“16-19 Luglio 1944, la rappresaglia di Cichero” – parte seconda

Dopo la prima parte di questa Storia (clicca qui per leggerla) raccontata attraverso gli scritti e le ricerche di Giorgio Getto Viarengo, in questa seconda parte troverete gli sviluppi e i racconti per voce dei testimoni diretti:

Mi sono chiesto se fosse utile ritornare in uno dei luoghi simbolo della lotta di Liberazione, risalire lungo i tornanti del Ramaceto, rivisitare le tante Ville di Cichero e confrontarci con quanti erano in grado di raccontare i drammatici giorni del rastrellamento del luglio 1944, cronaca conclusa con l’incendio di diverse abitazioni, della chiesa parrocchiale e della canonica.

Quest’anno ricorre il settantaseiesimo anniversario, una data importante, un arco di tempo che mette a dura prova la tenuta della memoria e diventa utile ripensare, riflettere e ricordare il dolore di quei giorni, di una guerra che sembrava interminabile e capace di raggiungere luoghi così remoti, inghiottiti tra le nostre montagne. L’idea di salire a Cichero maturò in un’incontro a Lavagna, erano i giorni dopo l’8 settembre ’43 quando si apriva quel drammatico bivio: continuare l’avventura del regime fascista con l’alleanza tedesca o iniziare a ricostruire il Paese aprendo una nuova esperienza di libertà e giustizia?

Gli uomini di “Bisagno” scelsero il sentiero duro e difficile della Resistenza, individuarono i contrafforti del Ramaceto come luogo ideale per creare quel nuovo esercito e nell’incontro di via Natale Paggi di Lavagna, a casa del geometra Giovanni Missale, ebbero la conferma che il Casone dello Stecca potesse ospitarli, quella casa di pietre in Gnorecco diventava il primo luogo simbolo della Resistenza: così nasceva la Divisione “Cichero”.

Una delle indispensabili garanzie per individuare questo luogo era la disponibilità della popolazione, la comunità avrebbe condiviso quest’esperienza, primo tra tutti Giovanni Battista Raggio “Stecca”, il calzolaio-contadino di Gnorecco con il suo casone sede della formazione.

Negli anni scorsi Renato Lagomarsino ricostruisce, con dati verificati presso l’anagrafe di San Colombano Certenoli, quanti siano i reduci di quei giorni, il risultato è incoraggiante. Nelle frazioni di Cichero sono ancora in vita 14 persone nate e residenti sin dagli anni Trenta. Taccuino per gli appunti, macchina fotografica e registratore, il luogo del confronto è in una abitazione di Costa Calderara, in cucina seduti intorno al tavolo.

Qui Rinaldo, Alduina e Norma ricostruiscono le cronache di cosa successe a Cichero: “il primo rastrellamento fu il 27 maggio del ’44, arrivarono di giorno e passarono in tutte le case, cercavano gli inglesi scappati dal campo di concentramento di Calvari”. Uno degli inglesi era ospitato presso la canonica, il parroco Don Attilio Fontana si prestava a dare soccorso a quei fuggiaschi, accogliendo i partigiani e diventando il cappellano degli uomini di “Bisagno”.

Ora chiediamo di raccontare del grande rastrellamento del luglio del ’44, operazione che si concluse con il drammatico incendio del paese. Le carte d’archivio c’informano che diverse azioni si sviluppano in questo territorio, le date confermano il 16 luglio del 1944, in quell’occasione si organizza una nuova operazione di rastrellamento sul territorio di Cichero.

Qui la memoria è puntuale, lucida: “arrivarono di giorno e cercavano una persona, cercavano una donna che era stata presa dagli inglesi, si chiamava Rosa, era legata ai fascisti ed aveva lei l’elenco delle case da bruciare. Ricordo ancora un altoparlante che chiedeva il suo rilascio e minacciava la rappresaglia”. La trattativa per rilascio della persona non ha esito, nella prima serata inizia l’incendio delle case.

“ Stecca era salito sulla Costa sopra la Vignetta a vedere cosa stava succedendo, si mise a gridare: Bruciano, bruciano le case! Allora abbiamo preso quel poco che ci serviva e siamo scappati. A mia nonna Antonia, aveva sessantotto anni, gli hanno fatto spostare il fieno dalla stalla e poi gli hanno incendiato la casa”.

Le abitazioni bruciano, le fiamme avvolgono parte della chiesa e la canonica che serviva come scuola, il fumo si alzava, le fiamme divoravano il lavoro di una vita, la popolazione in fuga si spostava oltre il Ramaceto, famiglie e parenti li avrebbero ospitati. Adesso è Norma che racconta: “Dopo una quindicina di giorni siamo tornati, ricordo mio padre e mio fratello che cercavano tra le macerie di casa nostra: trovarono solo qualche pentola e delle posate, il resto era tutto nero e bruciato, non avevamo più niente”. Qui la domanda diventa amara, chiediamo se c’è stato pentimento, se la scelta d’ospitare i partigiani si sia trasformata in una prova smisurata. Tutti confermano che i loro sentimenti sono sempre stati con gli uomini della Resistenza, ma quel giorno segnò pesantemente quel sostegno, l’amarezza venne dopo: “finita la guerra non abbiamo più visto nessuno, sono venuti quelli dei danni di guerra, ma abbiamo finito prima le case di vedere gli aiuti promessi, la strada l’hanno aperta nel 1961, ma qui non è più venuto nessuno.”

Il giorno dell’incendio di Cichero è inghiottito nella tante storie “italiane”, dove spesso le istituzioni non sono state capaci di riconoscere il sacrificio fatto in quei giorni.

Ancora una domanda, come arrivò la Liberazione: “ Il 25 aprile eravamo a Piana Grande, mio padre seminava il granone, suonarono le campane, suonarono tanto! Mio padre lanciò la zappa e gridò che la guerra era finita: quel giorno fu festa!” Domenica si ritorna a Cichero, la commemorazione e la visita ai luoghi di quelle cronache, il discorso e le corone: speriamo che il sacrificio di quei giorni sia ricordato e qualche buona parola sia per quei quattordici che ancora presidiano la grande vallata allombra del Ramaceto.  

Giorgio Getto Viarengo         

Clicca qui per visualizzare l’area interessata sulla Mappa digitale della Resistenza

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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