Ci sono storie che nella vita decidono di seguirti, vuoi la casualità vuoi il destino.
Cinque anni fa raccontai la drammatica vicenda che colpì la famiglia di mio nonno, ne scrissi qui in un articolo dal titolo “1944: quel luglio di sangue” (lo potete leggere cliccando sul link), avvenuta a Sidolo(Pr).
Come ogni estate, durante qualche giorno di vacanza, passo alcune ore nella Biblioteca Manara di Borgotaro.
Salgo le scale che portano all’archivio storico del primo piano, proprio dentro al palazzo comunale, trovo alcuni studenti sono immersi nelle loro ricerche, tra il profumo delle pagine ingiallite dal tempo cerco titoli sulla Resistenza locale.
Una signora inglese chiede a due ragazzi se possono aiutarla a trovare testi sulla lotta partigiana della zona.
Ammetto che la cosa mi incuriosisce non poco, anche se non mi stupisce troppo, perchè d’estate la Valtaro si popola di discendenti che tornano nella terra di origine dei padri e dei nonni, soprattutto francesi, statunitensi ed appunto inglesi.
Alcuni di loro erano talmente legati alla propria terra che durante la Resistenza tornarono in valle per aggregarsi ai gruppi partigiani.
Pare che quel legame si sia trasmesso di generazione in generazione e in tanti hanno mantenuto vivo quel sentimento.
La signora è sulle tracce del padre, o meglio su quelle storie locali della lotta di liberazione che le raccontava quando era piccola.
Provo ad aiutarla suggerendole alcune letture, i due giovani per motivi anagrafici sono in difficoltà e con uno sguardo mi ringraziano per averli tolti dall’impaccio.
Quelle “positive vibes” rimangono nell’aria, sfogliando una pagina dopo l’altra noto in fondo all’ultimo piano un piccolo libretto schiacciato dai pesanti faldoni che lo sovrastano.
Lo prendo per “salvarlo” da quella situazione, e inizio a scorrerne riga dopo riga i racconti, senza nemmeno accorgemene mi ritrovo tra le mani le testimonianze dirette degli eccidi e dei rastrellamenti nazifascisti accaduti in valle.
Capisco così che potrei trovare qualcosa di interessante e di inedito, ma mai avrei pensato di venire a conoscenza di quello che forse nessuno della mia famiglia ha mai letto: le dichiarazioni scritte di chi ha visto trucidare i fratelli di mio nonno Francesco.

La testimonianza di “Staffetta” sugli eccidi di Strela e Sidolo:
“Non avrei mai più creduto che il furore teutonico infierisse tanto contro Strela, Compiano, Sidolo, Cereseto, paeselli pacifici e laboriosi. Hanno messo quelle terre a ferro e fuoco. Le vittime umane abbandonate sulla strada, calpestate dai passanti, profanate dal passaggio dei cariaggi1 e degli affusti di cannone2; minacciati coloro che volevano liberarle o spingerle sui margini della strada. Nei pressi di Strela un giovane nascosto in un pagliaio a cui avevano dato fuoco, saltando fuori, veniva immediatamente ucciso davanti agli occhi dei genitori.”
La testimonianza si sposta sui fatti di Sidolo:
“I sacerdoti don Alessandro Sozzi e il reverendo padre don Umberto Bracchi, che si era portato per lo scambio dei prigionieri, raccolti davanti all’entrata del cimitero venivano freddati, colpiti alla schiena come traditori; con Delnevo, il chierico Subacchi di 23 anni, don Beotti, parroco di Sidolo con altri 19 civili, tra cui padri di famiglia, venivano barbaramente uccisi a Sidolo. Povera gente! Piange e si dispera vedendo i loro cari essere trucidati così spietatamente, senza poter loro prestare nessun aiuto.”
Ascoltando ciò il capo partigiano “Poe” chiede a “Staffetta” i particolari sulla fucilazione:
“Don Giuseppe Beotti, parroco di Sidolo, accusato d’aver dato del pane a chi affamato, s’era presentato alla sua casa, veniva raccolto con altre diciotto persone. Accortosi delle intenzioni micidiali dei soldati nemici, s’era buttato ai piedi del comandante del plotone d’esecuzione, supplicandolo d’essere immolato lui solo e che fossero salvati gli altri.”
“Il comandante, deridendolo e cacciandolo con il calcio del fucile, lo finiva prima degli altri, atterrati anch’essi con una raffica di mitra. E non mancò il colpo alla nuca. Un giovine però è riuscito a fuggire, tal Brugnoli Tonino. Gli hanno sparato ma è riuscito a salvarsi”
A quel punto il comandante “Dragotto” pronuncia queste parole: “Sono cittadini immolati alla causa partigiana, quindi bisogna vendicarli”.
“Patroclo” chiede che fine avessero fatto quei tedeschi, “Staffetta” risponde:
“Fanno baldoria, dopo tanta strage, per lo scampato pericolo del Führer3. “Heil Hitler, Heil Hitler”, gridano pazzamente. I soldati delle SS si sono nuovamente riversati nelle case ed hanno sottratto quanto hanno trovato per fare la festa. Specialmente hanno rubato del vino”.
“A un oste, Giüseppén de Pecèlu, in due giorni hanno sottratto quasi mille bottiglie di Albana ed una damigiana di Vermouth, quanto aveva ancora in cantina”.
“Ripetevano: “Festa di Hitler, festa di Hitler” e caricandole su una grossa moto, portavano via casse di bottiglie. Neppure il vetro hanno restituito. Tutto il prato di Sozzi è pieno di bottiglie rotte, perchè non le aprivano, ma spaccavano il loro collo a colpi di baionetta. In chiesa hanno preso i candelieri per illuminare la mensa che si protaeva nella notte. Questa notte balleranno; hanno requisito anche il pianoforte del seminario”.
“La popolazione di Bedonia è stata risparmiata dall’eccidio, perchè furon ben trattati i loro feriti, altrimenti il paese doveva essere raso al suolo. Per tre giorni i soldati si sono abbandonati al saccheggio, rubando quanto potevano.”
“Poe” risponde a “Staffetta”:
“Sono gli ultimi atti prepotenza; hanno più poco da gozzovigliare”.
Il partigiano “Lagardeur”:
“S’è saputo che alcune donne fasciste hanno fatto la spia, segnalando alle SS tedesche la presenza di alcuni partigiani che vennero uccisi. Si son potute identificare”.
Gli risponde “Poe”: “Questo mi addolora. Vuol dire che se sarà necessaria qualche umiliazione la subiranno”.
Fonte: “I partigiani dell’alta Val Taro e dell’alta Val Ceno” di Francesco Serpagli (scuola tipografica benedettina Parma)
Note a piè di pagina:
- “Cariaggi” era utilizzato per indicare il complesso di carri, vettovaglie e bagagli di un esercito. ↩︎
- L’affusto di un cannone è la struttura di sostegno che regge la bocca da fuoco, consentendo di puntare e sparare comodamente e rapidamente. ↩︎
- L’evento a cui si fa riferimento è il più famoso attentato fallito contro di Hitler, l’Operazione Valchiria, che avvenne proprio il 20 luglio 1944.
L’attentato fu pianificato da un gruppo di ufficiali e il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg che posizionò una bomba nel quartier generale del Führer, ma Hitler ne uscì quasi illeso.
Data: L’attentato avvenne il 20 luglio 1944.
Luogo: Il tentativo di assassinio si svolse nel quartier generale di Hitler a Rastenburg, nella Prussia orientale, noto come la “Tana del Lupo”.
Dettagli: L’attentatore, il colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, pose una bomba sotto un tavolo durante un incontro. L’esplosione uccise quattro ufficiali e una stenografa, ma Hitler rimase illeso e si congratulò per essere scampato al pericolo.
Conseguenze: A seguito dell’attentato, ci fu una vasta repressione e migliaia di persone furono eliminate, inclusa una condanna a suicidarsi per il feldmaresciallo Erwin Rommel, che era a conoscenza della congiura. ↩︎
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