anche lui sul bus, e io mi tolsi la mia uniforme, al di sotto della quale indossavo dei pantaloncini kaki e una camicia militare italiana. La donna mi invitò alla sua casa a Isolona, dove arrivammo circa alle 13:00, passando, lungo la strada, vicino al campo [di prigionia].

Una volta arrivati a Isolona, la donna offre a Cantle un pasto ed altri vestiti. «Mi disse che le campagne erano in subbuglio e piene di soldati italiani che stavano tornando a casa e sarebbe stato facile per me spostarmi». La donna suggerisce che Cantle vada a Roma, ma il fuggiasco preferisce aspettare nel borgo, sperando di essere salvato dalle truppe Alleate in avanzata. La sosta, però, si rivela ben più lunga: «quella notte andai a vivere nei boschi vicino ad Isolona e rimasi lì per le successive cinque settimane».

Nel frattempo, la donna raccoglie un altro prigioniero fuggiasco, il sergente maggiore John Langdon, anche lui un ex-detenuto del PG 52. Inoltre, mette in contatto Cantle con un membro della Resistenza locale, un medico, il quale «mi disse che avrei potuto trovare rifugio presso una banda partigiana italiana». Cantle e Langdon accettano questa offerta e si mettono in viaggio.

Il gruppo di resistenti ci mandò delle guide con delle biciclette perché ci portassero al loro quartier generale al monte Capenardo. Ci accompagnò anche la figlia del medico, la quale si sedette sulla barra di una delle bici e flirtò con noi mentre passavamo vicino al campo [di prigionia]. Al quartier generale della banda, incontrammo il soldato semplice Kennard Davis, il quale era stato avvicinato da due nipoti del medico la sera della sua fuga.

I tre restano per circa un mese con i partigiani ma vengono a sapere che «i carabinieri ed i fascisti avevano scoperto l’esistenza di una banda [partigiana] nella zona del monte Capenardo». Temendo un attacco nemico, Cantle ed i suoi compagni decidono di dirigersi verso il confine francese e lasciare quindi il territorio italiano. Cantle torna quindi a Chiavari dalla sua ospite per consultarla, recandosi all’indirizzo della madre di quest’ultima.

Arrivai a Chiavari prima di Langdon e Kennard Davis e andai alla casa della madre della donna svizzera. Quando gli altri due giunsero a Chiavari furono visti sulla strada da uno dei carabinieri del campo [di prigionia]. Dopo averlo seminato, si incontrarono con la donna […] la quale li condusse alla casa di sua madre. Rimasero lì fino a sera, quando io e la donna li scortammo fino al bus. Io e la donna quindi tornammo a casa di sua madre, dove lei rimase solo per un po’, prima di tornare al suo appartamento in città, dove vivevano i suoi figli.

Tuttavia, la fortuna di Cantle a questo punto sembra esaurirsi. Nella notte, infatti la polizia italiana arriva alla casa, «e arrestò la signora, una donna di circa 80 anni, un uomo che viveva lì in affitto e me». Tutti vengono portati al carcere e Cantle è costretto ad ammettere di essere un prigioniero fuggiasco. Non vuole però dire altro.

Quando non riuscirono a farsi dire davo fossi stato dopo la mia fuga, chiamarono i tedeschi […]. L’ufficiale tedesco provò ad interrogarmi ma con scarsi risultati, poiché lui non parlava una parola di italiano e gli italiani non parlavano tedesco e nessuno di loro parlava inglese. I tedeschi volevano sapere dove era stato e chi mi aveva dato da mangiare e io dissi in modo vago che ero rimasto sui monti. La donna svizzera fu portata [nel carcere] poiché la polizia ottenne il suo indirizzo dalla madre, ma lei ed io dicemmo di non conoscerci. Alla fine, però, la vecchia signora ammise ai tedeschi e agli italiani che la figlia era stata a casa sua mentre anche io ero lì. La svizzera allora disse loro le circostanze in cui ci eravamo incontrati ma ricordò che era cittadina svizzera e che aveva diritto di incontrare chi voleva a casa sua.

Soddisfatti, i tedeschi lasciano le due donne nelle mani degli italiani e conducono Cantle nella loro caserma di Chiavari. A questo punto, però, Cantle è un esperto di fughe, indurito da mesi di vita alla macchia e si rivela un prigioniero tutt’altro che facile da tenere a bada.

I tedeschi mi misero isolamento nella loro caserma […]. C’era una guardia fuori dalla mia cella ma io studiai i suoi movimenti e, attorno alle 10:00 la udii lasciare il corridoio di fronte alla cella e camminare fino agli alloggi dei [soldati] tedeschi, i quali si trovavano dall’altro lato dell’atrio rispetto alle celle. Dalla mia cella potevo sentire perfettamente tutto quello che succedeva. Divelsi la stampella che sosteneva la mia branda quando era chiusa, con questa ruppi il cavo all’interno della grata per le ispezioni della porta e spezzai la fibbia che assicurava il lembo esterno della griglia [alla porta]. Feci passare quindi il braccio attraverso la griglia e tolsi il catenaccio alla porta. Non era stato assicurato con un lucchetto. Quando uscii richiusi la porta e riavvitai la griglia.

Cantle attraversa l’atrio deserto e quindi il cortile della caserma. Si impossessa di uno sgabello e con questo riesce a scavalcare il muro di cinta, finendo in un giardino sul retro. Ormai conosce la zona e quindi arriva con facilità a Cavi, dove si rimette in contatto con alcuni partigiani che aveva conosciuto sul monte Capenardo, i quali lo riportano al sicuro al loro campo. In tutto, Cantle ha trascorso tre notti da prigioniero nelle mani dei tedeschi.

Nel periodo successivo, Cantle resta con i partigiani, muovendosi tra il monte Capenardo ed il monte Domenico. Incontra inoltre tre altri fuggiaschi, John Edwards, anche lui dell’equipaggio della Bedouin, Arthur Everett, ed il sudafricano Rice. Nella zona inoltre vivono altri due fuggiaschi, il granatiere Unger ed il marinaio scelto Briard. Unger, in particolare, tenta di organizzare la fuga del gruppo verso il sud Italia nel novembre 1943, ma senza successo. «Il giorno in cui Unger riapparve [in novembre] ci trasferimmo al Monte Domenico», poiché si era sparsa la voce che i tedeschi stavano per rastrellare la zona. Il piccolo gruppo di Cantle quindi si disperde. Questi si reca effettivamente al Monte Domenico con Edwards, Everett e Rice, Unger si sposta a Pisa, mentre Briard tenta la via della Francia.

Unger riapparve nel distretto durante la prima settimana di dicembre, accompagnato dal caporale John Vivier, South African Forces.

Era ormai frequente il panico nella zona, poiché i tedeschi ed i fascisti italiani lo rastrellavano di tanto in tanto, e noi ci dovevamo muovere da una baracca all’altra sul monte Domenico. Vista la situazione, Unger ed io decidemmo che era tanto pericoloso quanto scomodo rimanere. Inoltre, non eravamo più di alcuna utilità per i partigiani, in precedenza avevo aiutato la banda pulendo e distribuendo le armi nei nascondigli, ma questo lavoro era ormai finito.

I due decidono quindi di passare in Francia. Il piano è piuttosto semplice: seguire la strada fino al confine lungo la costa.

Un’altra testimonianza da Campo n.52 è quella del sergente maggiore John Gordon Langdon:

In giugno 1943, tutti i prigionieri più “riottosi” vengono spostati al PG 52 di Pian di Coneglia (GE). John vi rimane fino a quando viene proclamato l’armistizio.

«Il colonnello italiano promise che ci avrebbe difeso con i suoi 260 uomini contro qualsiasi tentativo tedesco di prendere il campo. Il 9 ottobre sessanta tedeschi arrivarono, disarmarono gli italiani senza incontrare resistenza, e occuparono il campo».   

   
Il 10 settembre, i tedeschi iniziano a spostare i prigionieri in gruppi di mille, inviandoli verso la Germania. John è nell’ultimo gruppo e viene portato alla stazione il 13. John, che ha a disposizione un «cavo robusto», lo lega al tetto del vagone. Intorno a mezzanotte, si cala nel foro di ventilazione (che non ha una grata a coprirlo) e, mentre il treno prende una curva, il sergente Knowles salta dal vagone insieme a lui. Un altro prigioniero, il soldato semplice Smith, salta dopo di loro e li raggiunge. Il gruppo è a circa tre Km da Cremona
(cliccare sul link per conoscere come proseguì la storia).

A fine guerra dichiarò: “Un giorno andai all’ex-campo e contattai il quartiermastro italiano. Mi diede degli abiti civili dalle scorte che erano rimaste lì, e anche del cibo e delle sigarette. Feci visita al colonnello che era stato comandante del campo e gli dissi senza peli sulla lingua cosa pensavo del comportamento che aveva tenuto quando erano arrivati i tedeschi e avevano occupato il campo.

Foto: Distribuzione del rancio al campo di concentramento n. 52 di Pian di Coreglia (GE) – Archivio AUSSME, Fototeca 2 Guerra Mondiale Italia 507/640

Il campo attendato di Piani di Coreglia fu costruito dal Genio militare della caserma Caperana di Chiavari in un terreno vicino al torrente Entella. Nell’ottobre 1941 entrerà ufficialmente in funzione. Nel corso del conflitto si procederà gradualmente a trasformarlo in un campo baraccato.
In una relazione del 4 luglio 1942 della Prefettura di Genova alla Direzione Generale di Sanità Pubblica del Ministero dell’Interno, il campo veniva così descritto:

1) Il campo è costituito da n° 42 baracche, a uno o due piani, adibite a dormitorio, i cui letti sono a castelletti in legno biposto. Lo stato delle baracche è ottimo.
2) Il numero dei prigionieri, attualmente presenti nel campo, è di 2.742, tra inglesi, australiani, neozelandesi e Sud Africani.
3) I prigionieri sono forniti di vestiario e di indumenti personali, in discrete condizioni.
4) La razione alimentare è uguale a quella distribuita al nostro soldato in guarnigione, e il rancio è confezionato dai prigionieri stessi. Ogni prigioniero riceve inoltre regolarmente due pacchi alla settimana, dalla Croce Rossa Internazionale contenenti scatole di sostanze alimentari in conserva.
5) La cucina, situata al lato sud del campo è in muratura ed è dotata di numerosi ed ampi fornelli, dove vengono applicate le grosse marmitte per la cottura degli alimenti. Il refettorio è coperto da tettoia abbastanza ampia per ospitare tutti i prigionieri e dotato di tavole e sgabelli in quantità sufficienti.
6) L’approvvigionamento idrico del campo è dato da uno dei tre pozzi costruiti tempo addietro nella zona, i quali dovevano fornire acqua al Comune di S. Margherita Ligure. L’acqua sottoposta ad esame chimico batteriologico è risultata potabile. L’acqua mediante pompe azionate da motori elettrici, viene spinta in serbatoi sopra elevati, da dove viene distribuita con condutture ai vari servizi nella quantità sufficiente al bisogno.
7) Le latrine, in numero di due sono situate a un lato del campo in vicinanza del torrente, e sono costruite in muratura con copertura in Eternit, muri perimetrali alti cent. 160 e vari ingressi frontali. Esse hanno un totale complessivo di novanta posti, con paratie di separazione per ciascun posto e poggiapiedi in ardesia.
Sono state costruite recentemente anche alcune latrine notturne fisse, in vicinanza di detti gruppi di baracche.
8) I lavatoi sono situati a monte delle latrine e sono provvisti di acqua che è erogata da tubi a pioggia, e che cade sulla base dei lavatoi stessi costruiti in cemento e pietrame.
9) L’infermeria è situata in una vecchia casa di campagna sita a circa 300 metri dal campo. Al pian terreno di essa vi sono i locali per le visite di ambulatorio e per le sale di aspetto, al piano superiore vi sono 9 camere per ricovero ammalati con 35 posti letto (brande di casermaggio), e inoltre un piccolo reparto di isolamento composto di due camere e provvisto di acqua corrente e di latrina separata. Tutti gli ambienti sono imbiancati a calce.
10) In altri locali a pianterreno annessi all’infermeria è impiantato il servizio di bonifica personale, con numero adeguato di bagni a doccia, una camera per spogliatoio, una camera per vestizione, una camera per la solforazione e cianidrizzazione. Con una stufa Giannolli si provvede alla disinfezione e disinfestazione degli indumenti personali e letterecci e una caldaia fornisce acqua calda ai bagni.
Lo stato di pulizia personale dei prigionieri è buono.
Lo stato di salute dei prigionieri è ottimo. Infatti i ricoverati all’infermeria alla data odierna, essendo dieci (forme reumatiche, bronchiali, lievi lesioni chirurgiche, nessuna malattia infettiva) ne risulta una percentuale di morbilità di appena 0,37%. Il numero dei prigionieri che chiede visite in ambulatorio è di circa 20 o 30 al giorno.
Lo stato di pulizia generale del campo è buono.

Che le condizioni igienico sanitarie del campo fossero discrete veniva confermato anche dalle relazioni del medico provinciale e dalla direzione di sanità militare che lo visitò più volte. Mentre meno entusiastiche erano le considerazioni dei delegati della potenza protettrice che segnalarono alcune deficienze sull’organizzazione e delle carenze strutturali: mancava un sistema di drenaggio delle acque, lo spazio esterno per le attività ricreative era insufficiente e i dormitori non erano riscaldati.
Nonostante queste mancanze, le condizioni di vita dei prigionieri furono buone. La gestione della corrispondenza era ben organizzata, le cucine funzionavano ottimamente, la quantità di cibo era adeguata, vi si svolgevano corsi di istruzione (“dalla matematica elementare alla filosofia e alla metallurgia”) e vi erano una compagnia teatrale, un gruppo concertistico e tre bande musicali. Lo spaccio del campo era gestito dagli italiani e i profitti erano destinati al benessere dei prigionieri.
A partire dall’autunno 1942, alcuni prigionieri furono destinati ai lavori agricoli in alcune aziende della zona. Nella primavera successiva parte dei prigionieri saranno inviati in diversi campi di lavoro. A Rivarolo (oggi quartiere di Genova) un gruppo di prigionieri dipendenti dal campo n.52 furono impiegati in diversi lavori: nella costruzione di un ponte, nel montaggio di impalcature, nella preparazione di materiali da costruzioni e nello scavo delle fondamenta di un fiume (probabilmente del Polcevera).
Il 12 giugno 1943, un distaccamento di lavoro, composto da 50 sudafricani, fu attivato presso l’azienda agricola S.I.A.C. di Mignago (GE).
Il campo di Pian di Coreglia continuerà a ricevere prigionieri provenienti dai campi dismessi dell’Italia meridionale e a distribuirli nei distaccamenti di lavoro fino all’armistizio dell’8 settembre 1943. Nei giorni seguenti gran parte di essi riusciranno a fuggire e alcuni a raggiungere la Svizzera.
Dopo la fuga dei prigionieri la struttura rimarrà vuota fino al dicembre 1943 quando sarà riutilizzata dalla Rsi come campo provinciale per l’internamento degli ebrei. Il 20 gennaio 1944 partirà l’ultimo gruppo dei 29 ebrei che vi furono reclusi in quel periodo. Risulta che tutti siano stati sterminati ad Auschwitz. Tra il giugno e il luglio 1944, dopo l’irruzione dei partigiani della zona, il campo fu definitivamente chiuso.
Nel dopoguerra le baracche furono distrutte. Il 21 gennaio 2002, nell’area dove sorgeva il campo, è stata messa una lapide in ricordo delle vittime.

Dati sul campo

Comune: Coreglia Ligure

Provincia: Genova

Regione: Liguria

Ubicazione: Pian di Coreglia – Coreglia Ligure

Tipologia campo: concentramento

Numero convenzionale: 52

Numero di posta militare: 3100

Campo per: sottufficiali – truppa

Giuristizione territoriale: Difesa Territoriale di Genova

Scalo ferroviario: Chiavari

Sistemazione: attendamento, baraccamento

Capacità: 3000

In funzione: da 10/1941 al 08/09/1943

Comando/gestione del campo: Colonnello Oreste Celsi (ottobre 1941 – aprile 1942); Colonnello Dino Castelli Taddei (maggio 1942 – settembre 1943)

Cronologia:
Ottobre 1941 viene aperto ufficialmente il campo di Pian di Coreglia
4 dicembre 1941 arrivano 476 prigionieri britannici dal campo di Capua (NA)
11 dicembre 1941 arrivano da Torre Tresca (BA) 63 prigionieri inglesi di cui 52 di truppa e 9 ufficiali
I9 gennaio 1942 arrivano 38 prigionieri indiani e sudafricani dal campo n. 85 di Tuturano (BR)
21 gennaio 1942 arrivano dal campo n. 85 di Tuturano (BR) 23 prigionieri (australiani, neozelandesi e indiani)
31 gennaio 1942 arrivano dal campo 98 di Castelvetrano (TP) un sottufficiale e 17 militari di truppa di nazionalità australiana
1º febbraio 1942 arrivano dal campo n.66 di Capua (NA) 438 prigionieri di cui 436 neozelandesi e 2 australiani
4 febbraio 1942 provenienti dal campo n.66 di Capua (NA) arrivano 334 prigionieri sudafricani
10 marzo 1942 arrivano 136 prigionieri dei quali 17 sudafricani, 44 neozelandesi, 3 australiani, 71 prigionieri inglesi e un polacco provenienti dal campo n.66 di Capua (NA)
19 giugno 1942 sono scoperte delle gallerie sotto alcune baracche
Maggio 1943 viene istituito un distaccamento di lavoro a Rivarolo (GE)
12 giugno 1943 viene istituito un distaccamento di lavoro presso l’azienda agricola S.I.A.C. di Mignago (GE)

Crediti: Autore/i della scheda: Costantino Di Sante

Fonte: https://www.alleatiinitalia.it/i-campi/scheda-campo/?ricerca=50

Clicca per visualizzare il Campo n.52 sulla Mappa della Resistenza

Fonti archivistiche

Bibliografia

Risorse online

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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