La Xª Flottiglia MAS e quelle pagine strappate sugli eccidi.

In questi giorni di ferragosto ho dedicato un paio d’ore alla ricerca di letture a tema.

Fra queste mi sono imbattuto in racconti raccolti in un libro trovato presso la Biblioteca Manara del Comune di Borgo Val di Taro (Pr).

Testimonianze dirette dell’autore Adolfo Zinnari, che racconta con i suoi occhi di adolescente il periodo della guerra e poi quello della Resistenza.

Un viaggio nel tempo che parte da Genova, passando per il Tigullio e La Spezia, poi la Versilia, Pisa, fino ad arrivare a Borgo Val di Taro.

Pagine di vita comune, fatta di stenti, fame e miseria, con la paura dei bombardamenti che costringono la sua famiglia a cambiare continuamente città.

Pagine in cui si racconta anche come nacque la Resistenza armata e l’efferatezza degli eccidi nazi fascisti.

Proprio per questo mi ha incuriosito il fatto che le pagine 57 e 58 fossero state strappate dal libro, chissà quale storia riportavano alla memoria quelle righe, così fastidiose da indurre un precedente lettore ad eliminarle.

Così come è stato fatto in alcuni passaggi precedenti, dove qualcuno si è addirittura permesso di aggiungere i suoi personali commenti a penna con tono piuttosto irritato.

Bene, o meglio male, ma torniamo sulle pagine strappate.

Copertina
Le pagine strappate sull’eccidio della XªMas

Da curioso e affamato di verità ho provato a cercare un libro gemello, non facile essendo fuori stampa ma alla fine con un po’ di fortuna ci sono riuscito.

Prima di anticiparvi il contenuto di cui si voleva cancellarne la memoria, vi informo che ho provveduto a fornire una copia delle pagine alla gentile bibliotecaria del paese che ha reintegrato il testo come quello originale. ☺️

Titolo del capitolo:

Il primo eccidio

Li avevano fatti scendere da un camion militare, ed avevano tutti le mani legate con il fil di ferro, che neanche le bestie al mattatoio, perché, se le fai soffrire, le bestie, prima di ammazzarle, poi la carne è cattiva.

Uno soltanto aveva le mani libere, ed era un ex prigioniero russo, che nonostante i due fori di entrata nell’addome ed i due fori di uscita di uscita sul dietro, riusciva a camminare sulle sue gambe, un po’ contratto e reclinato in avanti, ed anche a sorridere spavaldamente ma con dolcezza; aveva capelli biondi molto ondulati, con la discriminatura ed occhi azzurri.

I militari della “decima”, che apostrofavano gli altri infelici con tracotanza, arroganza e disprezzo, con lui scherzavano, preferendo deriderlo, e con gesti rozzi e provocatori mimavano davanti a lui i gesti necessari per suonare la “balalaika”, e lui effettivamente aveva una posizione da suonatore di “balalaika”, a causa delle quattro ferite, e continuava a sorridere loro con dolcezza.

E mi ricordava Gesù Cristo, solo che non aveva di barba.

Li avevano sorpresi tutti e nove in un casolare, nei pressi di Aulla; c’erano due ex-prigionieri russi fuggiti da un campo di prigionia tre mesi prima, e sette ragazzi renitenti alla leva, ma nessuno di loro era armato; non costituivano una “formazione ribelle”, ma un gruppo di sbandati e di fuggitivi che intendevano soltanto sottrarsi ad obblighi che non condividevano. Quello, ad esempio, di combattere a fianco dei nazisti.

Avevamo trovato la nostra scuola, quella mattina, improvvisamente occupata dalle nuove formazioni militari del fascismo ricostituito, ed il Liceo Arcivescovile di Pontremoli si era trasformato in una scuola di preti e di studenti in cui si erano accasermate truppe in attesa del battesimo del fuoco. Sarebbe stato buffo, se non fosse stato tragico, osservare i seminaristi, ragazzini in calzoni corti e militari con il mitra a tracolla coabitare grottescamente come in uno studio cinematografico ove il mirmillone va a prendersi il cappuccino con il cardinale Mazzarino.

Durante il giorno tutto andava apparentemente bene, se si eccettuava il controllo dei documenti esasperatamente provocatorio, fatto dieci, venti volte al giorno, con la canna del mitra che ti appoggiavano alla schiena od alla pancia, il dito sul grilletto, e tu che dovevi in continuazione estrarre la carta di identità, porgerla aperta sempre alla stessa persona, che era poi quella che viveva e dormiva nella classe accanto all’aula dove facevi lezione.

Durante la notte, però, le cose andavano diversamente; ce lo dicevano, a noi studenti semiconvittori, i seminaristi, che non riuscivano a dormire per le urla dei nove carcerati che venivano pestati e torturati. Ce lo confermava l’aspetto dei prigionieri, assolutamente irriconoscibili, con i visi pesti, pieni di ematomi e di lividi, alcuni sanguinolenti, e le membra rattrappite per i colpi ricevuti; li potemmo vedere durante un breve intervallo mattutino di “aria”, e si faticava ad individuare i lineamenti dei ragazzi che erano stati fatti scendere, il giorno prima dal camion militare.

Avevano il colore grigio dell’uomo che sa ormai irrevocabilmente di dover morire, un colore che avrei rivisto in seguito tante altre volte sul viso di disgraziati in procinto di essere scannati, ed è un colore particolare, che trasuda da un corpo in procinto di essere giustiziato, ed è difficile toglierselo dalle narici.

Il prigioniero russo ferito doveva invece essere trascianato , ormai non si reggeva più sulle gambe, ed il sorriso dolce e rassegnato gli era del tutto scomparso; due occhiaie livide, profonde rughe che gli scavavano le guance, solo gli occhi azzurri trasmettevano ancora luce e vitalità.

Le truppe accasermate, che avevano incominciato il loro primo rastrellamento dal sud al nord con la presa dei nove di Aulla, dovevano continuare il loro compito, snidare ribelli e sbandati, e si apprestavano a risalire sui monti attorno a Pontremoli, in direzione di Zeri.

Verosimilmente questa volta non si trattava più di arrestare persone disarmate, ma si prevedeva un vero combattimento, e di fronte, dall’altra parte, c’erano ex-ufficiali ed ex soldati dell’esercito, che avevano fatto Grecia, Albania, Marmarica e Russia, e che quindi ne sapevano di guerra, e di tattica.

Un fremito di nervosismo incominciò a percorrere le truppe aquartierate nella nostra scuola, e a più di uno era scomparsa l’arroganza e la tracotanza dell’atteggiamento, quasi la prossima partenza avesse sostanziosamente ridimensionato la sicurezza di ciascuno.

Quella mattina nella chiesa del Seminario-Liceo, oltre a noi studenti che ne avevamo l’obbligo, c’erano, per la Santa Messa, anche molti soldati della “decima”, a raccomandarsi l’anima al Signore. E qualcuno fece anche la Comunione.

Poi partirono alla volta di Zeri, e quelli che furono destinati a rimanere di guarnigione nella scuola tirarono un profondo sospiro di sollievo, cambiarono colore.

Il racconto continua nelle due pagine successive, per chi vorrà ultimarlo pubblichiamo qui le foto:

Fonte: “Racconti di Borgotaro”, Adolfo Zinnari – Sagep Editrice (1982)

Clicca per visualizzare la Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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