L’eccidio di Pedagna e il “padre illuminato”

Eccidio di Pedagna (San Colombano Certenoli) del 30 ottobre 1944.

Ci sono pagine di storia un po’ meno conosciute se non da chi vive nei territori e da chi per curiosità o passione vuole conoscere meglio cosa raccontano quei luoghi.

Le lapidi aiutano in questo esercizio di memoria, sono lì a ricordare alle future generazioni i segni più dolorosi patiti da chi ci ha preceduto.

La vicenda che proverò a ricostruire, da questa breve pubblicazione, accadde 80 anni fa, si svolge nel primo entroterra e per la precisione a Pedagna, una piccola frazione di San Colombano Certenoli.

Mi affido perciò alla trascrizione di quanto riportato nel libro «Coduri», storia della divisione Garibaldina, di Amato Berti e Marziano Tasso (pagg. 235 e 236):

Il 15 ottobre ’44, a seguito appostamento di alpini della «Monterosa» al Passo del Bocchetto, nelle vicinanze del monte Zenone, furono catturati sei partigiani, tre della «Coduri» e tre della «Centocroci»; essi erano: Gavignazzi Alfredo, «Terribile», di anni 19 da Riva Trigoso (nato a Cavi di Lavagna [n.d.r.]), cognato di «Moschito»; Bucciarelli Ugo, «Terremoto», di anni 22 da Riva Trigoso; Tosi Romualdo, «Campegli», di anni 20 da Campegli; Salvi Severino, «Marinaio», di anni 23 da Sestri Levante; Stagnaro Pietro,«Zena», di anni 22 da Riva Trigoso e Castagnola Rinaldo, «Birillo», di anni 16 da Riva Trigoso. Quest’ultimo, il bravo «Birillo», riuscì a sfuggire dalle mani del nemico e, incolume, raggiunse i ranghi della «Centocroci»; gli altri vennero condotti a Chiavari e incarcerati.

Dopo alcuni giorni lo Stagnaro venne rilasciato per intercessione della di lui nonna, la quale, da quanto emerse dalle testimonianze, dovette pagare una forte somma per il rilascio del nipote. E’ lecito, a questo punto, informare il lettore che i fascisti di Chiavari si erano dati in questo periodo al turpe commercio sulle vite umane, mediante ricatti ed estorsioni di ogni sorta ai famigliari e parenti dei partigiani e degli antifascisti catturati.

Essi giocando sulla pietà e sulla disperazione umana, si facevano versare forti somme e valori di ogni tipo; taluni non disdegnavano, mediante ricatto, di approfittarsi delle mogli, madri e sorelle dei detenuti con la promessa di liberare i loro cari. Questo turpe «commercio» faceva capo al famigerato padre «Illuminato» ed era distribuito ai gerarchi e agli «addetti» mediante una rete bene organizzata in tutta la zona.

Uno di questi aguzzini, come emerge dal processo intentato a suo carico dopo la guerra, fu il famigerato «Padre Illuminato», al secolo Minasso Francesco, cappellano delle carceri di Chiavari e amico intimo di Spiotta. Di costui avremo modo di parlare dettagliatamente in seguito.

Il Tosi Romualdo, staffetta della «Coduri», venne catturato con uno stratagemma: alcuni alpini gli si avvicinarono e gli chiesero dove erano i partigiani, poiché essi erano intenzionati a disertare. Costui ingenuamente (non tanto ingenuamente perché in quel periodo le diserzioni dalla «Monterosa» erano quotidiane) disse loro:

«Venite che vi accompagno io dai partigiani!».

Ma fatti pochi passi egli venne arrestato e condotto alle carceri di Chiavari. Per Gavignazzi e Bucciarelli della «Coduri», la situazione fu ancora più tragica.

Quando vennero catturati al Passo del Bocchetto, mentre erano seduti nella nebbia per fumare una sigaretta, furono trovati in possesso di fucili già in dotazione alla «Monterosa», regolarmente immatricolati, catturati alcuni giorni prima al presidio di alpini di stanza nei bunker di Riva Trigoso, prelevati da «Moschito» la notte del 30 settembre ’44.

Ad aggravare la posizione del Gavignazzi e del Bucciarelli, nonché quella del Tosi e del Salvi, fu un fatto accaduto alla fine d’ottobre del ’44. Infatti, mentre questi ultimi erano sottoposti a continui interrogatori e sevizie nel carcere di Chiavari, il 29-10-44, un gruppo di partigiani (non è stato appurato a quale formazione appartenessero), tesero un’imboscata a un reparto di alpini della sezione trasporti della «Monterosa» mentre stavano transitando sulla statale nei pressi di San Colombano Certenoli.

Nel conflitto a fuoco cadde il capitano De Kümmerlin, comandante della predetta sezione trasporti. La reazione dei fascisti fu immediata: prelevarono dal carcere di Chiavari sette partigiani catturati, tra cui Gavignazzi, Bucciarelli, Salvi e Tosi, e li fucilarono il 30-10-44 a S. Colombano Certenoli, nel luogo ove era caduto il capitano de Kümmerlin.

Di questo racconto, oltre alla tragedia patita dai protagonisti che traspare nelle righe del libro citato, mi ha colpito la figura del «Padre Illuminato» sul quale c’è una scheda molto dettagliata sul sito “Polo del 900” che trascrivo integralmente:

“Padre Illuminato”, al secolo Minasso Francesco, è stato un frate cappuccino prima membro del convento di Porta San Bernardino di Genova poi nel convento di Sestri Levante (GE), infine cappellano delle Brigate Nere in qualità di capitano nelle carceri di Chiavari (GE) da dopo il 08/09/1943
Famigerato nella zona per le sue crudeli nefandezze compiute nei confronti dei partigiani, è presente il giorno in cui i nazifascisti fucilano sei partigiani locali. Costui, alla richiesta di alcuni condannati di essere confortati spiritualmente prima di morire, non solo nega loro i conforti religiosi ma, secondo la testimonianza del partigiano «Salita» scampato fortunosamente all’eccidio, dove aver espresso la seguente frase: «
Dio vi ha dato la vita e io ve la tolgo!» impugna rabbiosamente un mitra e all’ordine dell’ufficiale comandan­te il plotone di esecuzione, inizia a sparare contro i ribelli.

Il 12/03/1945, sei giorni prima dell’eccidio di Santa Margherita di Fossa Lupara (GE), Padre Illuminato è catturato da una pattuglia della Brigata “Dall’Orco”, Divisione Garibaldi “Coduri”, al comando di Vallerio o Valerio Aldo (Riccio) e di Pellizzetti Bruno (Scoglio) in agguato sull’Aurelia. Purtroppo, il sopraggiungere di un reparto di alpini che attaccano gli uomi­ni di “Riccio” consente la fuga del Minasso.
I partigiani fucilati a Santa Margherita di Fossa Lupara sono: Arosio Arturo (Foglia) e Marone Luigi (Dik) della Brigata Garibaldi “Centocroci”, Barletta Giuseppe (Barone) e Giacardi Emanuele (Tarzan) della Divisione “Coduri”, Sigurtà Alessandro (Aquila) e Piana Mario (Salita) della Brigata Garibaldi “Berto”.

“Salita” rimane fortunosamente illeso durante gli spari, e quando il comandante del plotone dell’esecuzione nota il fatto che sia ancora in vita gli spara in volto, colpendolo al naso, come colpo di grazia. L’uomo si salva nuovamente e rimane nascosto per ore sotto i cadaveri dei compagni con un’intensa emorragia. Vagabondando in stato confusionale, viene raccolto qualche tempo dopo dalla squadra di partigiani comandati da “Riccio” che, essendo stata informata delle intenzioni dei fascisti, si era portata in zona nel tentativo di sventare l’esecuzione ma era giunta troppo tardi.

Portato d’urgenza il sopravvissuto all’ospedale di Santo Stefano d’Aveto (GE), vi muore alcuni giorni dopo per l’emorragia causatagli dal colpo al setto nasale. Prima di morire rivela tutte le nefandezze dei fascisti durante l’episodio della fucilazione, della de­tenzione e del processo.
Successivamente, il Minasso è stato trovato in America Latina a svolgere normale attività religiosa. E’ stato imputato di concorso in omicidio: per questo reato la condanna è salita a 30 anni di reclusione, ma un terzo della pena è finito condonato
(amnistiato [n.d.r.]).

Per chi volesse ulteriormente approfondire la vicenda dell’eccidio di Pedagna, suggerisco la lettura della ricerca di Claudio Solari, che si può trovare in questo link.

Scheda sulla strage: straginazifasciste.it

Clicca per visualizzare il luogo dell’eccidio sulla Mappa digitale della Resistenza nel Tigullio.

Pubblicato da Matteo Brugnoli

Maritime Consultant

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